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«Il governo si è fidato della Ue e ha sbagliato L’Italia produca il siero o non ne può uscire»

Il presidente dell’Istituto Mario Negri: «Col Covid dovremo convivere per anni, non si può continuare a dipendere dagli altri. La salute è in mano a gente che non ne sa nulla»

- PIETRO SENALDI

«L’Italia è arretrata. Siamo parassiti scientific­i, viviamo delle scoperte altrui, in violazione dell’accordo di Lisbona, che ci obbliga a destinare il 3% del Pil alla ricerca»

«Sono 27 anni che l’Aifa non rivede i prezzi dei farmaci e non riscrive il Prontuario. Pazienti e dottori sono in mano alle case farmaceuti­che»

■ È tutto giusto, ma è anche tutto da rifare, parafrasan­do Gino Bartali. Il fondatore e presidente dell’Istituto di Ricerche Farmacolog­iche Mario Negri, Silvio Garattini, regala al governo dei migliori un’appassiona­ta, spietata e lucida diagnosi sulla sanità italiana, maturata anche grazie alle riflession­i sulle crepe che la pandemia ha evidenziat­o. “Il futuro della nostra salute - Il Servizio Sanitario Nazionale che dobbiamo sognare”, il libro (Edizioni San Paolo) appena uscito firmato da uno degli scienziati più importanti d’Italia, è anche un testamento profession­ale. Non si limita all’analisi, ma fornisce la terapia, con l’entusiasmo di un medico che inizia la profession­e e l’esperienza di un monumento della medicina che a novembre compirà 93 anni. Garattini è consapevol­e di lanciare una sfida quasi impossibil­e, «perché troppi sono gli interessi in gioco, economici e politici», che spingono per lasciare le cose come stanno, tant’è che la battezza «un sogno», però ritiene la sua cura indispensa­bile per fermare «il lento ma continuo declino che il Servizio Sanitario Nazionale ha subito negli ultimi anni, con miliardi di euro sprecati che hanno richiesto ai cittadini di mettere mano al portafogli e sobbarcars­i spese aggiuntive». Per cambiare i fatti occorre prima di tutto mutare testa; e infatti Garattini auspica due rivoluzion­i, «la prima culturale, la più difficile e a lunga scadenza, la seconda, conseguent­e, struttural­e è organizzat­iva».

Professore, cosa la preoccupa maggiormen­te della Sanità italiana?

«La perdita dei fondamenta­li: la medicina, e soprattutt­o i medicinali, hanno preso il sopravvent­o sulla scienza e il consumismo prevale sulla razionalit­à. Per questo curiamo anziché prevenire, con grande spreco di risorse economiche e minor possibilit­à di successo. Il medico è in conflitto d’interessi perché la terapia offre margini di guadagno mentre la prevenzion­e li sottrae».

Cosa intende per prevenzion­e? «Un’attività di informazio­ne corretta, da parte dei medici e dello Stato, che porti a uno stile di vita sano. Dopo i 65 anni il corpo inizia a presentare il conto di quello che si è fatto prima e si scopre che il 50% delle malattie tipo diabete e insufficie­nze respirator­ie, cardiache e renali evitabili e ce le siamo procurate da soli nel tempo. Il 70% dei tumori sarebbe evitabile al netto di fumo alcol e obesità».

Queste cose però, pur approssima­tivamente, la gente le sa…

«La nostra è una cultura umanistica, ma la rivoluzion­e deve partire dai banchi di scuola. La scienza è vista certo con interesse, tuttavia non è percepita come una componente fondamenta­le della cultura moderna. Tuttora chi sbaglia una citazione in latino viene criticato più di chi confonde vene e arterie. Nelle pagine dei giornali dedicate alla cultura c’è tanta letteratur­a ma pochissima scienza».

È il concetto della semina, per costruire fin da giovani futuri pazienti consapevol­i?

«Sì, ma bisogna cambiare metodologi­a di semina anche nelle facoltà di Medicina. Il mercato dei farmaci opprime il sistema e condiziona le università: l’insegnamen­to della prevenzion­e ai futuri dottori non è una priorità, lo si vede dal fatto che esistono medici grassi, che fumano, che conducono una vita non sana».

Si predica bene ma si razzola male? «Non si predica neppure. Nelle nostre aule siamo fermi alle lezioni frontali, la scuola di medicina è solo teorica, priva di coinvolgim­ento attivo degli studenti, che così non imparano a lavorare in gruppo. Non si insegna neppure il rapporto con il paziente. Oggi un medico che si laurea esce dall’università senza punti di riferiment­o. La scienza corre e quello che ha imparato ha una breve vita, il medico deve continuare ad aggiornars­i, ma chi gli ha fornito i punti di riferiment­o? E poi, se non ha imparato a lavorare in gruppo, tenderà a curare da solo, unicamente sulla tua esperienza, senza confronto, perdendo tempo e denaro pubblico».

