Marie Claire (Italy)

Re­la­zio­ni in­dis­so­lu­bi­li

SE MI LA­SCI TI MORDO (AN­ZI PIANGO)

- di Da­vi­de Bur­chiel­la­ro foto Dou­gie Wal­la­ce/ IN­STI­TU­TE Lifestyle · Good News · Pets · Hobbies · Milan · Instagram · Facebook · Alfred Russel Wallace · Pagani · Ivan Pavlov · Italy · Society of Jesus · International System of Units · face · Google · Pet Health · Alma

Nell’an­no (ci­ne­se) del Ca­ne, i quat­tro­zam­pe nel mon­do so­no or­mai un mi­liar­do. E con quel­li in fa­mi­glia vi­via­mo in sim­bio­si

CON SCE­NE DI GIUBILO E SCODINZOLI­I, CELEBRIAMO IL 2018, L’AN­NO DEL CA­NE. Per lo zo­dia­co ci­ne­se sa­ran­no me­si ispi­ra­ti all’em­pa­tia e all’one­stà ti­pi­ca di que­sto ani­ma­le. E all’uma­ni­tà è da­ta l’oc­ca­sio­ne di ren­de­re omag­gio a un’ami­ci­zia mil­le­na­ria, a una fe­del­tà sen­za pa­ri, a un amo­re in­con­di­zio­na­to che so­mi­glia sempre più a quel­lo ma­ter­no. Le no­vi­tà ci­no­fi­le so­no due, en­tram­be spiaz­zan­ti. La pri­ma è che la po­po­la­zio­ne ca­ni­na ha ap­pe­na rag­giun­to quo­ta un mi­liar­do nel mon­do. La se­con­da è che il no­me da ca­ne ma­schio più dif­fu­so og­gi a Milano non è più Pa­co, ma Mario. Sì, Mario. Se la pri­ma no­ti­zia apre in­ter­ro­ga­ti­vi sul­la so­ste­ni­bi­li­tà am­bien­ta­le dell’in­du­stria del pet food (ve­di ri­qua­dro a pa­gi­na 74), la se­con­da è frut­to di un’in­da­gi­ne del si­to the­mil­len­nial.it, che ha man­da­to gli sta­gi­sti in gi­ro per i par­chi cit­ta­di­ni a sco­pri­re i no­mi che i tren­ten­ni dan­no ai lo­ro quat­tro­zam­pe. In en­tram­bi i ca­si, dal­la scien­za al­la pseu­do­scien­za, si mol­ti­pli­ca­no i se­gna­li di un fe­no­me­no che per gli aman­ti de­gli ani­ma­li era già una cer­tez­za. Ov­ve­ro che i ca­ni so­no or­mai di­ven­ta­ti del­le “per­so­ne”. Non uma­ni, cer­to, ma per­so­ne. NON ESI­STE IN NA­TU­RA, CI HA IN­SE­GNA­TO KONRAD LORENZ. Il ca­ne è sta­to crea­to dall’uo­mo. Quan­do, non si sa. O me­glio, co­me nel ca­so de­gli uma­ni, c’è un anel­lo man­can­te. Pri­ma esi­ste­va­no scim­mio­ni e lu­pi. Poi l’evo­lu­zio­ne ci ha por­ta­to uo­mi­ni e ca­ni. Pri­ma i lu­pi han­no co­min­cia­to a se­guir­ci per man­gia­re gli avan­zi di cac­cia, poi ab­bia­mo ini­zia­to a se­guir­li noi per­ché il lo­ro na­so por­ten­to­so ci por­ta­va do­ve c’era­no pre­de gu­sto­se. O for­se è ac­ca­du­to il con­tra­rio. Fat­to sta che ades­so il lo­ro na­so è por­ten­to­so per­ché porta mi­lio­ni di fol­lo­wer a sfa­ma­re i no­stri pro­fi­li In­sta­gram. Ma è pro­prio il mi­ste­ro di que­sto re­ci­pro­co adat­ta­men­to ad am­man­ta­re di poe­sia que­sta storia. Per­ché cir­ca 10 mi­la anni fa è suc­ces­so qual­co­sa di mol­to bel­lo e ma­gi­co.

