IN­VI­DIA DEL SUC­CES­SO

LA SMETTIAMO DI ROSICARE?

Marie Claire (Italy) - - Da Prima Pagina - Di Sil­via Vec­chi­ni

SUC­CE­DE CO­SÌ. Nel ciar­la­re quo­ti­dia­no rac­con­ta­te la sto­ria di qual­cu­na che ha avu­to una pro­mo­zio­ne sul la­vo­ro, poi ha com­pra­to una ca­sa, si è spo­sa­ta, è di­ma­gri­ta tan­tis­si­mo, si è pre­sa una se­con­da lau­rea, ha avu­to un fi­glio. In­som­ma, ha rag­giun­to qual­che obiet­ti­vo im­por­tan­te del­la vi­ta. Ecco che im­prov­vi­sa­men­te si al­za­no a una a una le vo­ci del­la Ve­ri­tà, quel­le che san­no, han­no sa­pu­to, che il be­nes­se­re rag­giun­to dall’in­vi­dia­ta si può sin­te­tiz­za­re con una di que­ste fra­si: «Sì, ma l’avrà da­ta a qual­cu­no». «Eh, ma è fa­ci­le co­sì, è ric­ca. Ce la fa­ce­vo an­ch’io». «Sì, ma era di­soc­cu­pa­ta, ha avu­to tut­to il tem­po». «L’han­no aiu­ta­ta i ge­ni­to­ri, il fi­dan­za­to, non è fa­ri­na del suo sac­co». Non è esat­ta­men­te in­vi­dia ve­ra, non è odio in pu­rez­za, è un con­cet­to mol­to più am­pio. Ap­pe­na un’al­tra ce la fa, bi­so­gna met­ter­si un te­schio in ma­no e in­da­ga­re co­me Am­le­to per ve­de­re il mar­cio in Da­ni­mar­ca.

SU IN­TER­NET, IN­VE­CE, VA IN UN AL­TRO MO­DO. On­li­ne si odia che è un pia­ce­re. La ro­si­ca­ta si dif­fon­de be­nis­si­mo su ter­re­no so­cial, è il suo cam­po da gio­co pre­fe­ri­to, spe­cial­men­te ai dan­ni del­le fa­mo­sis­si­me. Se mi è lon­ta­na, la pos­so odia­re e le pos­so au­gu­ra­re la mor­te at­tra­ver­so un pro­fi­lo fa­ke, nes­su­no mi sco­pri­rà. So­no al si­cu­ro e ho det­to la mia, tut­ti la vo­le­va­no sen­ti­re la mia, ne so­no si­cu­ra, io mi so­no sfo­ga­ta e ades­so mi sen­to me­glio. È ap­pa­gan­te, è gra­tis, è li­be­ra­to­rio, for­se sgon­fia an­che le ca­vi­glie. Di so­li­to chi fa que­sti com­men­ti non ha rag­giun­to nes­sun obiet­ti­vo sa­lien­te nel­la vi­ta, op­pu­re è in­sod­di­sfat­to. Di so­li­to è una don­na. La ro­si­co­na è don­na. Un’al­tra ha ot­te­nu­to quel­lo che vo­le­va lei e, an­zi­ché chie­der­si co­me ot­te­ner­lo, pre­fe­ri­sce dir­ne pe­ste e cor­na, smi­nuir­la. AN­CHE GLI UO­MI­NI NON NE SO­NO IMMUNI. La ge­lo­sia, il ran­co­re, l’in­vi­dia in real­tà non è un pec­ca­to fem­mi­ni­le, ma ma­schi­le. In uno stu­dio del feb­bra­io 2018 a cu­ra del­la So­cie­tà In­ter­na­zio­na­le di Psi­coa­na­li­si è emer­so che so­no gli uo­mi­ni a vi­ve­re l’in­vi­dia nel 78% dei ca­si co­me sen­ti­men­to do­mi­nan­te nel­la pro­pria vi­ta pro­fes­sio­na­le e af­fet­ti­va. Lo stu­dio è il ri­sul­ta­to di un’ana­li­si che si è svol­ta su 1.300 ca­si, pe­scan­do tra uo­mi­ni e don­ne di età com­pre­sa tra i 25 e i 50 an­ni. Le don­ne af­fet­te da mania in­vi­dio­sa se­con­do gli stu­dio­si so­no so­lo il 43%. Per gli psi­coa­na­li­sti gli uo­mi­ni dis­si­mu­la­no con mag­gio­re abi­li­tà i pro­pri sen­ti­men­ti. Un al­tro stu­dio di Psy­cho­lo­gy To­day par­la di dif­fe­ren­ze di ba­se re­la­ti­ve al­le cau­se sca­te­nan­ti dell’in­vi­dia. Gli uo­mi­ni so­no più concentrati sul­la pre­stan­za fi­si­ca dei ri­va­li e sul­lo sta­tus so­cia­le. Le don­ne sull’in­tel­li­gen­za.

