Nuo­ta­re al lar­go in­sie­me, la­sciar­si an­da­re. Pri­ma del ri­tor­no al­la rou­ti­ne

Marie Claire (Italy) - - TENGO FAMIGLIE - di Mi­che­le Ne­ri

Og­gi ab­bia­mo nuo­ta­to più al lar­go del so­li­to. Dall’al­to, la mia com­pa­gna e io sia­mo due chio­di pian­ta­ti su una pa­re­te blu. Mol­ti me­tri sot­to di noi, il tap­pe­to di al­ghe on­deg­gia in mo­do in­quie­tan­te. La spiag­gia è lon­ta­na, con­fu­sa nel fre­men­te cal­do po­me­ri­dia­no. I cor­pi ob­be­di­sco­no al ma­re, ospi­ti di un’im­men­si­tà in­dif­fe­ren­te. Sen­za toc­car­si tra lo­ro, le no­stre gam­be, le brac­cia e i tor­si ese­guo­no una dan­za di­sor­di­na­ta. Sdra­ia­ti in su­per­fi­cie, le orec­chie rin­tro­nan­ti, co­min­cia­mo ad an­da­re al­la de­ri­va. An­che se non ci par­lia­mo, cre­do che lei pro­vi lo stes­so mio bri­vi­do: sia­mo noi due ma non i so­li­ti, for­se sia­mo di più. Stia­mo en­tran­do in un ter­ri­to­rio pre­sen­te ogni gior­no at­tor­no a noi, ma cui non pre­sta­va­mo at­ten­zio­ne; a man­ca­re era il tem­po o l’istin­to. Il mo­men­to è que­sto. Lo ri­co­no­sco. Ab­bia­mo nuo­ta­to fi­no a qui, e for­se più del do­vu­to, per la­sciar­ci an­da­re. Con­fu­si tra i blu di­ver­si, ac­ce­ca­ti dal so­le, at­ti­ra­ti da un bi­so­gno: sco­va­re l’istan­te, esau­rir­ci lì den­tro, fin­ge­re che non tor­ne­re­mo più a ri­va, che il no­stro mon­do sia do­ve non esi­ste lo­gi­ca, e il brac­cio con­ti­nue­rà a muo­ver­si sott’ac­qua co­me un ani­ma­le estra­neo. Per­ché or­mai Fer­ra­go­sto in­cal­za, è la vet­ta dell’esta­te, sta­gio­ne del­le com­pli­ci­tà, e da cui si ri­co­no­sce il per­cor­so com­piu­to, si ve­de ciò che ci aspet­ta, il rien­tro, le con­sue­tu­di­ni. Pri­ma del ri­tor­no al­la rou­ti­ne, è fon­da­men­ta­le che, al­me­no una vol­ta, si sia riu­sci­ti a di­re a se stes­si que­sto mo­men­to è vi­ta ve­ra. Po­tre­mo sce­glie­re noi, l’av­ven­tu­ra, o la di­sav­ven­tu­ra. Non sem­pre l’even­to - frut­to del ca­so e che per me ha ri­ve­sti­to l’idea di vi­ta nel­la sua espres­sio­ne più pro­fon­da o in­con­trol­la­bi­le - ha avu­to lo stes­so ef­fet­to per la mia com­pa­gna. È ca­pi­ta­to che le due ver­sio­ni ab­bia­no im­pie­ga­to an­ni, per fa­re pa­ce. È sta­to quan­do ho vo­lu­to at­tra­ver­sa­re in mo­to, di not­te, una zo­na de­ser­ta, e la ben­zi­na è fi­ni­ta con noi in un an­frat­to pri­vo di lu­ce, e fi­no all’al­ba ci sia­mo se­du­ti sul ci­glio del­la stra­da, aspet­tan­do un ru­mo­re uma­no, sor­pre­si ogni se­con­do da quel­li po­co con­for­tan­ti di ani­ma­li. Al­tre vol­te ci han­no aiu­ta­to er­ro­ri, sfi­ghe, di­men­ti­can­ze e spa­ven­ti, man­can­za di buon­sen­so. Si è ac­com­pa­gna­ta a ogni for­ma di eb­brez­za, com­pre­sa la più ov­via, quel­la al­co­li­ca.

Ti ri­cor­di? Non è ve­ro, poi non ne par­lia­mo, è un’an­to­lo­gia pri­va­ta. La­sciar­si an­da­re è tur­ba­men­to. Per­ché le due ver­sio­ni non coin­ci­do­no, so­prat­tut­to pas­sa­ti an­ni, quan­do l’abi­tu­di­ne oc­cu­pa i do­di­ci me­si. E co­sì di­ven­ta un te­st. Per con­trol­la­re che l’al­tro sia an­co­ra là, ad ac­co­glier­ci; non la per­so­na con cui ab­bia­mo or­mai stret­to pat­ti si­cu­ri, ma l’al­tro che un gior­no ab­bia­mo in­con­tra­to, e che si av­vi­ci­ne­rà, ci au­gu­ria­mo, cu­rio­so co­me la pri­ma vol­ta. Per chi non è ti­po da sca­la­te, sa­fa­ri o tra­ver­sa­te, le escur­sio­ni ve­re av­ven­go­no nel­lo spa­zio co­mu­ne a chi si ama. I fi­gli pos­so­no par­te­ci­pa­re, ma di so­li­to è un gio­co di cop­pia. Lo scrit­to­re scoz­ze­se John Burn­si­de de­scri­ve co­sì il luo­go, so­prat­tut­to idea­le, do­ve ci sia­mo spin­ti a nuo­to sen­za pen­sa­re se fos­se la co­sa giu­sta da fa­re: la zo­na oscura in fon­do al lu­na park. Nes­su­no ave­va vo­glia di uscir­ne. Sem­bra­va che ci sa­rem­mo di­ret­ti di nuo­vo al lar­go; la ra­gio­ne era ri­man­da­ta là, do­po le va­can­ze. An­che se ad ac­co­glier­ci a ri­va sa­rà poi la ten­ta­zio­ne più ter­re­na, l’odo­re del pol­lo con i pe­pe­ro­ni pre­pa­ra­to dal­la vi­ci­na di om­brel­lo­ne, esi­tia­mo a ri­tro­va­re le sen­sa­zio­ni e le pa­ro­le di pri­ma. C’è uno spae­sa­men­to ed è an­co­ra più buo­no. Ci sa­rà tem­po per tor­na­re nor­ma­li.

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