In­ter­vi­sta a John Da­vid Washington, fi­glio di Denzel, po­li­ziot­to buo­no per Spike Lee

Marie Claire (Italy) - - SOMMARIO - di Al­li­son P. Da­vis fo­to Ste­pha­nie Dia­ni

C’È VO­LU­TO UN LUN­GO GI­RO IN PE­DI­CAB PER NEW YORK PRI­MA DI AR­RI­VA­RE A PAR­LA­RE DI RAZ­ZI­SMO IN AME­RI­CA CON JOHN DA­VID WASHINGTON. IL FI­GLIO DI DENZEL, PRO­TA­GO­NI­STA DELL’UL­TI­MO FILM DI SPIKE LEE, NON DI­CE MAI BIAN­CO E NERO E NEAN­CHE PA­RO­LAC­CE. QUA­SI MAI

Rac­con­ta una sto­ria su suo pa­dre. Ne ha tan­te, John Da­vid Washington, ma que­sta qui - che ri­sa­le a quan­do lui ave­va 4 o 5 an­ni - è pro­prio con­fic­ca­ta nel­la sua me­mo­ria. « Sta­va fa­cen­do Glo­ry - Uo­mi­ni di glo­ria, e io ero sul set quan­do gi­ra­va­no la scena cru­cia­le in cui pa­pà muo­re», di­ce in quel mo­do spe­cia­le in cui si raccontano solo i ri­cor­di di in­fan­zia, un mo­do un po’ va­go, con det­ta­gli un po’ in­cer­ti, co­me in­tra­vi­sti in uno spec­chio ap­pan­na­to dal va­po­re. Lui se ne sta­va lì con sua mam­ma quan­do il pa­dre era emer­so «dal buio e dal fu­mo del­la pol­ve­re da spa­ro, su una col­li­na, con in­dos­so l’uni­for­me blu. Mi guar­da e di­ce: “Fi­glio mio, vuoi ve­ni­re sul set con me?”». Pro­ba­bil­men­te per pro­teg­ger­lo, per non far­gli ve­de­re il pa­pà mo­ri­re un ciak do­po l’al­tro, la ma­dre ave­va det­to: « No » . Ma non im­por­ta, è sta­to do­po quell’espe­rien­za che qual­co­sa ha mes­so a Washington una gran vo­glia di fa­re l’at­to­re.

DA SEM­PRE LO AM­MET­TE CON RILUTTANZA ma è ve­nu­to il mo­men­to di dir­lo per amore di ac­cu­ra­tez­za gior­na­li­sti­ca, an­che se lo sa­pe­te già: il pa­dre in que­stio­ne è Denzel Washington. Mi sen­to un po’ a di­sa­gio. Per­ché ap­pe­na lo sai non rie­sci a evi­ta­re di met­ter­ti a cer­ca­re sul­la fac­cia di John Da­vid Washington un po’ di Denzel. Co­sì, ol­tre a guar­da­re quan­to at­til­la­ta è la po­lo bian­ca che in­dos­sa e co­me è cu­ra­ta la sua bar­ba fit­ta fit­ta, scru­to se di suo pa­dre ha an­che il sor­ri­so da mil­le me­ga­watt, o se i suoi oc­chi co­lor cioc­co­la­to al lat­te so­no quel­li di Denzel. O for­se è si­mi­le il por­ta­men­to del suo me­tro e 75? Al­la fi­ne gli di­co: « Sai, a tuo pa­dre non as­so­mi­gli per nien­te». Sem­bra con­ten­to. Washington e io sia­mo a Mid­to­wn, a New York, in pie­di da­van­ti a un pe­di­cab, un ri­sciò a pe­da­li, in edu­ca­ta at­te­sa di met­ter­ci se­du­ti sul suo pic­co­lo se­di­le di pla­sti­ca. Lui sta pro­muo­ven­do

Bla­cK­kK­lan­sman, il nuovo film di Spike Lee ( nel­le sa­le ita­lia­ne dal 27 set­tem­bre), e ci par­le­re­mo men­tre ci spo­stia­mo per la cit­tà tra un’in­ter­vi­sta per To­day del­la Nbc e un ser­vi­zio fo­to­gra­fi­co. Il pe­di­cab? È solo per ren­de­re un po’ più di­ver­ten­ti i no­stri spo­sta­men­ti, e pro­va­re a no­bi­li­tar­li con un po’ di in­ti­mi­tà in più. Esi­sto­no solo due ti­pi di per­so­ne en­tu­sia­ste dei ri­sciò, i tu­ri­sti e quel­li che si so­no tra­sfe­ri­ti da po­co nel­la Grande Me­la e tro­va­no an­co­ra ec­ci­tan­te per­fi­no la sua me­tro­po­li­ta­na. Washington, che ora ha 34 an­ni, è cre­sciu­to a Los An­ge­les, e gli chie­do per­ché ha scel­to di vi­ve­re qui a New York. Sbot­ta en­tu­sia­sta: « A Broo­klyn, baby! » . E co­sì sa­lia­mo sul pe­di­cab, an­che se stanno ar­ri­van­do dei nu­vo­lo­ni, è pre­vi­sta piog­gia e so­no di­spo­ni­bi­li dei bei ta­xi con le por­tie­re.

