No, non c’è mai una se­con­da chan­ce per il pri­mo, gran­de amo­re che ci fe­ri­sce

Marie Claire (Italy) - - SENTIMENTALISTI ANONIMI - di Chia­ra Gam­be­ra­le

So­no se­du­ta sul­la no­stra pan­chi­na. Sei in pie­di da­van­ti a me e par­li a raf­fi­ca. Di­ci che mi ami, che è sta­to un er­ro­re la­sciar­mi. Men­tre par­li, pen­so a quan­do sei en­tra­to nel­la mia vi­ta, con quel­la tua cam­mi­na­ta lì. Ar­ri­va­va pri­ma il tuo sor­ri­so e poi tu! Mi hai ama­ta. E io ho ama­to te. Ora di­ci che sen­za di me non hai ri­tro­va­to te stes­so, ma l’hai per­so. Ri­cor­di quan­to era­va­mo fe­li­ci a Düs­sel­dorf e che po­trem­mo es­ser­lo di nuo­vo. Io ri­pen­so, in­ve­ce, che per se­guir­ti ho la­scia­to il la­vo­ro, la ca­sa, gli af­fet­ti. A Düs­sel­dorf ho ri­co­min­cia­to una vi­ta, nuo­ve ami­ci­zie, una nuo­va lin­gua, da so­la. Tu a ca­sa a gio­ca­re ai vi­deo­gio­chi. Ma era­va­mo fe­li­ci, sì: le ce­ne, i ba­ci, le ca­rez­ze, gli ab­brac­ci, le ri­sa­te. E la vo­glia di un fi­glio. Con­ti­nui a par­la­re, in­si­sti che dob­bia­mo tor­na­re in­sie­me a Fran­co­for­te. Fran­co­for­te, pen­so. Un al­tro cam­bia­men­to, un al­tro ri­co­min­cia­re tut­to e da so­la. Sen­za la­men­tar­mi, l’ho fat­to. Ma tu non ca­pi­vi. Per­ché a ri­co­min­cia­re ero sem­pre io. Que­sta vol­ta non ci so­no riu­sci­ta. So­no ri­ma­sta in­trap­po­la­ta nel mio do­lo­re. Pro­fes­si di es­se­re pron­to a cu­rar­ti, per­ché un fi­glio è la co­sa più im­por­tan­te per te. Men­tre par­li mi ri­ve­do ste­sa su quel let­ti­no con le gam­be di­va­ri­ca­te a fa­re esa­mi, ac­cer­ta­men­ti, con­trol­li, da so­la. Poi nuo­ve me­di­ci­ne, nuo­ve cu­re, men­tre tu non vo­le­vi con­trol­lar­ti. Ti rac­con­ta­vo del­le nuo­ve cu­re or­mo­na­li, men­tre tu gio­ca­vi ai vi­deo­gio­chi. Ora giu­ri che sei pron­to a tut­to. E io mi ri­ve­do nel­lo stu­dio del­la gi­ne­co­lo­ga, da so­la. Il pro­ble­ma era tuo. Tut­te le mie cu­re era­no sta­te inu­ti­li. In si­len­zio pian­ge­vo. Pian­ge­vo per­ché non eri in gra­do di af­fron­ta­re le cu­re, pian­ge­vo per­ché, no­no­stan­te il mio de­si­de­rio di ma­ter­ni­tà, ti sa­rei ri­ma­sta ac­can­to. Pian­ge­vo per­ché sa­re­sti scap­pa­to. In­fat­ti sei scap­pa­to. Ades­so di­chia­ri quan­to sei in­na­mo­ra­to di me. Mi tor­na in men­te quan­do mi hai det­to che ero in­gras­sa­ta, non ero più quel­la di un tem­po. È ve­ro. Ero in­gras­sa­ta per tut­te quel­le me­di­ci­ne che ave­vo pre­so. Ri­ba­di­sci, an­co­ra, che de­vo tor­na­re a Fran­co­for­te. Là è la no­stra oc­ca­sio­ne. La tua oc­ca­sio­ne, non la mia. E rie­cheg­gia la tua te­le­fo­na­ta di po­chi mi­nu­ti con cui mi hai la­scia­ta. Riec­co quei cin­que gior­ni, gli ul­ti­mi in­sie­me, quan­do io vo­le­vo fer­ma­re il tem­po, tu già sta­vi vi­ven­do un al­tro tem­po, sen­za di me. Ri­vi­vo la mia so­li­tu­di­ne, la pri­gio­ne dei miei pen­sie­ri e del­le mie pau­re. Mi ri­ve­do sul vo­lo Fran­co­for­te-Na­po­li che mi ri­por­ta­va in Ita­lia, do­po tre an­ni di Ger­ma­nia, e sei di vi­ta in­sie­me. Ho ri­co­min­cia­to una nuo­va esi­sten­za, con fa­ti­ca, sen­za di te. Mi ri­pe­ti che que­sta vol­ta ce la fa­re­mo, che so­no la don­na che vuoi al tuo fian­co. Non mi hai mai chia­ma­to don­na. Il tuo monologo è in­ter­rot­to dal­lo squil­lo del te­le­fo­no, lo pren­do dal­la ta­sca ma non ri­spon­do. Al­zo lo sguar­do e non ti ve­do più. Sei scom­par­so co­me una bol­la di sa­po­ne. Non c’eri da­van­ti a me, ti ho so­lo im­ma­gi­na­to. Al­zo lo sguar­do al cie­lo. Am­mi­ro l’oriz­zon­te e re­spi­ro la li­ber­tà, la mia. Ti ho ama­to per i tuoi li­mi­ti, per le tue de­bo­lez­ze. Ti ho ama­to per la tua al­le­gria e per le tue an­sie. Ti ho ama­to per la tua ri­so­lu­tez­za e per la tua in­si­cu­rez­za. Ti ho ama­to co­me una mam­ma ama il suo bam­bi­no.

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