Il co­rag­gio non ha ne­mi­ci

Ovun­que ci sia un con­flit­to ar­ri­va lei a rac­con­tar­lo con le sue im­ma­gi­ni: Vé­ro­ni­que de Vi­gue­rie de­te­sta di­vi­de­re il mon­do in buo­ni e cat­ti­vi. Dal­la Ni­ge­ria all’Iraq, ha in­con­tra­to cru­de­li pi­ra­ti che fa­ce­va­no i ga­lan­ti e di­ciot­ten­ni ta­le­ba­ni con la suo­ne­ri

Marie Claire (Italy) - - PROFESSIONE REPORTER - te­sto Ka­tie Breen fo­to Vé­ro­ni­que de Vi­gue­rie

é CU­RIO­SA DI TUT­TO

e le pia­ce­reb­be cam­bia­re il mon­do, una fo­to do­po l’al­tra. Ma l’aspet­to più si­gni­fi­ca­ti­vo del­la per­so­na­li­tà di Vé­ro­ni­que de Vi­gue­rie è il co­rag­gio. Una te­me­ra­ria. Da ra­gaz­zi­na vo­le­va en­tra­re nell’eser­ci­to, e so­lo il pa­dre ha po­tu­to im­pe­dir­glie­lo. Do­di­ci an­ni do­po ha in­co­min­cia­to a fo­to­gra­fa­re, ed è di­ven­ta­ta una pro­fes­sio­ni­sta plu­ri­pre­mia­ta, i cui la­vo­ri so­no pub­bli­ca­ti su nu­me­ro­se te­sta­te in­ter­na­zio­na­li. Vé­ro­ni­que, in­sie­me all’ami­ca e col­le­ga Ma­non Qué­rouil-Bru­neel, ha pro­dot­to per Ma­rie Clai­re ser­vi­zi straor­di­na­ri. Quan­do ci sia­mo vi­ste, lo­ro era­no ap­pe­na tor­na­te da die­ci gior­ni in Iraq. Die­ci gior­ni co­stret­te a sop­por­ta­re le re­go­le umi­lian­ti e ri­gi­de de­gli scii­ti, ob­bli­ga­te a in­dos­sa­re il ve­lo, il bur­qa, i guan­ti e an­che del­le cal­ze ne­re che na­scon­des­se­ro i pie­di. Al ri­tor­no da que­sta espe­rien­za, la sen­sa­zio­ne di Vé­ro­ni­que e Ma­non era che le sun­ni­te, li­be­ra­te in real­tà so­lo dal gio­go dell’Isis, cor­res­se­ro pe­rò un al­tro pe­ri­co­lo, quel­lo di sog­gia­ce­re all’estre­mi­smo scii­ta ne­mi­co del­le don­ne. Per fa­re que­sto reportage ha in­con­tra­to al­cu­ni tra gli uo­mi­ni più ter­ri­bi­li del­la Ter­ra. Che co­sa l’ha spin­ta a far­lo? De­te­sto l’idea che nel mon­do da una par­te ci sia­no i “buo­ni”, dall’al­tra i “cat­ti­vi”. La pri­ma vol­ta che so­no sta­ta in Af­gha­ni­stan, ero al se­gui­to dei sol­da­ti ame­ri­ca­ni. Ero ar­ri­va­ta pie­na di