QUAN­DO ERA PIÙ GIO­VA­NE È STA­TO TENTATO di ab­di­ca­re al bu­si­ness di fa­mi­glia, Washington. Pri­ma di smet­te­re ave­va re­ci­ta­to una so­la vol­ta, a 7 an­ni, nel Malcolm X di Spike Lee do­ve il pa­dre in­ter­pre­ta­va il ruo­lo che dà il no­me al film ( John Da­vid di­ce­va un’uni­ca bat­tu­ta: «So­no Malcolm X»). Dal mo­do in cui lo rac­con­ta sem­bra sia sta­ta una nor­ma­le fa­se di ri­bel­lio­ne. In­ve­ce di se­gui­re le or­me del pa­dre e met­ter­si a re­ci­ta­re ha pro­va­to ad an­da­re per

la sua stra­da, nel foot­ball pro­fes­sio­ni­sta. «Pa­pà non avreb­be po­tu­to aiu­tar­mi in que­sto sport», spie­ga. E non men­ti­va. Do­po aver gio­ca­to al Mo­re­hou­se Col­le­ge è en­tra­to nel­la squa­dra di ri­ser­va dei St. Louis Rams, ha sof­fer­to cin­que com­mo­zio­ni ce­re­bra­li ed è sta­to in pan­chi­na per due an­ni, fin­ché il ge­ne­ral ma­na­ger del team lo ha la­scia­to a ca­sa. Ha con­ti­nua­to a pro­var­ci ma, a 28 an­ni, quan­do si sta­va al­le­nan­do per un te­st con i Gian­ts, una rot­tu­ra del ten­di­ne di Achil­le gli ha de­fi­ni­ti­va­men­te in­se­gna­to che quan­do il cor­po non sen­te ra­gio­ni, de­vi dar­gli ret­ta e cam­bia­re pro­spet­ti­va. Il pri­mo ruo­lo che ha ot­te­nu­to («Do­po die­ci pro­vi­ni!») è sta­to quel­lo di Ric­ky Jer­ret in Bal­lers, un co­me­dy-dra­ma del­la Hbo do­ve re­ci­ta­va in­sie­me a Dway­ne John­son, e da al­lo­ra lo ri­co­no­sco­no e lo fer­ma­no per stra­da. Ma ades­so che è il pro­ta­go­ni­sta in Bla­cK­kK­lan

sman - nei pan­ni sco­mo­di di Ron Stall­wor­th, il po­li­ziot­to nero di Co­lo­ra­do Springs che a fi­ne an­ni Set­tan­ta si in­fil­tra nel lo­ca­le Ku Klux Klan - e la sua fac­cia cam­peg­gia sui po­ster del film, è di­ven­ta­to fa­mo­so sul se­rio.

l’ha feUNA STANDING OVATION steg­gia­to a Can­nes do­ve, con sua grande sor­pre­sa, ha vin­to il Grand Prix. «Mi ero pre­pa­ra­to al peggio, ai fischi e al lan­cio di ortaggi. Ti ri­cor­di quell’epi­so­dio di En­tou

