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Ho pre­pa­ra­to un kit di so­prav­vi­ven­za con...

- Da­nie­la liuc­ci Entertainment · Movies · Sia Kate Isobelle Furler

Ho pre­pa­ra­to un kit di so­prav­vi­ven­za con Sal­ly Pot­ter

MET­TIA­MO UNA SE­RA A CENA. In un’ele­gan­te e li­be­ra­le to­w­n­hou­se lon­di­ne­se. Con ami­ci in sub­bu­glio ideo­lo­gi­co, suc­ces­si da fe­steg­gia­re e se­gre­ti da (ri)ve­la­re. Ben­ve­nu­ti nel film The Par­ty ( al ci­ne­ma dall’8/2), tra­gi­co­mi­co affresco di una so­cie­tà po­st. Po­st-va­lo­ri. Po­st-ve­ri­tà. Po­st-fem­mi­ni­smo. Po­st-se stes­si. Di­pin­to in bian­co, ne­ro e sa­ti­ra af­fi­la­ta dall’in­do­ma­bi­le Sal­ly Pot­ter ( Or­lan­do, Le­zio­ni di tan­go, Gin­ger & Ro­sa), re­gi­sta, sce­neg­gia­tri­ce, mu­si­ci­sta in­die bri­tan­ni­ca. E, per l’oc­ca­sio­ne, cau­sti­ca tra­ghet­ta­tri­ce di ani­me per­se. Co­me sia­mo fi­ni­ti in que­sto “nuovo mon­do”? Cer­can­do di sfug­gi­re al­la ve­ri­tà. Ri­fu­gian­do­ci in una zo­na gri­gia di se­gre­ti e bu­gie, man­can­za di au­ten­ti­ci­tà e di co­rag­gio ri­spet­to a idea­li e con­vin­zio­ni. Una zo­na in cui re­gna an­che l’am­ne­sia e la ce­ci­tà del­la po­li­ti­ca per le vi­te de­gli al­tri. Ec­co, è lì che tut­to va a ro­to­li. In uno zaino di es­sen­zia­li per so­prav­vi­ve­re, che co­sa met­te­reb­be? Acqua pu­li­ta. E il buon senso. Se sei sve­glio e at­ten­to, ri­sco­pri il va­lo­re dei tuoi prin­ci­pi e non ti la­sci di­strar­re da di­pen­den­ze, avi­di­tà, consumismo e men­zo­gne. Per­ché c’è una gros­sa dif­fe­ren­za tra ve­ri­tà e bu­gie, non si trat­ta so­lo di “un pun­to di vista di­ver­so”. Un se­gre­to per com­pren­der­la? Al­le­nar­si a co­glie­re le sfu­ma­tu­re, la pre­ci­sio­ne del lin­guag­gio. E os­ser­va­re i ge­sti. Per esem­pio, una ri­sa­ta di cuo­re o un pian­to im­prov­vi­so in ri­spo­sta a uno sti­mo­lo, che può an­che es­se­re un film, non puoi fin­ger­li. Non in­clu­de­reb­be uno stru­men­to per com­por­re una pro­te­st song? Sì, ma per scri­ve­re una can­zo­ne di te­ne­rez­za. Sia chia­ro, io amo i co­sid­det­ti ou­tsi­der, an­che nel­la mu­si­ca, che rac­con­ta­no si­tua­zio­ni mar­gi­na­li con ac­cu­ra­tez­za e in­fa­sti­di­sco­no il po­te­re. Og­gi, tut­ta­via, tut­ti ur­la­no, tut­ti pro­te­sta­no, tut­ti so­no ar­rab­bia­ti. Ne han­no di­rit­to e ra­gio­ni, ma ogni tan­to ci vuo­le an­che gen­ti­lez­za. È il non al­li­nea­men­to che sal­ve­rà il mon­do? Co­me ri­pe­to agli stu­den­ti di ci­ne­ma che la­men­ta­no man­can­za di fi­nan­zia­men­ti: pren­de­te in ma­no il te­le­fo­no e fa­te un film do­ma­ni. Non dob­bia­mo aspet­ta­re le op­por­tu­ni­tà, dob­bia­mo crear­le. L’ho fat­to an­che io: nes­su­no mi da­va sol­di, al­lo­ra mi so­no det­ta, fuck it, fac­cio da me. Ho crea­to la mia for­tez­za di ami­ci. Se­con­do lei, la de­mo­cra­zia è fi­ni­ta? No, ma do­po la Bre­xit mi so­no chie­sta: ci cre­do dav­ve­ro? Quel­le ele­zio­ni, con una mag­gio­ran­za non reale che ha det­ta­to la linea po­li­ti­ca per tut­ta la na­zio­ne, han­no evi­den­zia­to la fra­gi­li­tà del con­cet­to di de­mo­cra­zia. Pur­trop­po non ab­bia­mo nul­la di me­glio. Non an­co­ra.

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