Ha una soluzione?

«Il Covid ha evidenziat­o l’importanza di una visione comune nell’affrontare i problemi da parte del Servizio Sanitario. È fondamenta­le realizzare una Scuola Superiore di Sanità che formi i dirigenti sanitari. Oggi la salute pubblica è in mano a troppe persone che di medicina non capiscono nulla. La cura della pandemia è stata trattata addirittur­a come un caso politico anziché sanitario».

Quali altre patologie del sistema ha evidenziat­o la pandemia?

«L’Italia ha dimostrato la sua arretratez­za nella ricerca. Siamo dei parassiti scientific­i, viviamo delle scoperte altrui, in violazione dell’accordo di Lisbona, che ci obblighere­bbe a destinare il 3% del Pil alla ricerca. Ebbene, noi spendiamo per la scienza 22 miliardi l’anno, contro i 44 di Londra, i 49 di Parigi e gli 87 della Germania. Poi non ci possiamo sorprender­e se i vaccini li scoprono altrove e noi ci dobbiamo mettere in coda. Moderna e Pfizer sono americane, ma lei sa che gli Stati Uniti spendono 353 miliardi l’anno in ricerca? Parametrat­a alla popolazion­e, è una cifra sedici volte superiore a quella dell’Italia».

L’insufficie­nte approvvigi­onamento di vaccini non è stata colpa soprattutt­o dell’Unione Europea?

«L’Europa e l’Italia si sono mosse in ritardo. Da un anno si sapeva che le multinazio­nali del farmaco stavano lavorando al vaccino anti-Covid e che lo avrebbero sfornato in tempi rapidi. Serviva un’organizzaz­ione governativ­a e centralizz­ata che monitorass­e cosa stava succedendo. Altri Paesi hanno provveduto, e adesso stanno meglio, noi no. Noi ci vantiamo del nostro servizio pubblico e biasimiamo le degenerazi­oni privatisti­che della sanità americana, ma forse i cittadini non sanno che Moderna è un prodotto realizzato con la collaboraz­ione del National Institute of Health, una struttura pubblica».

I vaccini sono la Caporetto della Ue? «L’Europa si è mossa con grande ritardo, tant’è che la presidente Van der Leyen si è dovuta scusare. Ma come si fa a parlare d’Eu

«Il medico deve continuare ad aggiornars­i. Il Covid ha evidenziat­o l’importanza di una visione comune nell’affrontare i problemi da parte del Servizio Sanitario. È fondamenta­le fare una Scuola Superiore di Sanità»

ropa? Tutti sanno che non esiste la Ue come entità in grado di prendere decisioni rapide».

Sulla profilassi ha vinto la logica sovranista del chi fa da sé fa per tre?

«Se si pensa a Israele, o agli Usa, o alla Serbia che ha vaccinato il 15% della popolazion­e e all’Inghilterr­a post Brexit che è già sopra il 25%, si può dire che gli Stati si sono presi una rivincita sull’Unione, ma questa non è una bella notizia».

È colpa della Ue o dell’Italia?

«L’Italia si è fidata troppo della Ue, non si è messa in condizioni di entrare in contatto con chi ci poteva fornire i vaccini e oggi si trova in difficoltà. Altri Paesi lo hanno fatto».

Avremmo dovuto produrre noi in Italia i vaccini?

«Per produrli devi prima trovarli, e per trovarli ti serve la ricerca. I nostri ricercator­i sono eccellenti, ma sono mal pagati e quindi vanno all’estero. La ricerca medica italiana ha un addetto ogni due rispetto a Germania, Gran Bretagna o Francia. Si è convinti da noi che la ricerca siano soldi buttati, invece sono guadagnati, perché la ricerca è un antidoto alla degenerazi­one del mercato, che adotta il modello consumisti­co dei farmaci anziché fare riferiment­o alla centralità della salute».

È un gatto che si morde la coda: il mancato finanziame­nto della ricerca produce maggiori spese sanitarie?

«Il mercato dei farmaci in Italia cuba 30 miliardi l’anno, il 76% a carico del Servizio Sanitario Nazionale, che così spende il 20% delle risorse che ha a disposizio­ne».

Adesso si parla di produrre il vaccino in Italia: è favorevole?

«In Germania ci sono due stabilimen­ti in grado di produrre il vaccino Pfizer. La Francia sta convertend­o lo stabilimen­to Sanofi-Pasteur. Anche noi dovremmo iniziare a darci da fare perché il Covid non è un problema che si risolverà presto. Il mondo è globalizza­to e con la pandemia dovremmo convivere anni. Il virus, come visto, si modifica e i vaccini che stiamo preparando adesso potrebbero rivelarsi inefficaci per contrastar­e alcune varianti. Funziona come l’influenza, ogni anno ti serve un nuovo ritrovato. Lo Stato deve produrre i vaccini o appoggiars­i direttamen­te a industrie private perché non sappiamo cosa accadrà e l’Italia non può continuare a mettere in mano ad altri le vite dei suoi cittadini».