ra­ge, una se­rie di Hbo do­ve il pro­ta­go­ni­sta Vin­ce è un at­to­re e va a pre­sen­ta­re di­sa­stro­sa­men­te un film a Can­nes? Nel­la set­ti­ma­na pri­ma del fe­sti­val ho guar­da­to quel­la pun­ta­ta tut­ti i gior­ni. Non c’è nien­te di più uti­le che pre­pa­rar­si al peggio». Sfer­ra­glia­mo sul pe­di­cab, cer­can­do di de­ci­de­re se pren­de­re tut­te quel­le bu­che sia di­ver­ten­te o no. Washington lo de­ci­de in fret­ta. «È il mio pri­mo pe­di­cab! It’s fun! An­che un po’ pe­ri­co­lo­so. For­se è que­sto che è di­ver­ten­te, non mi sen­to mol­to si­cu­ro » . Di si­cu­ro c’è solo che sta per pio­ve­re, ma Kyah, il no­stro au­ti­sta, giu­ra di no. Fa l’au­ti­sta da 11 an­ni, ci ras­si­cu­ra. Non sia­mo cer­ti di af­fer­ra­re il nes­so con la sua ca­pa­ci­tà pre­vi­sio­na­le del me­teo, ma an­dia­mo avan­ti fi­du­cio­si. Die­ci iso­la­ti do­po, co­min­cia­no a scen­de­re dei goc­cio­lo­ni che in­zup­pa­no l’im­ma­co­la­ta po­lo bian­ca di Washington, mi­nac­cian­do di tra­sfor­mar­lo nell’uni­co con­cor­ren­te di un con­cor­so di t-shirt ba­gna­te. Washington ur­la all’au­ti­sta: «Un­di­ci an­ni, man! Un­di­ci an­ni, eh?». Kyah co­min­cia a dir­ci che per ri­pa­rar­ci può mon­ta­re sul ri­sciò una co­per­tu­ra di pla­sti­ca. E Washington: « Ma no, è solo un po’ d’ac­qua. Non sta pio­ven­do Co­ca-Co­la o qual­che al­tra bi­bi­ta ga­sa­ta». Scuo­te la te­sta. «Pe­rò la root beer (una be­van­da tra­di­zio­na­le ame­ri­ca­na, ndt) mi pia­ce, man. Da mo­ri­re. Me ne ber­rei li­tri. Hai mai pro­va­to la A&W root beer?». Per un at­ti­mo la sua vo­ce è pro­prio iden­ti­ca a quel­la di Denzel e av­vie­ne un paz­zo, im­pro­ba­bi­le cor­to­cir­cui­to: im­ma­gi­na­te che nell’epi­co mo­no­lo­go di Man on fi­re - Il fuo­co del­la ven­det­ta Denzel par­li di sco­lar­si una A&W root beer, pre­fe­ri­bil­men­te ac­com­pa­gna­ta da una bel­la bi­stec­ca su­go­sa o un ta­co mes­si­ca­no fat­to co­me si de­ve. Pio­ve, ma con­ti­nuia­mo in ri­sciò. E Washington rac­con­ta. Non c’è sta­to un pro­vi­no, o una trat­ta­ti­va, e nep­pu­re un’of­fer­ta per la par­te del pro­ta­go­ni­sta di

Bla­cK­kK­lan­sman. È sta­ta una pe­ren­to­ria ri­chie­sta. E an­co­ra non gli è chia­ro che co­sa Spike Lee ab­bia vi­sto in lui. «De­vi chie­der­lo a Spike», di­ce scrol­lan­do le spal­le. È co­sì cor­te­se, edu­ca­to, sem­bra na­to ap­po­sta per fa­re il po­li­ziot­to buo­no. Dif­fi­ci­le im­ma­gi­nar­lo men­tre di­ce pa­ro­lac­ce.

Non mi « SPIKE HA AVU­TO FI­DU­CIA IN ME. cor­reg­ge­va, non mi di­ce­va fai co­sì e co­sì». E in­fat­ti una del­le bat­tu­te che Washington ha par­zial­men­te im­prov­vi­sa­to sul set - “Con l’uo­mo bian­co giu­sto, pos­sia­mo fa­re tut­to quel­lo che vo­glia­mo” - è fi­ni­ta nel film. «Non rie­sco a cre­de­re che l’ab­bia­no uti­liz­za­ta » .

«NIEN­TE È PIÙ UTI­LE CHE PRE­PA­RAR­SI AL PEGGIO. A CAN­NES MI ASPETTAVO I FISCHI E IL LAN­CIO DI ORTAGGI»