AMMETTETELO. AMMETTERLO È IL PRI­MO PAS­SO. Per­ché ro­si­chia­mo? Di so­li­to l’odio che pro­via­mo cor­ri­spon­de all’amo­re, co­me nel­la poesia di Ca­tul­lo: Odi et amo. Non si sa co­me sia pos­si­bi­le odia­re e ama­re al­lo stes­so tem­po, ep­pu­re suc­ce­de. Lui­gi Ma­ler­ba nel­le sue Gal­li­ne pen­sie­ro­se di­se­gna­va del­le im­ma­gi­ni pre­ci­se in un pol­la­io. «Nel pol­la­io si ac­ce­se una di­scus­sio­ne se fos­se più bella l’al­ba o il tra­mon­to. Si for­mò il par­ti­to del­le gal­li­ne al­bi­ste e quel­lo del­le tra­mon­ti­ste. Con il tem­po le une di­men­ti­ca­ro­no l’al­ba e le al­tre il tra­mon­to, ri­ma­se l’odio tra di lo­ro».

IL POL­LA­IO ITALICO DISCUTE DI CHIA­RA FER­RA­GNI. Pa­re che non ci si pos­sa fa­re una ra­gio­ne del fat­to che sia bel­lis­si­ma, ab­bia un suc­ces­so

pla­ne­ta­rio, pos­seg­ga tut­te le bor­se fir­ma­te che vuo­le e fac­cia tut­to quel­lo che vuo­le (ri­mar­can­do­ce­lo con un nu­me­ro in­fi­ni­to di sto­ries su In­sta­gram). Si è in­ven­ta­ta un la­vo­ro che non esi­ste­va, da blog­ger è di­ven­ta­ta ma­na­ger, ora an­che ce­le­bri­ty e ha una fa­mi­glia fe­li­ce con il suo Fe­dez che spo­se­rà il pri­mo set­tem­bre. Ha in­se­gna­to a Har­vard, chi la de­te­sta ha mai in­se­gna­to a Har­vard? Non cre­do. Il tra­va­so di bi­le fi­na­le è ar­ri­va­to con la na­sci­ta del bam­bi­no. Ho se­gui­to tut­te le fa­si di “Leon­ci­no”, da quan­do era avocado a quan­do gli han­no mes­so la pri­ma tu­ti­na fir­ma­ta. A Chia­ra ne han­no det­te di tut­ti i co­lo­ri: era trop­po ma­gra, che non si po­sta la gra­vi­dan­za e so­prat­tut­to il bam­bi­no (Leo è bel­lis­si­mo). Lei fa co­me Rhett Butler in Via col ven­to: fran­ca­men­te se ne in­fi­schia.

NEL POL­LA­IO DI BUCKINGHAM PALACE in­ve­ce ades­so se la de­vo­no ve­de­re in due. Ka­te Midd­le­ton non era di umi­li ori­gi­ni. Ha fre­quen­ta­to la stes­sa scuola del prin­ci­pe Wil­liam. I maliziosi han­no det­to che l’ha fat­to ap­po­sta. Il suo ma­tri­mo­nio è sta­to se­gui­to in di­ret­ta da tut­to il mon­do. Nien­te fuo­ri po­sto. L’im­pre­ve­di­bi­le suc­ces­so me­dia­ti­co del la­to B di Pip­pa, sua so­rel­la, non le ha im­pe­di­to di go­der­si la per­fe­zio­ne di quel gior­no. Trop­po per­fet­to. Dov’è il mar­cio? È bella, ha dei cap­pot­ti­ni in to­no con i cap­pel­li­ni, com’è uso del­le in­gle­si, si sa com­por­ta­re in pub­bli­co, la lun­ghez­za del­le gon­ne non fa in­di­spet­ti­re la Regina Ma­dre. Ha ge­ne­ra­to tre ere­di, si fa i fat­ti suoi e non vuo­le es­se­re fo­to­gra­fa­ta in co­stu­me. Che ha fat­to di ma­le? Nien­te. È prin­ci­pes­sa. Por­ta con sti­le le gra­vi­dan­ze e i po­st par­tum. Me­ghan Mar­kle è at­tri­ce, co­me Gra­ce Kel­ly. È un’afroa­me­ri­ca­na di­vor­zia­ta, si è ac­com­pa­gna­ta da so­la all’al­ta­re per­ché non di­pen­de da nes­sun uo­mo, nean­che dal pa­dre. È riu­sci­ta a pren­der­si il prin­ci­pe Har­ry, il più fi­go di tut­ta la Royal Fa­mi­ly, quan­do pen­sa­va­mo sa­reb­be ri­ma­sto sca­po­lo. Nel gior­no del ma­tri­mo­nio ha vin­to con gli ospi­ti in­ter­na­zio­na­li e gli ef­fet­ti spe­cia­li di Hol­ly­wood. Ka­te non ave­va Geor­ge Cloo­ney né i go­spel di Stand by me lun­go la na­va­ta. Sen­za fa­re nien­te l’ha su­pe­ra­ta in fi­ghez­za. Un ra­pi­do sor­pas­so in ro­si­ca­ta.

