Hard news. At­tri­ci e at­ti­vi­ste con­tro i pre­da­to­ri del por­no

Marie Claire (Italy) - - SOMMARIO -

L’in­qua­dra­tu­ra che non dà tre­gua, il pro­dut­to­re che am­mic­ca, il pub­bli­co che chie­de di più. Gli spet­ta­to­ri, sem­pre più gio­va­ni, svi­lup­pa­no pe­ri­co­lo­se di­pen­den­ze. E, nell’in­du­stria che frut­ta mi­lio­ni, chi la­vo­ra ri­schia più che a Hol­ly­wood. Ora le at­tri­ci di­co­no: Non sia­mo pa­ga­te per fa­re tut­to

«Toc­ca­re le don­ne è ciò che fac­cio ogni gior­no per me­stie­re. Che co­sa si aspet­ta­no da me?»

UN GRUP­PO DI AT­TRI­CI CE­LE­BRI, una no­ta gior­na­li­sta te­le­vi­si­va, una psi­co­lo­ga, un’at­ti­vi­sta e un pa­io di im­pie­ga­te di due ho­tel di lus­so. Quan­do un an­no fa la pa­re­te di omer­tà su­gli abu­si ses­sua­li di Hol­ly­wood si è fran­tu­ma­ta, è scat­ta­ta la caccia ai vol­ti per i ma­ni­fe­sti del neo­na­to mo­vi­men­to #MeToo. Ogni ri­vo­lu­zio­ne ri­chie­de mo­del­li cui ispi­rar­si. Do­di­ci me­si do­po quel ca­ta­cli­sma me­dia­ti­co, la sen­sa­zio­ne è che un pro­ble­ma mol­to dif­fu­so e pro­fon­do sia sta­to fron­teg­gia­to solo a col­pi di slo­gan. Un regolamento di con­ti som­ma­rio, una spa­ra­to­ria da sa­loon in cui da una par­te gia­ce Har­vey Wein­stein, dia­bo­li­co pro­mo­to­re di una cul­tu­ra do­mi­nan­te, e dall’al­tra un ma­ni­po­lo di don­ne co­rag­gio­se, bar­col­lan­ti ma pur sem­pre in pie­di. Che quel­le don­ne rap­pre­sen­ti­no una fet­ta ir­ri­so­ria dell’uni­ver­so fem­mi­ni­le (e ma­schi­le) pre­so di mi­ra dai pre­da­to­ri ses­sua­li è evi­den­te, com’è chia­ro che tra le vit­ti­me pri­ve di no­to­rie­tà (la mag­gio­ran­za) pre­val­ga an­co­ra l’in­cli­na­zio­ne al si­len­zio. Il ci­clo­ne #MeToo ha col­pi­to le con­se­guen­ze del pro­ble­ma sor­vo­lan­do sul­le cau­se.

LO PSICOLOGO di fa­ma Phi­lip Zim­bar­do, ce­le­bre gra­zie all’espe­ri­men­to car­ce­ra­rio di Stan­ford del 1971 (stu­den­ti di­vi­si in due grup­pi ca­la­ti nel ruo­lo di se­con­di­ni e de­te­nu­ti, con i pri­mi tra­sfor­ma­ti­si in po­chi gior­ni in sa­di­ci e vio­len­ti aguz­zi­ni), fa una do­man­da chia­ve: «Do­ve si è for­ma­ta la cul­tu­ra pre­da­tri­ce di Har­vey Wein­stein? In che mo­do un uo­mo può giu­sti­fi­ca­re quel ti­po di sot­to­mis­sio­ne umi­lian­te?». Zim­bar­do ri­spon­de pu­re: «Ne­gli ul­ti­mi quin­di­ci an­ni, la fa­ci­li­tà con la qua­le ac­ce­dia­mo al­la por­no­gra­fia ha re­so il no­stro cer­vel­lo sog­get­to a una sor­ta di di­pen­den­za da ses­so. Mol­ti non san­no tro­va­re il confine tra il fa­re l’amore e il ses­so por­no­gra­fi­co. Più os­ser­via­mo il por­no e più sen­tia­mo di do­ver­ci spin­ge­re ol­tre, il no­stro cer­vel­lo ri­chie­de nuo­vi sti­mo­li, a vol­te estre­mi, per ec­ci­tar­si. Mol­ti ado­le­scen­ti ma­schi al­le pre­se con il ses­so han­no una con­vin­zio­ne: “Ha det­to di non vo­le­re, ma in real­tà le pia­ce­va”».