In qual­che ac­cam­pa­men­to, in qual­che fo­re­sta, ac­can­to a un fuo­co, dei cuc­cio­li di lu­po so­no sta­ti adot­ta­ti dall’uo­mo. For­se da una don­na: era­no fra­gi­li, ma­gri, ri­fiu­ta­ti dal bran­co, que­stuan­ti tra i ri­fiu­ti. Ma so­no sta­ti i lo­ro oc­chi grandi a smuo­ve­re istin­ti di pro­te­zio­ne. Il lo­ro sguar­do ha con­ti­nua­to a ip­no­tiz­zar­ci per se­co­li. La scien­za lo spie­ga co­sì: i ca­ni so­no “neo­te­ni­ci”, man­ten­go­no ca­rat­te­ri­sti­che da neo­na­ti an­che da adul­ti. Per esem­pio i lo­ro oc­chi ri­man­go­no grandi. Ab­bia­mo se­le­zio­na­to i no­stri ami­ci per­ché ri­ma­nes­se­ro con lo sguar­do dol­ce. I “pro­to­ca­ni” era­no dei pe­lu­che pri­mi­ti­vi da pro­teg­ge­re e nu­tri­re. Es­se­re si­cu­ri che sia an­da­ta in que­sto modo è co­me chie­der­si se dav­ve­ro quan­do chiu­dia­mo il fri­go la luce si spe­gne. Nes­su­no lo sa ve­ra­men­te ma nes­su­no si chiu­de nel fri­go. Ci fi­dia­mo. QUE­STO FAT­TO DEL­LA NEOTENIA, PE­RÒ, È L’UNI­CO STRU­MEN­TO INFALLIBIL­E per ca­pi­re che co­sa è og­gi il rap­por­to tra gli uma­ni e i ca­ni. Ba­sta guar­dar­li men­tre si guar­da­no tra lo­ro. Di­men­ti­ca­te per un at­ti­mo il vo­stro ca­ne, se ne ave­te uno. Per voi è uni­co, è nor­ma­le che lo ve­dia­te con gli oc­chi a cuo­re. Guar­da­te i ca­ni de­gli al­tri. Sa­rà di­sar­man­te. Sia­mo a Ma­de­si­mo, in Val­chia­ven­na, il termometro se­gna -7. Fuo­ri dal pa­ni­fi­cio di via Car­duc­ci c’è Mar­co, 13 anni, se­du­to ac­can­to al suo Whi­skey, un la­bra­dor. Men­tre at­ten­de la ma­dre, Mar­co par­la con il ca­ne. Lo fis­sa drit­to ne­gli oc­chi, ten­ta di ri­scal­dar­lo con le ma­ni. Ogni tan­to Mar­co dà una sbir­cia­ta in gi­ro per­ché non vuo­le che lo ve­da­no gli ami­ci, te­me che lo sfot­ta­no. A 13 anni se par­li con il ca­ne in­ve­ce che con la com­pa­gna di clas­se tet­to­na la vi­ta può es­se­re com­pli­ca­ta. Ma lui ha de­ci­so, Whi­skey non aspet­te­rà da so­lo: «Se­guo la pa­gi­na Fa­ce­book “Ca­ni tri­sti fuo­ri dai ne­go­zi”, non lo la­scio più» di­ce. Ce ne so­no al­tre de­di­ca­te a ca­ni tri­sti den­tro le au­to o al­la fi­ne­stra. Per for­tu­na ce ne so­no al­tre, al­le­gre, che mo­stra­no ca­ni che dor­mo­no a let­to o che pren­do­no aria fuo­ri dal fi­ne­stri­no.

All’ini­zio quel fiu­to por­ten­to­so ci ha aiu­ta­to a so­prav­vi­ve­re, og­gi il lo­ro NA­SO ci porta tan­ti fol­lo­wer su In­sta­gram