Il ri­sciò cur­va all’im­prov­vi­so ta­glian­do quat­tro cor­sie di traf­fi­co e il cor­po di Washington vie­ne sbal­za­to con­tro il mio. «Ve­di, so­no cur­ve co­sì che mi fan­no pau­ra», di­ce. Per la pri­ma vol­ta, in­ve­ce di fa­re un sor­ri­so lar­go co­me quel­lo di un bam­bi­no agli Uni­ver­sal Stu­dios, sem­bra sin­ce­ra­men­te ter­ro­riz­za­to. «Non vo­glio mo­ri­re!», scher­za. Per for­tu­na non muo­re pro­prio nes­su­no, al­me­no per ora. E in­ve­ce ar­ri­via­mo in uno stu­dio fo­to­gra­fi­co e ci ac­co­mo­dia­mo nel­le pol­tro­ne di pel­le bian­ca del­la sa­la di at­te­sa. NON POS­SIA­MO PAR­LA­RE SOLO DI ROOT BEER, di ri­sciò e di co­me si la­vo­ra in squa­dra, per­ché quan­do ve­di Bla­cK­kK­lan­sman è im­pos­si­bi­le non pen­sa­re al­la po­li­zia, al raz­zi­smo, a co­me cer­te co­se di quel­lo che spes­so con­si­de­ria­mo “sto­ria” in real­tà fac­cia­no an­co­ra par­te del no­stro pre­sen­te. Ver­so la fi­ne del film alcuni mem­bri del Ku Klux Klan dan­no fuo­co a una cro­ce e la scena sfu­ma nel vi­deo del­la mar­cia dei su­pre­ma­ti­sti bian­chi, l’an­no scor­so, a Char­lot­te­svil­le. In un’al­tra scena Har­ry Be­la­fon­te rac­con­ta la ve­ra sto­ria di Jes­se Washington, un ra­gaz­zo di 17 an­ni che fu lin­cia­to dal­la fol­la e im­pic­ca­to a Wa­co, Texas, nel 1916. La scena con Be­la­fon­te è sta­to il gior­no pre­fe­ri­to di John Da­vid sul set. Per l’oc­ca­sio­ne gli uo­mi­ni si era­no mes­si il ve­sti­to buo­no, le don­ne gli abi­ti ele­gan­ti. Washington non avreb­be nep­pu­re do­vu­to la­vo­ra­re quel gior­no, ma ha in­dos­sa­to un ve­sti­to an­che lui ed è an­da­to ad ascol­ta­re. Quan­do il film è sta­to pre­sen­ta­to a Can­nes, ha pro­va­to va­ri sen­ti­men­ti, in mag­gio­ran­za positivi, ma ri­cor­da di co­me si sia sen­ti­to im­ba­raz­za­to per il suo Pae­se. «Pen­sa­vo, od­dio, è co­sì che ci fac­cia­mo ve­de­re qui? Oh, man. Dob­bia­mo dar­ci una re­go­la­ta, non ab­bia­mo un Kum­ba­ya? ». Ma nien­te, non c’era nes­su­no spi­ri­tual con cui in­vo­ca­re il Si­gno­re. E co­sì ci sia­mo, pro­cra­sti­na­vo la do­man­da ma sem­bra pro­prio che non se ne pos­sa più fa­re a me­no, chie­do a John Da­vid Washington co­sa si­gni­fi­ca per lui es­se­re nero.

, «LA DI­SCRI­MI­NA­ZIO­NE L’HO SEN­TI­TA, CER­TO» di­ce strin­gen­do­si nel­le spal­le. Non vuo­le en­tra­re nei det­ta­gli. Ac­cen­na a cer­ti stu­den­ti del­la sua scuo­la pri­va­ta, a quan­do gio­ca­va in­sie­me a gen­te che so­stie­ne Trump, a cer­ti com­men­ti da spo­glia­to­io che ha do­vu­to igno­ra­re. A quan­do d’esta­te con la fa­mi­glia pas­sa­va le va­can­ze in Nor­th Ca­ro­li­na, do­ve lo chia­ma­va­no con quel­la pa­ro­la che ini­zia per N. Ma poi cam­bia di­scor­so e ci ri­tro­via­mo a par­la­re del­la sua chio­ma afro - una sfe­ra di ca­pel­li dall’ac­con­cia­tu­ra per­fet­ta. « Ehi, a pro­po­si­to di scuo­le pri­va­te » , in­ter­rom­pe. « Man, io mi pet­ti­na­vo con i corn

ro­ws ( le trec­ci­ne ade­ren­ti), e cer­te per­so­ne che non as­so­mi­glia­va­no a me ( ov­ve­ro dei bian­chi, ma lui sta mol­to at­ten­to a non pro­nun­cia­re mai pa­ro­le co­me nero e bian­co, ndt) me le vo­le­va­no sem­pre toc­ca­re » , di­ce scrol­lan­do la te­sta. « Una vol­ta ho det­to: “Ma­le­di­zio­ne, no!” » . E scop­pia a ri­de­re. È la sua pri­ma se­mi- pa­ro­lac­cia in tut­ta la gior­na­ta.

DINASTIA DEL CI­NE­MA JOHN DA­VID WASHINGTON IN­SIE­ME AL PA­DRE DENZEL E AL­LA MA­DRE PAULETTE PEARSON, AN­CHE LEI AT­TRI­CE. GLI AL­TRI FI­GLI DEL­LA COP­PIA, KATIA E I GE­MEL­LI MALCOLM E OLIVIA, STANNO CER­CAN­DO LA LO­RO STRA­DA A HOL­LY­WOOD.

CHE CO­RAG­GIO JOHN DA­VID WASHINGTON E LAURA HARRIER IN UNA SCENA DI BLA­CK­KK­LAN­SMAN, ISPI­RA­TO AL­LA STO­RIA VE­RA DI RON STALL­WOR­TH. FU IL PRI­MO DETECTIVE AFROA­ME­RI­CA­NO DEL DI­PAR­TI­MEN­TO DI PO­LI­ZIA DI CO­LO­RA­DO SPRINGS, E NEL 1972 SI INFILTRÒ NEL KU KLUX KLAN. NEL CA­ST AN­CHE ADAM DRI­VER E ALEC BALD­WIN.

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