pre­giu­di­zi, su di lo­ro e su co­me trat­ta­va­no gli af­ga­ni. Ma al­la fi­ne era­no so­lo ra­gaz­zi, di 17-18 an­ni, mol­ti dei qua­li si era­no ar­ruo­la­ti per pa­gar­si il col­le­ge e non ave­va­no mai con­si­de­ra­to l’idea di com­bat­te­re. A un trat­to ho ca­pi­to che era­no gio­va­ni nor­ma­li, co­me tut­ti. Poi, su­bi­to do­po, ho pas­sa­to al­cu­ni gior­ni con i ta­le­ba­ni, e mi aspet­ta­vo ve­ra­men­te di in­con­tra­re il dia­vo­lo, l’in­car­na­zio­ne del ma­le as­so­lu­to, e un’al­tra vol­ta mi so­no ri­tro­va­ta con dei di­ciot­ten­ni che ave­va­no su­bi­to un la­vag­gio del cer­vel­lo, che ne sa­pe­va­no po­co di tut­to ed era­no con­vin­ti di com­bat­te­re con­tro gli ame­ri­ca­ni una guer­ra giu­sta. Ed è sta­to un ta­le shock ren­der­mi con­to che, no­no­stan­te cer­te azio­ni or­ren­de, era per­si­no gen­te sim­pa­ti­ca. Gio­ca­va­no con i te­le­fo­ni­ni, ave­va­no la suo­ne­ria con la vo­ce di Brit­ney Spears, ci por­ta­va­no il suc­co d’aran­cia e cer­ca­va­no di co­mu­ni­ca­re con noi con le tre o quat­tro pa­ro­le di in­gle­se che co­no­sce­va­no. In­con­tra­re que­sti due grup­pi di sol­da­ti uno di se­gui­to all’al­tro è sta­ta una ri­ve­la­zio­ne: mi è sem­bra­to di non po­te­re più con­ti­nua­re a ve­de­re la real­tà in bian­co e ne­ro, e di do­ver re­sti­tui­re al­le co­se la lo­ro uma­ni­tà. Non si trat­ta­va di tro­va­re giu­sti­fi­ca­zio­ni ai ta­le­ba­ni, ma do­po que­sto reportage per me an­che lo­ro ave­va­no una fac­cia... A con­tat­to con “quel­li cat­ti­vi”, ha mai avu­to la sen­sa­zio­ne di es­se­re in pe­ri­co­lo? Sì, cer­ta­men­te. Con i ta­le­ba­ni, per esem­pio. I pri­mi mi­nu­ti hai una scor­ta che ti por­ta do­ve de­vi an­da­re, e quan­do guar­di fuo­ri dai finestrini ti ren­di con­to di es­se­re cir­con­da­ta da mo­to, ognu­na con due uo­mi­ni a bor­do, e che cia­scu­no im­brac­cia un lan­cia­raz­zi o un ka­la­sh­ni­kov. Non era­no mol­to ami­che­vo­li e ci han­no chie­sto su­bi­to di con­se­gna­re i te­le­fo­ni. Non ci han­no mal­me­na­te,