L’AVVOCATESSA dei di­rit­ti uma­ni Da­wn Ha­w­kins, di­ret­tri­ce del cen­tro ame­ri­ca­no che com­bat­te lo sfrut­ta­men­to ses­sua­le, non ha esi­ta­zio­ni: «As­sie­me ad Ashley Judd e Ro­se McGo­wan per la fo­to sul­la co­per­ti­na di Ti­mes sul mo­vi­men­to #MeToo, do­ve­va­no in­vi­ta­re an­che una star del ci­ne­ma por­no. L’in­du­stria por­no­gra­fi­ca è la cul­la di que­sta cul­tu­ra de­via­ta. La no­stra so­cie­tà non è pron­ta per ascol­ta­re tut­ta la sto­ria». Da­wn si bat­te da an­ni per met­te­re fuo­ri­leg­ge le ca­se di pro­du­zio­ne di vi­deo hard, un’idea im­pra­ti­ca­bi­le. Solo ne­gli

Usa la piat­ta­for­ma por­no­gra­fi­ca Por­nHub ri­ce­ve 81 mi­lio­ni di vi­si­te al gior­no. Numeri si­mi­li si re­gi­stra­no in Eu­ro­pa com­bi­nan­do i va­ri Pae­si, esclu­sa l’Islan­da che dal 2013 ha bloc­ca­to i siti a sfon­do ero­ti­co. Una ri­cer­ca scien­ti­fi­ca che ha pre­so in con­si­de­ra­zio­ne 50 film por­no tra i più po­po­la­ri, ha ri­le­va­to che, tra le 304 sce­ne to­ta­li, nell’88% dei ca­si si mo­stra­va vio­len­za fi­si­ca o ver­ba­le ai dan­ni di una donna. La fre­quen­ta­zio­ne di siti por­no si as­so­cia all’ac­cet­ta­zio­ne di una vi­sio­ne de­gra­dan­te del ruo­lo fem­mi­ni­le. Uno stu­den­te ame­ri­ca­no su due, se­con­do un’in­da­gi­ne di Zim­bar­do, tro­va per­fet­ta­men­te nor­ma­le “spin­ge­re” la te­sta del­la donna ver­so i pro­pri ge­ni­ta­li, pre­ten­den­do ses­so ora­le. «È per­ce­pi­to co­me qual­co­sa di ec­ci­tan­te per en­tram­bi». L’on­da lun­ga sol­le­va­ta dal mo­vi­men­to #MeToo lam­bi­sce dun­que an­che le pe­ri­fe­rie del­la “mo­struo­sa” in­du­stria del por­no, che at­tra­ver­so il web pro­cu­ra ricavi che su­pe­ra­no il get­ti­to pub­bli­ci­ta­rio com­bi­na­to dei tre co­los­si del­la tv ame­ri­ca­na, Abc, Nbc e Cbs. Ma è dav­ve­ro la por­no­gra­fia che sta mu­tan­do i no­stri com­por­ta­men­ti ses­sua­li, op­pu­re l’av­ven­to del #MeToo sta pro­cu­ran­do cam­bia­men­ti an­che al­la ma­dre di tut­te le per­ver­sio­ni?

I PRE­DA­TO­RI Ron Jeremy e Ja­mes Deen so­no sta­ti i pri­mi due no­mi il­lu­stri a fi­ni­re nel tri­ta­car­ne. Ron è un ve­te­ra­no dell’in­du­stria, ha gi­ra­to 2.300 film co­me at­to­re e qua­si 300 da re­gi­sta. Al­cu­ne at­tri­ci gli han­no fat­to cau­sa per i suoi com­por­ta­men­ti in­va­den­ti e ses­sual­men­te ag­gres­si­vi. Den­tro e fuo­ri dal set. «La sto­ria del por­no or­ga­ni­co ed equo è una grande bag­gia­na­ta», si di­fen­de Jeremy. «Toc­ca­re le don­ne, sco­par­le, è quel­lo che fac­cio di me­stie­re. Se mi pre­sen­ta­no una nuo­va le­va per pri­ma co­sa le toc­co i ca­pez­zo­li. Co­sa si aspet­ta­no da me? Non so­no cer­to il Ke­vin Spa­cey dell’in­du­stria». Ja­mes Deen – un’ap­pa­ri­zio­ne a fian­co di Lind­say Lo­han nel ci­ne­ma tra­di­zio­na­le in The Ca­nyons – avreb­be cor­ri­spo­sto un as­se­gno a sei ci­fre al­la col­le­ga Holly Hen­drix, 21 an­ni, do­po aver­la pic­chia­ta all’ac­me di una scena mol­to spin­ta. «Non ho mai im­po­sto a nes­su­na donna di fa­re qual­co­sa che non de­si­de­ras­se», di­ce. Nik­ki Benz, al­tra star del por­no, ha fat­to li­cen­zia­re un po­ten­te pro­dut­to­re, To­ny T., dal­la ca­sa di pro­du­zio­ne Braz­zers, per­ché en­tra­va in scena strin­gen­do­le il col­lo fin qua­si a stroz­zar­la per crea­re una sen­sa­zio­ne “for­te”.