POL­LA­IO AME­RI­CA­NO: TUT­TI GLI OC­CHI SU ME­LA­NIA. Bella, ma­gra, ex mo­del­la, sfac­cia­ta­men­te mi­liar­da­ria, Fir­st La­dy. Co­sa si può chie­de­re di più per odiar­la? L’ac­cu­sa è che quan­do il ma­ri­to si è in­se­dia­to al­la Ca­sa Bian­ca non si è pre­sa il di­stur­bo di se­guir­lo su­bi­to. È ri­ma­sta a New York con la scu­sa del fi­glio Bar­ron: ri­schio stress da tra­sfe­ri­men­to se aves­se cam­bia­to scuola. Sem­bra una che si fa i fat­ti suoi, an­che se si è sca­glia­ta con­tro Do­nald (da cui ol­tre­tut­to è sta­ta tra­di­ta) sui 2mi­la bam­bi­ni strap­pa­ti ai ge­ni­to­ri mes­si­ca­ni. Ha la tem­pra del­le don­ne dell’Est e una cer­ta tri­stez­za nel­lo sguar­do, ma for­se è so­lo sod­di­sfa­zio­ne. Noi non sap­pia­mo nien­te. Pe­rò ro­si­chia­mo. In fa­mi­glia gran­di stra­li col­pi­sco­no an­che Ivan­ka, fi­glia pre­fe­ri­ta e con­si­glie­ra di Trump: ber­sa­glio fa­ci­le.

E NEL POL­LA­IO IN­TEL­LET­TUA­LE? Che l’in­vi­dia sia an­che fem­mi­na lo spie­ga be­ne Ele­na Fer­ran­te in quat­tro ro­man­zi. Quel­la di Li­la e Le­nuc­cia è una sto­ria di ami­ci­zia tra due don­ne. E di gran­di in­vi­die. C’è una li­nea sot­ti­le che cor­re tra l’odio e l’amo­re tra lo­ro. Co­me in ogni le­ga­me tra don­ne. Quan­do una emer­ge l’al­tra un po’ fin­ge di es­ser fe­li­ce e un po’ lo è. Più che leg­ge­re un ro­man­zo, sem­bra di se­gui­re una ga­ra. Ar­ri­va una, vuo­le ar­ri­va­re an­che l’al­tra. Una su­pe­ra, l’al­tra cer­ca di ri­met­ter­si in pa­ri e poi di su­pe­ra­re a sua vol­ta. Sul fron­te col­le­ghi la Fer­ran­te è l’in­cu­bo de­gli au­to­ri in­ven­du­ti ita­lia­ni. Se la so­gna­no la not­te. Han­no fat­to un’inchiesta per ca­pi­re chi fos­se. Han­no det­to che è un uo­mo: im­pos­si­bi­le che una don­na scri­va co­sì be­ne, ven­da co­sì tan­to e sia tra­dot­ta ovun­que. Ha ca­pi­to il con­cet­to di pri­va­cy e l’ha ap­pli­ca­to fi­no al­le estre­me con­se­guen­ze. Non im­por­ta chi sia, l’im­por­tan­te è che LÕa­mi­ca ge­nia­le sia sta­to scrit­to. L’im­por­tan­te è che tut­ti ne ab­bia­no una co­pia. E che tut­ti ro­si­chi­no.

Una li­nea sot­ti­le cor­re tra l’odio e l’amo­re. Co­me in ogni ami­ci­zia tra don­ne. Quan­do una emer­ge, l’al­tra un po’ fin­ge di es­se­re fe­li­ce e un po’ lo è dav­ve­ro

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