«Le don­ne con dol­cez­za cer­ca­no di com­pen­sa­re tut­te le atro­ci­tà che han­no vi­sto i bam­bi­ni. E in mez­zo al­le ma­ce­rie ap­pen­do­no fio­ri di strac­ci per ab­bel­li­re le ba­rac­che»

«Uno dei van­tag­gi di es­se­re fem­mi­ne è che gli uo­mi­ni non ti te­mo­no. Non han­no bi­so­gno di spa­ven­tar­ti, e go­do­no a met­ter­si in mo­stra»

ma noi ci chie­de­va­mo se non fos­si­mo fi­ni­te nel­la ta­na del lu­po. Quan­do Ma­non e io ab­bia­mo in­con­tra­to i pi­ra­ti, in So­ma­lia, sa­pe­va­mo di ave­re fat­to ri­cer­che ap­pro­fon­di­te sul luo­go e su co­me met­ter­ci in si­cu­rez­za, ma ci so­no sem­pre gli im­pre­vi­sti. All’epo­ca, i pi­ra­ti so­ma­li era­no ogni gior­no sul­le pa­gi­ne di tut­ti i gior­na­li. Il reportage fu mol­to in­te­res­san­te per­ché, quan­do co­min­ciam­mo a par­la­re con il lo­ro lea­der, ci spie­gò com’era fi­ni­to a fa­re quel la­vo­ro. La So­ma­lia era sen­za go­ver­no dal 1991, e mol­te im­bar­ca­zio­ni da pe­sca en­tra­va­no nel­le ac­que ter­ri­to­ria­li del Pae­se per ru­ba­re. Fi­no a che i pe­sca­to­ri non si so­no or­ga­niz­za­ti, met­ten­do in­sie­me del­le pat­tu­glie per vi­gi­la­re le co­ste. Lì ve­ni­va­no smal­ti­ti an­che i ri­fiu­ti ra­dioat­ti­vi, e al­cu­ni bam­bi­ni mo­ri­va­no di can­cro. Ma nes­su­no fa­ce­va nien­te. Il mon­do co­min­ciò a oc­cu­par­se­ne so­lo quan­do lo­ro si mi­se­ro a se­que­stra­re le na­vi. Per­ché nes­su­no era in­ter­ve­nu­to pri­ma? Co­sì ho im­pa­ra­to che, in un con­flit­to, riu­sci­re a en­tra­re in con­tat­to con en­tram­be le par­ti in­te­res­sa­te è sem­pre me­glio. Una co­no­scen­za par­zia­le e l’igno­ran­za ge­ne­ra­no in­com­pren­sio­ni ed er­ro­ri. In­ve­sti­ga­re su en­tram­bi i fron­ti è senz’al­tro in­te­res­san­te, ma il ri­schio non è di es­se­re pre­se per spie? Sì, e qual­co­sa è suc­ces­so di re­cen­te, nel­lo Ye­men del Nord. Ci han­no pre­se per spie ame­ri­ca­ne: sia­mo qua­si fi­ni­te in car­ce­re. Che co­sa si pro­va in mo­men­ti co­me que­sti? Pen­si che non va­le­va la pe­na di ar­ri­va­re lì, si­no a quel pun­to. Pen­si che i tuoi bam­bi­ni non ti ve­dran­no per mol­to tem­po e che sa­reb­be­ro nel giu­sto a non per­do­nar­ti. Quan­do pren­de la pau­ra, co­me si fa a te­ner­la sot­to con­trol­lo? Ci so­no di­ver­si ti­pi di pau­ra. Quel­la che di­ce­vo pri­ma al­ler­ta i sen­si e ti ren­de più ra­pi­da, più con­cen­tra­ta. Al­cu­ni ti­pi di pau­re mi han­no sal­va­to la vi­ta. Ma nel­la vi­ta di tut­ti i gior­ni, ne ho di di­ver­se. Ho pau­ra di quel­lo che non so, per esem­pio. Ec­co per­ché cer­co di rac­co­glie­re più in­for­ma­zio­ni e quan­ti più con­tat­ti pos­si­bi­li pri­ma di par­ti­re. La pau­ra dell’in­co­gni­to è sem­pre in ag­gua­to. E poi c’è la peg­gio­re, quel­la di mo­ri­re o di es­se­re fe­ri­ta. Che ti pa­ra­liz­za, ti trat­tie­ne dal par­ti­re. Co­sì io mi di­co: «Hai pau­ra, e al­lo­ra pre­oc­cu­pa­ti so­lo di an­da­re avan­ti, e fal­lo!». Nei reportage in am­bien­ti par­ti­co­lar­men­te dif­fi­ci­li, può es­se­re d’aiu­to gio­ca­re al­la fin­ta stu­pi­da? Non ne­ces­sa­ria­men­te. Uno dei van­tag­gi di es­se­re don­ne è che gli uo­mi­ni non ci te­mo­no. So­no più aper­ti, non han­no bi­so­gno di spa­ven­tar­ci, pen­sa­no che sia­mo stu­pi­de e si sfor­za­no di aiu­tar­ci. Il che, a cer­ti ma­chi, per­met­te di met­ter­si un po’ in mo­stra. Ave­te mai avu­to mo­le­stie ses­sua­li? Una vol­ta ab­bia­mo se­gui­to una sto­ria sui pi­ra­ti del pe­tro­lio, sul del­ta del Ni­ger. Tut­ti ci di­ce­va­no: «Fa­te at­ten­zio­ne al lo­ro ca­po, Ate­ke Tom, è uno stu­pra­to­re». Ma quan­do l’ab­bia­mo co­no­sciu­to, lui si è in­na­mo­ra­to di Ma­non. «Mi pia­ci», le dis­se, «sta­se­ra ven­go nel­la tua ca­me­ra». Noi lo con­vin­cem­mo che pri­ma bi­so­gna­va spo­sar­si, e poi a la­sciar­ci an­da­re a fa­re shop­ping per la fe­sta. So­le,

a Port Harcourt, ci im­bar­cam­mo sul pri­mo ae­reo per l’Eu­ro­pa. Lei ha due fi­glie an­co­ra pic­co­le. È pos­si­bi­le es­se­re una re­por­ter di guer­ra e con­ti­nua­re a la­vo­ra­re, an­che in­cin­ta? Una vol­ta, nel 2012, quan­do ero di cin­que me­si, mi man­da­ro­no nel Sud Su­dan, al se­gui­to di una trou­pe di Hbo, per sco­va­re i ri­bel­li dell’Eser­ci­to di re­si­sten­za del Si­gno­re. Il lo­ro lea­der ave­va un na­scon­di­glio nel­la fo­re­sta. Ma­non e io era­va­mo già sta­te nel Sud Su­dan, do­ve ave­va­mo in­con­tra­to una ra­gaz­za di 15 an­ni che era sta­ta se­que­stra­ta dai mi­li­zia­ni e “spo­sa­ta” al ca­po del­le guar­die. Lei ci dis­se che, in­cin­ta di no­ve me­si, era scap­pa­ta dai suoi ra­pi­to­ri e ri­ma­sta nel­la fo­re­sta per 15 gior­ni so­la, scal­za, sen­za ci­bo né ac­qua. Quan­do mi of­fri­ro­no quel reportage mi do­man­dai se ac­cet­ta­re o no, se non fos­se un ri­schio inu­ti­le. Ma poi mi so­no det­ta: se quel­la ra­gaz­za ce l’ha fat­ta, e in quel­le con­di­zio­ni, pos­so riu­scir­ci an­ch’io. Che co­sa le ha in­se­gna­to il suo la­vo­ro, sul­le don­ne? Si ten­de sem­pre a ve­de­re le don­ne co­me vit­ti­me, con­sen­zien­ti nel­la mag­gior par­te dei ca­si, e piut­to­sto pas­si­ve, ma non è cor­ret­to. In Af­gha­ni­stan, per esem­pio, ce ne so­no co­sì tan­te for­ti, co­rag­gio­se, che im­brac­cia­no le ar­mi, fan­no le poliziotte, com­bat­to­no i ta­le­ba­ni. Le ve­di nei cam­pi dei ri­fu­gia­ti: pra­ti­ca­men­te con nien­te rie­sco­no a ren­de­re ac­co­glien­te qua­lun­que spa­zio, con la dol­cez­za cer­ca­no di com­pen­sa­re tut­te le atro­ci­tà cui i bam­bi­ni han­no do­vu­to as­si­ste­re, e in mez­zo al­le ma­ce­rie li la­va­no, e ap­pen­do­no fio­ri di strac­ci per ab­bel­li­re le ba­rac­che. Spes­so gli uo­mi­ni non fan­no nien­te, dor­mo­no, so­no de­pres­si, men­tre le don­ne de­vo­no con­ti­nua­re a sor­ri­de­re, oc­cu­par­si dei pic­co­li, man­te­ne­re la nor­ma­li­tà. Qua­le sa­rà il suo pros­si­mo reportage? Vor­rei an­da­re in Co­rea del Nord, per in­ter­vi­sta­re Kim Jong-un. Mi sa­reb­be pia­ciu­to an­che in­con­tra­re i ra­gaz­zi dell’Isis, avrei avu­to mol­te do­man­de: per­ché ave­te la­scia­to tut­te le co­mo­di­tà per ve­ni­re qui? Sie­te fe­li­ci? Se fos­se pos­si­bi­le tor­na­re in­die­tro, lo ri­fa­re­ste? Quel­lo pe­rò for­se sa­reb­be un pas­so un po’ az­zar­da­to... Cer­to, as­so­lu­ta­men­te. Non vo­glio mi­ca sui­ci­dar­mi!

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