E c’è il lavoro del fo­to­gra­fo scoz­ze­se Dou­gie Wal­la­ce, che vi mo­stria­mo in que­ste pa­gi­ne. Lui lo com­men­ta co­sì: «Per me un ca­ne è sempre sta­to so­lo un ca­ne fin­ché non mi so­no im­bat­tu­to in un eser­ci­to di “ge­ni­to­ri”». Il ri­sul­ta­to: sguar­di da “clic­k­bai­ts” di­reb­be un so­cial me­dia manager: l’ir­re­si­sti­bi­le im­pul­so a met­te­re cuo­ri e an­co­ra cuo­ri sot­to quei mu­si. PER NON RI­SUL­TA­RE COM­PLE­TA­MEN­TE RINCRETINI­TI DA QUE­STO AMO­RE METAFISICO, pe­rò, bi­so­gna an­che chie­der­si se­ria­men­te se l’in­te­ra­zio­ne emo­zio­na­le e que­sto scam­bio di amo­ro­si sen­si sia­no dav­ve­ro re­sti­tui­ti dal ca­ne. Sia­mo so­lo aman­ti non ri­cam­bia­ti? Non chie­de­te mai all’ad­de­stra­to­re ci­no­fi­lo (e fo­to­gra­fo, e gior­na­li­sta) Ales­sio Pa­ga­ni se il rap­por­to psi­co­lo­gi­co uo­mo-ca­ne è fer­mo all’eto­lo­go Ivan Pa­vlov. Po­treb­be mor­der­vi: «Sia­mo ol­tre, la tec­ni­ca del ri­fles­so con­di­zio­na­to è su­pe­ra­ta e non ren­de me­ri­to al­le rea­li ca­pa­ci­tà di co­mu­ni­ca­zio­ne, emo­zio­ne e au­to­no­mia di de­ci­sio­ne svi­lup­pa­te dal ca­ne». È di­mo­stra­to che i ca­ni com­pren­do­no per­fet­ta­men­te cir­ca 600 pa­ro­le, e ba­sta ve­de­re i la­vo­ri pe­san­ti che svol­go­no per noi per ca­pi­re a che li­vel­lo sia l’em­pa­tia con l’uo­mo. Pa­ga­ni si spin­ge a di­re che la no­stra ci­vil­tà non sa­reb­be a que­sto pun­to sen­za ca­ni. Lo pen­sa­no an­che Brian Ha­re e Va­nes­sa Woods, del­la Du­ke University in Nor­th Carolina. Nel li­bro The Ge­nius

of Dog usa­no la pa­ro­la “gen­ti­lez­za” co­me chia­ve per spie­ga­re l’adat­ta­men­to del ca­ne: i pri­mi ca­ni sa­reb­be­ro sta­ti “gen­ti­li” con noi e al­la fi­ne pa­re che sia­no sta­ti lo­ro ad adot­tar­ci. Per gli ac­ca­de­mi­ci, «la sim­bio­si ora è to­ta­le e il ca­ne leg­ge an­che i lie­vi movimenti nell’oc­chio uma­no». Que­gli oc­chi at­ten­ti so­no la mi­su­ra del le­ga­me tra Mat­teo e Al­ma. Lui è un ca­ra­bi­nie­re fo­re­sta­le to­sca­no di 30 anni, lei è una me­tic­cia, una de­tec­ti­ve del­le pol­pet­te av­ve­le­na­te. Le sco­va e si sie­de ac­can­to al boc­co­ne fi­no all’ar­ri­vo di lui. Vi­vo­no in­sie­me gior­no e not­te. Lei ha oc­chi so­lo per lui. Dan­no la cac­cia ai brac­co­nie­ri che piaz­za­no esche al­la stric­ni­na per uc­ci­de­re i lo­ro con­cor­ren­ti lu­pi, vol­pi, lin­ci. Poi il ve­le­no en­tra nel­la ca­te­na ali­men­ta­re e col­pi­sce gat­ti, fai­ne, tas­si, uc­cel­li, bar­ba­gian­ni, pi­pi­strel­li, api. Mat­teo e Al­ma, due po­li­ziot­ti per i bo­schi del cen­tro Ita­lia. Ci so­no an­co­ra po­che ri­sor­se per pa­gar­ne al­tri. I VE­RI EROI SI SA CHE NON LO FAN­NO PER SOL­DI. Co­me i re­trie­ver del­la Royal Dut­ch Gui­de Dog Foun­da­tion, ca­ni ad­de­stra­ti a gua­ri­re i ve­te­ra­ni dal­lo stress po­st trau­ma­ti­co. I sol­da­ti fan­no in­cu­bi di guer­ra: i ca­ni gli dor­mo­no ac­can­to e ca­pi­sco­no quan­do ar­ri­va­no i brut­ti so­gni. Li lec­ca­no in fac­cia per sve­gliar­li e ac­cen­do­no la luce. Quel­li che intervengo­no nei ter­re­mo­ti re­spi­ra­no me­tri cu­bi di pol­ve­re ma non mol­la­no la pi­sta se “sen­to­no” un su­per­sti­te.

Ca­pi­sco­no 600 PA­RO­LE UMA­NE e si sfor­za­no sempre di in­tui­re che co­sa vo­glia­mo da lo­ro

LI CHIA­MA­NO “CA­NI DA LAVORO” E SE­CON­DO GLI ESPER­TI SO­NO ANI­MA­LI APPAGATI, SE­RE­NI. Poi ci so­no i ca­ni di fa­mi­glia a cui spes­so non per­met­tia­mo di fa­re i ca­ni, ma ci sen­tia­mo co­mun­que pa­dro­ni mo­del­lo. Mia Ca­ne­stri­ni, 36 anni, è una zoo­lo­ga del progetto Li­fe-M.I.R.CO-Lu­po, nel Par­co dell’Ap­pen­ni­no To­sco Emi­lia­no. Stu­dia i lu­pi, il fe­no­me­no del ran­da­gi­smo ca­ni­no ed è pro­prie­ta­ria di un quat­tro­zam­pe spet­ti­na­to, “Il Fif­fo”. Sul­la pa­gi­na Fa­ce­book del progetto spie­ga quan­to l’uso dei ca­ni da pa­sto­re per al­lon­ta­na­re i lu­pi sia più ef­fi­ca­ce del­la dop­piet­ta: «Ma non pos­so usa­re il ter­mi­ne “ca­ni da lavoro” per­ché mi in­sul­ta­no. Pas­so per una sfrut­ta­tri­ce». È la pro­va che, ac­can­to al­la sa­cro­san­ta ele­zio­ne del ca­ne e del gatto a mem­bri ef­fet­ti­vi del­la fa­mi­glia, li vo­glia­mo ne­vro­ti­ci co­me noi. Pen­sia­mo di far­li fe­li­ci co­me fos­se­ro crea­tu­re di­sneya­ne pron­te ad ar­ro­to­lar­si sul di­va­no con noi da­van­ti al­la tv. E in­tan­to svi­lup­pa­no stress, si mor­do­no zam­pe e co­da. «Si chia­ma “an­tro­po­mor­fiz­za­zio­ne” e au­men­ta l’igno­ran­za su­gli ani­ma­li», di­ce la Ca­ne­stri­ni. «L’af­fet­to non è in di­scus­sio­ne. Ci so­no ri­cer­che che so­sten­go­no che le don­ne ama­no al­la follia gli ani­ma­li do­ta­ti di fit­to man­to pe­lo­so. Io, con Il Fif­fo, ne so­no la pro­va. Pe­rò l’esa­ge­ra­zio­ne con­su­mi­sti­ca o la spa­smo­di­ca ri­cer­ca del­la die­ta per­fet­ta so­no tut­ti sin­to­mi di un rap­por­to che nuo­ce al ca­ne co­me al­le per­so­ne». E se il ca­ne è una per­so­na, tut­to tor­na. FOR­SE NON È PIÙ VE­RO NEM­ME­NO CHE AI NO­STRI CA­NI MAN­CA LA PA­RO­LA. Sap­pia­mo che ca­pi­sco­no 600 pa­ro­le e che fan­no uno sfor­zo enor­me per in­tui­re che co­sa vo­glia­mo. Pre­sto i ro­bot di Goo­gle po­tran­no com­pren­de­re più di un mi­lio­ne di vo­ca­bo­li. Ma con 600 pa­ro­le più un na­so di ca­ne si pos­so­no co­mun­que com­por­re poe­sie me­mo­ra­bi­li.

A vol­te li trat­tia­mo co­me CREA­TU­RE di­sneya­ne. Co­sì svi­lup­pa­no le no­stre stes­se ne­vro­si

 ??  ?? 66
66
 ??  ??
 ??  ?? In que­sta pa­gi­na, due me­tic­ci, un cuc­cio­lo di rott­wei­ler. Nel­la pa­gi­na ac­can­to: un wei­ma­ra­ner e un bas­sot­to. L’au­to­re del­le foto, Dou­gie Wal­la­ce spie­ga: «Amo i ca­ni e la lo­ro in­dif­fe­ren­za al­la fo­to­ca­me­ra».
In que­sta pa­gi­na, due me­tic­ci, un cuc­cio­lo di rott­wei­ler. Nel­la pa­gi­na ac­can­to: un wei­ma­ra­ner e un bas­sot­to. L’au­to­re del­le foto, Dou­gie Wal­la­ce spie­ga: «Amo i ca­ni e la lo­ro in­dif­fe­ren­za al­la fo­to­ca­me­ra».
 ??  ??
 ??  ?? Un ca­va­lier king char­les spa­niel ble­n­heim, una del­le più an­ti­che raz­ze da com­pa­gnia.
Un ca­va­lier king char­les spa­niel ble­n­heim, una del­le più an­ti­che raz­ze da com­pa­gnia.
 ??  ?? Un coc­ker spa­niel dal­lo sguar­do snob. Di­ce Wal­la­ce: « I ca­ni non san­no co­sa sia la mo­da, ma si adat­ta­no ».
Un coc­ker spa­niel dal­lo sguar­do snob. Di­ce Wal­la­ce: « I ca­ni non san­no co­sa sia la mo­da, ma si adat­ta­no ».

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy