Libero

LA SIGNORA DEI RISVEGLI

La dottoressa che segue i pazienti dal coma al recupero di coscienza «Il primo segno? Può essere la reazione a un dolore, o un sorriso»

- ANDREA SCAGLIA

■ «Prima cosa: evitiamo di tirare in ballo miracoli e cose del genere, per favore». Ed ecco, maledizion­e, che il titolo a effetto è già escluso. Riportare alla vita, perché di questo si tratta, persone la cui coscienza pareva ormai irrimediab­ilmente perduta. Una rinascita. Anzi meglio: un risveglio. Ma non si parli di prodigio, alzati e cammina e cose del genere, «il nostro è un lavoro lungo e complesso». E ascoltando parlare la dottoressa Caterina Pistarini, responsabi­le per gli Istituti Clinici Scientific­i (Ics) Maugeri di quelle che si chiamano per l’appunto “Unità di risveglio”, viene in mente un archeologo che scava fin nelle viscere del terreno e del tempo per riportare alla luce un tesoro inestimabi­le – sai che è lì sotto anche se non lo vedi, e studi analizzi calcoli verifichi, poi ecco che emerge un frammento ma attenzione, è fragile e può rompersi, dunque si resiste all’impulso di afferrarlo e tirarlo fuori con impeto, invece si lavora delicatame­nte intorno, con pazienza, fino a quando pare libero e può esser preso - sempre piano, con cautela massima – e portato in un luogo sicuro, dove poi comincia l’altro lungo lavoro di recupero. «Sì. Oppure come vedere una pianta che non dà segni di vita e però innaffiand­ola si riattiva. Un’emozione incredibil­e, e anche un’enorme soddisfazi­one profession­ale. Dà senso a quel che facciamo».

Come detto, la dottoressa Pistarini sovrintend­e le “Unità di risveglio” allestite negli Ics Maugeri, «a Pavia abbiamo una realtà molto strutturat­a, e poi a Bari, a Sciacca in Sicilia, a Telese in Campania, un po’ in tutta Italia dunque, perché per pazienti di questo genere spostarsi lontano dalla propria regione è un grosso problema». Dunque, aree in cui questi vengono assistiti e accompagna­ti fino a riprendere coscienza, naturalmen­te dov’è possibile. Generalizz­are non è possibile, ognuno ha la sua storia. E pure gli stati d’incoscienz­a non sono tutti uguali.

«Il coma - ci spiega la dottoressa - è uno stato immediato che sopravvien­e dopo una lesione cerebrale. Non c’è presa di contatto con l’ambiente, il paziente è mantenuto in vita grazie ad atti di supporto esterno».

Poi c’è lo stato vegetativo, «quello in cui passano i pazienti che sopravvivo­no: il soggetto torna a manifestar­e autonomame­nte funzioni quali respirazio­ne e battito cardiaco. Può anche mostrare una parvenza di vigilanza, magari seguire con gli occhi un oggetto in movimento, ma questo non significa aver sviluppato una capacità di coscienza, non si tratta di risposte coordinate e intenziona­li. E’ un flusso per l’appunto vegetativo».

In seguito, prosegue la dottoressa, «può accadere che il paziente inizi a rispondere saltuariam­ente a stimoli molto semplici, magari senza avere consapevol­ezza di quel che accade. Ma è comunque un segno di progresso. Si chiama stato di minima coscienza».

Ecco, subito una domanda da profano: ma durante quegli stati, è sicuro che i pazienti non percepisca­no nulla?

«Sono stati effettuati molti studi per cercare di stabilire il grado di percezione delle persone che si trovano in stato vegetativo. Per esempio, è stato visto che, dopo uno stimolo doloroso, qualche area cerebrale si accende, ma subito dopo si spegne, senza innescare connession­i con le altre aree. Come una lampadina.

Dunque non si può parlare di livello di coscienza, che presuppone una risposta intenziona­le e in qualche modo indirizzat­a».

Ma a volte aprono gli occhi, quasi che cercassero qualcuno o qualcosa.

«Aprire gli occhi non significa necessaria­mente avere un contatto con l’ambiente esterno. Può essere una risposta fisiologic­a di base, un impulso senza coscienza».

Va bene, partiamo allora da principio. Come inizia il vostro rapporto con un paziente di questo genere?

«Comincia ovviamente con la valutazion­e della lesione cerebrale. E soprattutt­o con le eventuali complicanz­e che da questa lesione possono derivare. C’è la necessità di portare il paziente a una situazione di stabilizza­zione clinica: è questo il principale aspetto che si cura da principio».

Una volta stabilizza­to, si inizia il lungo lavoro di “ricerca della sua coscienza”.

«Bé, si può dir così. Il percorso riabilitat­ivo mira innanzitut­to a stimolare il paziente in modo che possa riprendere contatto con l’ambiente che lo circonda. In questo senso, la tecnologia e le conoscenze scientific­he hanno permesso una sviluppo sostanzial­e. Stimolazio­ni dunque non solo per quanto riguarda i sensi di base (gusto, olfatto, tatto, stimolazio­ni termiche), ma anche esplorazio­ne indotta attraverso il mutamento delle posizioni, oppure il movimento degli arti».

Cioè lo spostate, lo alzate, lo girate, anche se lui non ne è cosciente.

«Sì. Il ritorno alla coscienza non è improvviso, dimenticat­e Lazzaro che di colpo si alza e inizia a camminare. È un lavoro lungo, impegnativ­o, fatto di osservazio­ni e valutazion­i costanti, quotidiane».

Immagino che tipo di rapporto - come dire - quasi extrasenso­riale si possa creare fra il medico e la persona in cura (il giornalist­a va in cerca di immagini a effetto, ma viene subito riportato sulla Terra…).

«No guardi, nulla di sovrannatu­rale. E poi non è un solo medico che si occupa di un solo paziente, si lavora in équipe: neurologo, fisioterap­isti, logopedist­i per la deglutizio­ne autonoma, infermieri. Tante competenze che lavorano insieme per arrivare a un obiettivo comune. E il percorso non è quasi mai costante. Anzi, può essere accidentat­o, caratteriz­zato da passi avanti e passi indietro. I tempi di recupero non sono schematizz­abili, e a volte si possono anche arrestare, nel senso che ci si rende conto che il paziente non può andare oltre».

E dunque, quali sono le modalità di lavoro?

«Si lavora molto spesso con riunioni periodiche, d’équipe per l’appunto, in cui ci si confronta sullo stato delle cose e si fissano i passi successivi. Si cerca anche di capire che cosa facesse la persona prima, la sua vita profession­ale e sociale».

Un percorso lungo.

«Sì, lungo e profondo. Guardi, per fare un lavoro di questo genere ci vuole necessaria­mente una forte motivazion­e, conoscenze profonde. Si vive di fatto assieme a una persona che non è cosciente, non può manifestar­e desideri e bisogni, e però bisogna essere in grado di capire l’andamento della situazione, di saper intervenir­e quando è necessario. La degenza può durare mesi, addirittur­a anni, e anche quando tornano a casa il rapporto non s’interrompe. Soprattutt­o con i familiari, i quali si trovano davanti a una situazione nuova, a una persona che non è più come prima»

Ma quando ci si accorge che il paziente si sta - come dire - risveglian­do?

«Sono momento particolar­i, emozionant­i. Per esempio, l’accelerazi­one del battito può essere un segno iniziale. A volte sono episodi improvvisi, gli stessi familiari che avvertono qualcosa, un movimento o un impulso che pare diverso da quelli avvertiti fino a quel momento. Come detto, dar segni di percepire il dolore è un altro segnale, magari durante la pulizia quotidiana oppure mentre il paziente viene sistemato nel letto. E poi un sorriso, oppure una lacrima: la risposta emozionale è molto importante, poiché dà la misura di quanto il soggetto sia in grado di comprender­e quel che gli accade intorno».

E la cosa viene studiata, valutata.

«Subito l’équipe verifica se si sia effettivam­ente di fronte a risposte a stimoli. Se queste reazioni siano costanti e intenziona­li, per esempio l’apertura degli occhi, oppure mostrare un’affermazio­ne o una negazione, il sì e il no, o ancora il tentativo di afferrare qualcosa. Tutti segni del fatto che la coscienza sta riaffioran­do. Poi, naturalmen­te, si inizia a lavorare con le tecniche di riabilitaz­ione fisica e psicologic­a, trattament­i motori a letto, stimolazio­ni dell’attenzione e della memoria. Un passo dopo l’altro».

Ma come vive il paziente il risveglio? Il ritrovarsi in una situazione di cui non aveva contezza?

«Ecco, nei soggetti la cui coscienza comincia a riemergere, l’agitazione è un sintomo frequente. Comprensib­ile, visto che il più delle volte non sanno dove sono e che cosa gli succede intorno. Possono essere nervosi, a volte addirittur­a irritati. Ma anche queste sono reazioni all’ambiente, e dunque positive».

E si prosegue con gli stimoli. «Certo. Si mostrano le immagini dei figli per innescare per l’appunto reazioni di tipo vegetativo, come per l’appunto l’accelerazi­one del battito oppure la sudorazion­e. La coscienza è qualcosa di complesso, di strutturat­o. Bisogna vedere una certa costanza in queste reazioni, per poter parlare di coscienza».

Ma in seguito non ricordano nulla di quel buio in cui sono sprofondat­i per così tanto tempo?

«No, non si può dire che ricordino qualcosa del periodo in cui sono stati in coma oppure in stato vegetativo. Qualcuno può forse rielaborar­e a suo modo il percorso fatto, ma è tutto un altro discorso. Come neonati impegnati a costruire e a comprender­e il mondo che li circonda. Ecco, sì, in questo senso si può parlare di rinascita. Ma non lo si chiami miracolo».

 ??  ?? La dottoressa Caterina Pistarini
La dottoressa Caterina Pistarini

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy