E al­la fi­ne re­sta so­lo l’amo­re

Marie Claire (Italy) - - ATTORI IN MOSTRA - Di Gian­ma­ria Tam­ma­ro fo­to Ro­ber­ta Kra­snig

A VE­NE­ZIA TUT­TI AT­TEN­DO­NO ALES­SAN­DRO BOR­GHI NEL DIF­FI­CI­LE RUO­LO DI STE­FA­NO CUC­CHI. NOI IN­VE­CE LO AB­BIA­MO IN­CON­TRA­TO IN UNA CAL­DA GIOR­NA­TA RO­MA­NA: CI HA RAC­CON­TA­TO DEL­LE LE­ZIO­NI D’IN­GLE­SE, DI QUEL­LE DI VI­TA. E DI CO­ME, GRA­ZIE AL­LA PAS­SIO­NE, HA IM­PA­RA­TO A FI­DAR­SI DE­GLI AL­TRI

So­no le 12 pas­sa­te, fa un cal­do tre­men­do, e Ro­ma son­nec­chia pi­gra­men­te. C’è gen­te in pau­sa dal la­vo­ro che si rin­ta­na sot­to le fron­de de­gli al­be­ri, e ci so­no le mam­me che sor­ve­glia­no i lo­ro bam­bi­ni men­tre gio­ca­no al par­co. A San Co­si­ma­to, all’om­bra del­lo scher­mo del Pic­co­lo Ame­ri­ca, si smon­ta il mer­ca­to. Ales­san­dro Bor­ghi vie­ne avan­ti da una del­le viuz­ze la­te­ra­li, in t-shirt e pan­ta­lon­ci­ni, un sor­ri­so sul­le lab­bra e il ca­sco sot­to­brac­cio. Bion­do, oc­chi az­zur­ri, la bar­ba cu­ra­ta. Ha ap­pe­na fi­ni­to una le­zio­ne d’in­gle­se. «Ser­ve per i pro­vi­ni, e poi ser­ve a me», di­ce. Con Ro­ma, Ales­san­dro am­met­te di ave­re un rap­por­to par­ti­co­la­re. Di amo­re e odio. «Per­ché que­sta è una del­le cit­tà più dif­fi­ci­li del mon­do, ma pu­re, quan­do la guar­di al tra­mon­to, la più bel­la». È in una del­le sue ra­ris­si­me pau­se dal­le ri­pre­se del­la se­con­da sta­gio­ne di Suburra, la se­rie di Net­flix di­spo­ni­bi­le a ini­zio 2019. «Ri­co­min­cia­mo ve­ner­dì, e poi fi­ni­sco il 3 ago­sto. Que­st’an­no le co­se so­no di­ver­se, è tut­to più bel­lo e sem­pli­ce». Gli epi­so­di so­no di­ven­ta­ti ot­to, ci so­no nuo­vi re­gi­sti e me­no sce­neg­gia­to­ri. «Ci sa­rà da di­ver­tir­si», promette Ales­san­dro. Pren­dia­mo la sua mo­to e at­tra­ver­sia­mo la cit­tà. Ar­ri­via­mo a un pic­co­lo lo­ca­le, con le se­die e i ta­vo­li­ni all’aper­to, e ci fer­mia­mo. Tut­ti sem­bra­no co­no­sce­re Ales­san­dro: lo sa­lu­ta­no, scher­za­no, l’ab­brac­cia­no. «Ven­go a man­gia­re sem­pre qui, non so­no mai so­lo». La no­stra in­ter­vi­sta co­min­cia ades­so: una chiac­chie­ra­ta fiu­me lun­ga ore, che va avan­ti e in­die­tro tra pas­sa­to e pre­sen­te, tra film, ri­cor­di ed espe­rien­ze. « Se mi chie­di co­me sto, ti di­co be­ne. Per­ché so­no fe­li­ce di quel­lo che sta suc­ce­den­do nel­la mia vi­ta. E io met­to la fe­li­ci­tà al pri­mo po­sto. Ca­pi­sco che so­no una per­so­na for­tu­na­ta. Sul set de Il pri­mo re di Mat­teo Ro­ve­re (an­co­ra sen­za da­ta d’usci­ta, ndr), me ne so­no re­so con­to. Noi at­to­ri sia­mo abi­tua­ti a la­men­tar­ci. Per­ché ma­ga­ri fi­nia­mo tar­di, per­ché tor­nia­mo a ca­sa stan­chi. Per­ché per pe­rio­di in­te­ri non pos­sia­mo fa­re al­tro. Poi, pe­rò, ca­pia­mo che que­sto è il prez­zo da pa­ga­re per un la­vo­ro che non è un la­vo­ro, ma una pas­sio­ne». Quan­do Ales­san­dro ha co­min­cia­to, è sta­to per ca­so. «Pen­sa che non sa­pe­vo nem­me­no che si po­tes­se pre­pa­ra­re un pro­vi­no. Io ho ini­zia­to per pu­ra coin­ci­den­za e ho sem­pre cer­ca­to di ag­grap­par­mi all’istin­to. So­lo in un se­con­do mo­men­to ho stu­dia­to al­la scuo­la di Jen­ny Tam­bu­ri». Il suc­ces­so è ar­ri­va­to con Suburra di Ste­fa­no Sol­li­ma e con Non es­se­re cat­ti­vo di Clau­dio Ca­li­ga­ri: «Da al­lo­ra, ogni co­sa è en­tra­ta a far par­te del­la mia vi­ta. Ci ve­dia­mo e ci sen­tia­mo sem­pre, con la Ban­da Ca­li­ga­ri. E il ri­cor­do di Clau­dio è uno dei più for­ti che con­ser­vo. Se c’è una co­sa che mi ha in­se­gna­to è di non ave­re pre­giu­di­zi. Di non giu­di­ca­re. Per­ché nes­su­no di noi è nel­la po­si­zio­ne per far­lo». Que­sta è una co­sa su cui Ales­san­dro tor­na spes­so, e lo fa ap­pas­sio­na­ta­men­te, ri­ba­den­do ogni pa­ro­la con cu­ra. «Per ca­pi­re la real­tà del­la bor­ga­ta, de­vi co­no­scer­la. Mio cu­gi­no è del Trul­lo ed è sta­ta la per­so­na che mi ha cre­sciu­to emo­ti­va­men­te. Mi ha fat­to ve­de­re la stra­da ve­ra, quel­la fat­ta di gen­te brut­ta, do­ve hai il bi­so­gno di sen­tir­ti pro­tet­to. Mi ha per­mes­so di non es­se­re né vit­ti­ma, né com­pli­ce di quel mon­do. E lui le ha pro­va­te su se stes­so, que­ste co­se. Per­ché è sta­to sia vit­ti­ma che com­pli­ce. I miei per­so­nag­gi più for­ti, co­me Vittorio e Nu­me­ro 8, so­no ispi­ra­ti a lui. Io guar­do a quel­la real­tà con­sa­pe­vo­le di non po­ter­la spie­ga­re». Tra i prossimi film di Ales­san­dro, c’è Sul­la mia pel­le di Ales­sio Cre­mo­ni­ni do­ve in­ter­pre­ta Ste­fa­no Cuc­chi: «Mi so­no da­to co­me pri­mo obiet­ti­vo quel­lo del fi­si­co. Mi so­no det­to che se non ar­ri­va­vo a pe­sa­re 62 kg, non sa­rei sta­to cre­di­bi­le. Ero ter­ro­riz­za­to. In quel pe­rio­do mi si era­no som­ma­te tan­tis­si­me co­se. E per un mo­men­to ho te­mu­to di non far­ce­la. Poi pia­no pia­no, co­me suc­ce­de sem­pre nel­la mia vi­ta, ci so­no riu­sci­to». E si è tra­sfor­ma­to: ma­gro, smun­to, len­to, la par­la­ta tra­sci­na­ta, gli oc­chi in­ca­va­ti. Ales­san­dro scom­pa­re e ap­pa­re Ste­fa­no. Sul­la mia pel­le, pro­dot­to da Lucky Red, apri­rà la se­zio­ne

Oriz­zon­ti del­la Mo­stra In­ter­na­zio­na­le d’Ar­te Ci­ne­ma­to­gra­fi­ca di Ve­ne­zia e sa­rà di­stri­bui­to il 12 set­tem­bre sia in sa­la sia in strea­ming su Net­flix. È un ruo­lo che ha cam­bia­to nel pro­fon­do Ales­san­dro: «Per­ché ci stia­mo ren­den­do con­to di vi­ve­re in un Pae­se in cui, quan­do si ha a che fa­re con il po­te­re, è dav­ve­ro mol­to com­pli­ca­to sa­pe­re la ve­ri­tà». Men­tre si pre­pa­ra­va, era al Li­do, lo scor­so an­no, co­me pa­dri­no, poi sul set de Il pri­mo re. Cer­ca­va di di­ma­gri­re, ma non ci riu­sci­va. «Ave­vo tan­tis­si­ma pau­ra», ri­cor­da. At­tor­no a noi, Ro­ma si è co­me sve­glia­ta: le per­so­ne si par­la­no, le au­to per le stra­de so­no più fre­quen­ti. A ca­sa sua, Ales­san­dro mo­stra ci­me­li e scat­ti in­cor­ni­cia­ti, e rac­con­ta: «Que­sta fo­to con Lu­ca Ma­ri­nel­li e Ro­ber­ta Pi­tro­ne, la mia fi­dan­za­ta (crea­ti­ve di­rec­tor in un’agen­zia di co­mu­ni­ca­zio­ne, ndr), l’ab­bia­mo scat­ta­ta tem­po fa, im­ma­gi­nan­do­ci una sto­ria. Noi due che ci sfi­da­va­mo per il suo cuo­re e il suo amo­re. Que­sta in­ve­ce è la fo­to che han­no fat­to a me, Lu­ca e Va­le­rio Ma­stan­drea quan­do sia­mo an­da­ti a Los An­ge­les per pre­sen­ta­re Non es­se­re cat­ti­vo. È stu­pen­da». Ap­pe­sa a una pa­re­te c’è una chi­tar­ra: «Sto im­pa­ran­do a suo­na­re, è una co­sa che rim­pian­ge­vo di non sa­per fa­re», poi ci so­no fumetti, li­bri, Blu-ray e al­tre fo­to­gra­fie. Su un ta­vo­li­no c’è un pu­gna­le: «Vie­ne dal set de Il pri­mo re ». Il suo mon­do è tut­to qui: fat­to di sto­rie, di ri­cor­di, ami­ci­zie in­de­le­bi­li. «Quan­do ho vin­to il Pre­mio Gra­ziel­la Bo­nac­chi, ho vo­lu­to de­di­car­lo an­che ai miei col­le­ghi. Tut­ti di­co­no che ci fac­cia­mo la guer­ra e in­ve­ce la­vo­ria­mo sem­pre in­sie­me. Io non ho mai pro­va­to in­vi­dia per nes­su­no. All’ini­zio ero ar­rab­bia­to con me stes- so. Se non riu­sci­vo a sfon­da­re, si­gni­fi­ca­va che sta­vo sba­glian­do qual­co­sa. Ma in real­tà si trat­ta­va so­la­men­te di aspet­ta­re il mo­men­to giu­sto». E il mo­men­to giu­sto, poi, è ar­ri­va­to: ne­gli ul­ti­mi an­ni, Ales­san­dro Bor­ghi è di­ven­ta­to uno dei vol­ti di pun­ta del ci­ne­ma ita­lia­no. Fa par­te di quel­la svol­ta ini­zia­ta con i film di Sol­li­ma e di Ca­li­ga­ri. «Se ci so­no ca­pi­ta­to den­tro, è - co­me sem­pre - per pu­ra for­tu­na. Ma non è fi­ni­ta. È un mo­vi­men­to che con­ti­nua an­co­ra. I fra­tel­li D’In­no­cen­zo so­no due ta­len­ti fuo­ri dal co­mu­ne: so­no bra­vi, ma han­no an­che cuo­re. Quan­do so­no an­da­to a ve­de­re il lo­ro film, La ter­ra dell’ab­ba­stan­za, ho pian­to co­me un ra­gaz­zi­no. E so­no sta­to con­ten­to quan­do ho sa­pu­to che nel film c’era Mat­teo Oli­vet­ti, che co­no­sco da quan­do ave­va do­di­ci an­ni. Mi ri­cor­da­va me quan­do ho fat­to Non es­se­re cat­ti­vo. Ave­va la stes­sa in­co­scien­za. Di se stes­so, di que­sto me­stie­re, e del suo im­men­so ta­len­to. E an­che lui fa par­te di que­sto “nuo­vo” ci­ne­ma: an­che lui con­di­vi­de il bi­so­gno di da­re qual­co­sa al­le per­so­ne». Per ar­ri­va­re dov’è og­gi, Ales­san­dro ha do­vu­to ca­pi­re che bi­so­gna fi­dar­si de­gli al­tri. «E lo ca­pi­sci so­lo an­dan­do avan­ti. Da gio­va­ne at­to­re, nel tuo ego, pen­si che se fai una co­sa bel­la è so­lo per me­ri­to tuo. Ma non è co­sì. Que­sto l’ho ca­pi­to la­vo­ran­do con Ser­gio Castellitto su For­tu­na­ta. Quan­do hai a che fa­re con una per­so­na che an­co­ra pri­ma d’es­se­re un re­gi­sta straor­di­na­rio è un at­to­re straor­di­na­rio, sai che ogni sua pa­ro­la è oro co­la­to. Ti per­met­te di ar­ri­va­re a dei pun­ti che all’ini­zio non ave­vi nem­me­no pen­sa­to. Ci so­no tal­men­te tan­ti mo­di di fa­re be­ne que­sto me­stie­re che l’uni­ca co­sa che ti re­sta da fa­re è es­se­re sin­ce­ro con la stra­da che sce­gli di per­cor­re­re». Da­re agli al­tri, rac­con­ta­re, vi­ve­re e ri­vi­ve­re. E poi sce­glie­re. La sod­di­sfa­zio­ne di riu­sci­re, di crea­re qual­co­sa di nuo­vo e es­se­re li­be­ro. Che co­sa re­sta? «L’amo­re, per­ché rac­chiu­de tut­to quel­lo a cui ten­go: la mia fa­mi­glia, la mia fi­dan­za­ta, il mio la­vo­ro. Quan­do ero pic­co­lo, ero un ra­gaz­zi­no ti­mi­do. Ri­cor­do che ogni vol­ta sa­lu­ta­vo tut­ti, ab­brac­cia­vo tut­ti. Non ho mai smes­so di far­lo. E se avrò dei fi­gli, gli in­se­gne­rò pro­prio que­sto: se puoi fa­re qual­co­sa di bel­lo per gli al­tri, fal­lo, non esi­ta­re».

«VI­VIA­MO IN UN PAE­SE IN CUI, SE SI HA A CHE FA­RE COL PO­TE­RE, È DAV­VE­RO COM­PLI­CA­TO SA­PE­RE»

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