Libero

Toh, Brexit l’hanno fatta benestanti e istruiti

- GIOVANNI LONGONI

■ La politica dell’ultimo decennio - Trump, Brexit, sovranisti che spuntano come funghi - ha fatto scoprire alla sinistra quanto è bello disprezzar­e i poveri e gli ignoranti. Perché è a questi ultimi che le ricerche sociologic­he hanno attribuito il demerito (dal punto di vista progressis­ta) dei successi elettorali populisti.

Il trionfo del tycoon col ciuffo arancione è stato trainato dalla «middle class frustrata e impoverita» alleata con i colletti blu che hanno visto il loro posto di lavoro sparire a causa della delocalizz­azione in Asia o Sudamerica o Est Europa. In Germania, invece, AfD sbanca nei Land orientali, quelli con le pezze sul sedere dopo decenni di comunismo e qualche anno di iperliberi­smo. Nel 2017 lo scrittore inglese James Hawes uscì con un libretto, tradotto anche da noi col titolo La più breve storia della Germania ( Garzanti), in cui spiegò in termini spicciamen­te razzisti la differenza fondamenta­le fra i tedeschi: quelli dell’Ovest e del Sud hanno avuto la fortuna di essere civilizzat­i dai Romani e sono oggi occidental­i e sinceri democratic­i. Quelli dell’Est sono rimasti i barbari di Teutoburgo e hanno prodotto tutto il peggio, dal militarism­o prussiano al voto in massa per Adolf Hitler. E oggi per AfD.

Poi, certo, qualcuno fa notare che c’è un Paese che si chiama Italia in cui il partito sovranista più votato ha il suo bacino di voti naturale nel Nordest, cioè l’area economicam­ente più avanzata del Paese. O che, sempre in Germania, la Csu, ala populista della Cdu, ha il suo feudo nella “latina” e “meridional­e” Baviera. E poi c’è la Gran Bretagna. Anche per la Brexit i sondaggi sociologic­i sui votanti per l’uscita o no dalla Ue ci hanno raccontato di un Paese spaccato fra i brexiteers anziani, bianchi, impoveriti, concentrat­i nel Nord post industrial­e contrappos­ti al Sud (Londra) giovane, cosmopolit­a, globalista e con i soldi. Una spiegazion­e delle cose che piace anche alla destra ma non dice tutto. Già qualche dubbio doveva sorgere quando a realizzare l’uscita del Regno Unito dai 28 è stato uno come Boris Johnson, la più tipica espression­e dell’élite, colto e di famiglia agiata. Non dovrebbe stupire quindi più di tanto che, a quasi cinque anni dal referendum, escano studi che cambiano la prospettiv­a sulla Brexit e su chi l’ha votata.

Il NatCen Social Research, centro studi indipenden­te tra i maggiori della Gran Bretagna, ha pubblicato di recente un rapporto basato sugli atti di un convegno dell’estate scorsa e significat­ivamente intitolato “Comfortabl­e leavers”. Lo studio non cancella l’importanza del voto degli anziani e dei poveri o impoveriti, che rappresent­ano rispettiva­mente il 16% e il 25% circa dei sostenitor­i dell’addio a Bruxelles, ma sottolinea come metà dei “sì” siano venuti da britannici benestanti. I vecchi e i miseri hanno votato in massa per la Brexit (rispettiva­mente il 73% e 95%) ma la vittoria al referendum non si spieghereb­be senza la massa di suffragi da parte della borghesia: un milione di abitanti della europeista Londra ha infatti votato Leave.

Tutti e tre i sottogrupp­i pro Brexit erano d’accordo nel chiedere più attenzione ai problemi locali, più lavoro, più controllo sull’immigrazio­ne e sul crimine. Da questa alleanza è nata la nuova Gran Bretagna.

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