LE­ZIO­NI DI VO­LO

È mi­gra­ta a New York per ve­de­re co­sa sa­reb­be sta­ta ca­pa­ce di fa­re. Ri­sul­ta­to: un film sor­pren­den­te, per co­min­cia­re. Ana Asen­sio è una ve­ra spe­cia­li­sta in sal­ti nel buio

Marie Claire (Italy) - - CINEMA WOW -

UN CER­CHIO DI RA­GAZ­ZE ve­sti­te di ne­ro. Aspet­ta­no di es­se­re scel­te: una a una, en­tre­ran­no in una stan­za do­ve non si ca­pi­sce co­sa suc­ce­da. È uno stra­no par­ty e so­no sta­te pa­ga­te per par­te­ci­pa­re. Ma le lo­ro fac­ce, com­pre­sa quel­la del­la pro­ta­go­ni­sta Lu­cia­na, so­no ter­ro­riz­za­te. Fer­mia­mo­ci qua, e spo­stia­mo l’in­qua­dra­tu­ra su Ana Asen­sio, qua­ran­ten­ne re­gi­sta di Mo­st Beau­ti­ful Island (dal 16/8 in sa­la), un film sor­pren­den­te che rie­sce, con un bud­get mol­to bas­so, a toc­ca­re al­te vet­te di su­spen­se e an­che qual­co­sa di più pro­fon­do e na­sco­sto. Il suo film par­la di sal­ti nel buio. Co­sa ne sa, lei? Ero mol­to gio­va­ne quan­do ho mes­so po­che co­se in va­li­gia e da Ma­drid so­no an­da­ta a New York. Vo­le­vo usci­re dal­la mia com­fort zo­ne, as­sag­gia­re i miei li­mi­ti in un Pae­se di cui co­no­sce­vo po­co an­che la lin­gua. Ho in­con­tra­to mol­te don­ne in con­di­zio­ni si­mi­li al­la mia. Al­cu­ne ave­va­no so­gni pre­ci­si, al­tre non sa­pe­va­no che co­sa vo­le­va­no. Ve­ni­va­mo da back­ground di­ver­si. Ma con­di­vi­de­va­mo due co­se: la vi­ta di pri­ma ci sta­va stret­ta e ci tro­va­va­mo ad af­fron­tar­ne una nuo­va, du­ra, lottando sen­za un So­cial Se­cu­ri­ty Num­ber (l’as­si­cu­ra­zio­ne sa­ni­ta­ria, ndr), la­vo­ran­do in ne­ro. Espo­nen­do­ci, per so­prav­vi­ve­re, a si­tua­zio­ni dif­fi­ci­li. Per­ché ha de­di­ca­to il film a suo pa­dre? Quan­do è mor­to, no­ve an­ni fa, ho ri­con­si­de­ra­to tut­to nel­la mia vi­ta. Ho de­ci­so che non c’era tem­po da per­de­re, se ave­vo dei de­si­de­ri do­ve­vo la­vo­rar­ci sen­za pau­re. Il pri­mo era met­te­re la mia sto­ria in un film, co­sì mi so­no de­ci­sa a fa­re il sal­to, stan­do, ol­tre che da­van­ti, die­tro la mac­chi­na da pre­sa, cer­can­do an­che i fon­di per pro­dur­lo. Ha tre con­si­gli da da­re a chi si è ap­pe­na tra­sfe­ri­to in un al­tro Pae­se in cer­ca di fu­tu­ro? Qual­co­sa di uti­le per non per­de­re il con­tat­to con se stes­so... 1) Tro­va un po­sto che ti fac­cia sen­ti­re al si­cu­ro e più “vi­ci­no” a ca­sa tua, do­ve ri­fu­giar­ti nei mo­men­ti di spae­sa­men­to. Può es­se­re una chiesa, se cre­di. Per me è sem­pre un par­co. I par­chi di tut­to il mon­do so­no si­mi­li, e guar­da­re gli al­be­ri ha il gran­de po­te­re di ri­met­ter­ti in se­sto. 2) Ogni mat­ti­na, ap­pe­na ti sve­gli, chie­di­ti: per­ché og­gi so­no qui? Og­gi. Non il pros­si­mo me­se. De­vi tro­va­re una ra­gio­ne e del­le co­se da fa­re per ogni sin­go­lo gior­no. 3) Men­tre sei in cer­ca di op­por­tu­ni­tà, non di­men­ti­ca­re di man­gia­re, an­zi man­gia agli stes­si ora­ri di pri­ma e cu­ci­na­ti spes­so le co­se che fa­re­sti a ca­sa. Il ci­bo è una del­le fon­da­men­ta­li fon­ti di equi­li­brio e spi­ri­tua­li­tà.

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