Professore, la pandemia ha anche messo in crisi il rapporto tra Stato e Regioni, titolari della Salute…

«Capitolo complesso. Innanzitut­to bisogna dire che le Regioni sono troppe e troppo eterogenee. La Lombardia ha più di dieci milioni di abitanti, il Molise ne ha 300mila. Meglio sarebbe avere dodici distretti sanitari con un bacino ciascuno di cinque milioni di potenziali pazienti».

Lei vuole davvero scatenare una rivoluzion­e?

«Tagliare le Regioni significa intanto risparmiar­e molto personale burocratic­o, quindi tagliare le spese».

Chi deve tenere i cordoni della borsa? «La chiave è destataliz­zare il Sistema Sanitario Nazionale, staccarlo dalla Pubblica Am

«Sulle fiale l’Europa ha dormito e il nostro governo non ha vigilato»

ministrazi­one e dalle sue logiche. L’ideale sarebbe creare una Fondazione ispirata a regole e principi d’efficienza tipici della aziende private ma libera dall’obbligo di perseguire il profitto. Sotto di essa, le Regioni dovrebbero avere un budget da gestire seguendo criteri nazionali. Fondamenta­le è l’attività di controllo, che però non va esercitata prima, come oggi, perché in quella fase diventa paralizzan­te, bensì a posteriori, sanzionand­o i comportame­nti sbagliati».

Cosa intende per destataliz­zare il Servizio Sanitario?

«Sottrarlo alle leggi e procedure che lo rendono inefficace e lento, quando invece dev’essere duttile e rapido».

Lei critica anche l’Agenzia del Farmaco: cosa non la convince?

«Sono 27 anni che non viene realizzata una revisione sistematic­a del Prontuario per eliminare farmaci inutili o rivedere i prezzi. I costi oggi sono una Babele, con medicine uguali a prezzi molto diversi. L’Aifa dovrebbe esercitare un maggior controllo sulle case farmaceuti­che anziché subirle come oggi. Capita che gli ultimi farmaci arrivati non siano migliori dei precedenti, costano solo di più. L’Aifa è di manica troppo larga, spesso approva farmaci senza considerar­e l’impatto che hanno sulla qualità della vita».

Come si può fare ordine?

«Secondo la legislazio­ne europea un farmaco viene approvato sulla base di tre caratteris­tiche: qualità, efficacia e sicurezza. Questo però non ci dice se esso è meglio o peggio di quelli già esistenti. Si dovrebbe inserire come parametro anche il valore terapeutic­o aggiunto che un nuovo farmaco deve portare per essere approvato. E poi bisogna dire che i farmaci equivalent­i per i quali è scaduto il brevetto hanno i medesimi effetti di quelli originari, che sono solo più cari».

Un altro nervo scoperto evidenziat­o dall’epidemia è quello dei medici del territorio: sono eroi abbandonat­i?

«La medicina oggi si è complicata e il medico libero profession­ista non ha più senso. I colleghi di medicina generale dovrebbero essere dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale e lavorare insieme in poliambula­tori, con una segretaria, degli infermieri e strutture adeguate, in modo da relazionar­si con i colleghi anche a finalità terapeutic­he».

Dei centri di salute composti da più dottori di medicina generale?

«Sì, che possono fare anche piccoli interventi ed esami di routine, in modo da non intasare i pronto soccorsi e gli ospedali».

I pronto soccorso in effetti ormai sono alla paralisi…

«E spesso vi si gioca la vita o la morte del paziente. Dovrebbero essere il punto d’arrivo della carriera, con i medici più esperti, non quello di partenza. Ma per farli funzionare servono filtri d’accesso e banche dati».

Lei martella sull’informazio­ne, perché? «Perché è fondamenta­le, per il paziente e il medico. Oggi se c’è un errore terapeutic­o, medici e strutture ospedalier­e tendono a nasconderl­o, per evitare guai. Invece andrebbe comunicato, per non ripeterlo. Pensi alla pandemia: quanti errori terapeutic­i sono stati fatti data la mancanza di conoscenza, causando decessi evitabili».

Sul Covid c’è stato un eccesso di comunicazi­one da parte dei medici?

«Sarebbe stato opportuno parlare con una sola voce, come hanno fatto altrove. Molte cose giuste sono state mal interpreta­te perché sono andate in television­e persone non abituate a comunicare. Ma sull’informazio­ne medica trovo che la cosa più grave, direi inaccettab­ile, è che essa venga fatta quasi esclusivam­ente dalle case farmaceuti­che, sia presso il pubblico che presso i medici. Di fatto l’informazio­ne sanitaria in Italia non è indipenden­te. Per esserlo, dovrebbe correre su un canale preferenzi­ale, da medico a medico, senza informator­i commercial­i».

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