LA CONVERTITA Jen­na Pre­sley è sta­ta una su­per­star, gli ap­pas­sio­na­ti co­no­sco­no la sua pre­di­le­zio­ne esi­bi­zio­ni­sti­ca per il ses­so ana­le. Og­gi quel ca­pi­to­lo è chiu­so. Jen­na ha cam­bia­to no­me e look, ades­so è Britt­ni De La Mo­ra, ha lan­cia­to una cam­pa­gna per met­te­re in sal­vo le sue ex col­le­ghe an­co­ra nel­le grin­fie del mer­ca­to del por­no e si de­fi­ni­sce una so­prav­vis­su­ta. «Ho la­vo­ra­to co­me una schia­va del ses­so per set­te an­ni. Non ca­pi­vo il ma­le che mi sta­vo in­flig­gen­do. Mi sem­bra­va tut­to nor­ma­le e ac­cet­ta­bi­le. Poi, un gior­no, pri­ma di par­ti­re per Las Ve­gas do­ve avrei gi­ra­to de­ci­ne di sce­ne di ses­so, ho sen­ti­to il bi­so­gno di com­pra­re una Bib­bia. So­no ri­ma­sta fol­go­ra­ta. L’ar­ri­vo del mo­vi­men­to #MeToo mi ha da­to il co­rag­gio che man­ca­va. La mia missione è de­mo­li­re quel mon­do e le atro­ci­tà in­flit­te al­le don­ne». Per que­sto so­stie­ne il lo­ro per­cor­so ver­so l’eman­ci­pa­zio­ne, an­che eco­no­mi­ca, con l’ini­zia­ti­va be­ne­fi­ca Al­ways Lo­ved e gi­ra l’Ame­ri­ca a re­ci­ta­re ser­mo­ni e di­scor­si mo­ti­va­zio­na­li.

LA RO­MAN­TI­CA Cindy Gal­lop, im­pren­di­tri­ce e con­su­len­te di co­mu­ni­ca­zio­ne, ro­ve­scia la que­stio­ne: «Non è la por­no­gra­fia a de­gra­da­re la fi­gu­ra fem­mi­ni­le, quan­to il mer­ca­to che ri­du­ce la por­no­gra­fia a un bu­si­ness de­pre­ca­bi­le. Bi­so­gna tor­na­re a una di­men­sio­ne più au­ten­ti­ca e sen­ti­men­ta­le del por­no » . Cindy ha crea­to la piat­ta­for­ma Ma­keLo­veNo­tPorn.tv, un ser­vi­zio on­li­ne per ac­ce­de­re a un ti­po di por­no ca­se­rec­cio, non pa­ti­na­to ma rea­le, do­ve le at­tri­ci non so­no per­fet­te e i ma­schi de­gli stal­lo­ni in­fa­ti­ca­bi­li. Don­ne di tut­te le ta­glie, uo­mi­ni non ne­ces­sa­ria­men­te pos­se­du­ti da una fu­ria sel­vag­gia, carezze e mol­ta dol­cez­za.

I WHISTLEBLOWERS È il ter­mi­ne con cui si in­di­ca chi lan­cia un al­lar­me a di­spet­to dei ri­schi che cor­re. Due gio­va­ni at­tri­ci, Eva Lo­via e Bree Mills, le ver­sio­ni por­no di Ed­ward Sno­w­den, han­no avu­to il co­rag­gio di di­re «no». Eva ha co­min­cia­to

«Il mon­do del­lo spet­ta­co­lo dà per scon­ta­to che, se sce­gli di la­vo­ra­re nel ses­so, de­po­ni la tua qua­li­fi­ca di es­se­re uma­no»

a de­nun­cia­re so­pru­si su­bi­ti agli esor­di, quan­do ave­va 23 an­ni, nel 2010: «Fi­no all’ar­ri­vo del #MeToo la cul­tu­ra do­mi­nan­te era che do­ve­vi ac­cet­ta­re di tut­to. Ma io non so­no pa­ga­ta per fa­re tut­to. Se pro­vo do­lo­re du­ran­te la for­za­tu­ra di una pe­ne­tra­zio­ne ho il di­rit­to di smet­ter­la. In­ve­ce i re­gi­sti fan­no lo zoom sul­la tua fac­cia con­tri­ta». Bree Mills, una del­le più po­po­la­ri del mon­do le­sbo, ha crea­to il mo­vi­men­to #WeA­reMa­ny da con­trap­por­re al #MeToo: «Il mon­do del­lo spet­ta­co­lo dà per scon­ta­to che se sce­gli di la­vo­ra­re nel ses­so, de­po­ni la tua qua­li­fi­ca di es­se­re uma­no. E ti me­ri­ti quel che ti ca­pi­ta».

LE FILMMAKER olan­de­si Da­ma­yan­ti Di­pa­ya­na e Camilla Bo­rel-Rin­kes han­no rea­liz­za­to un do­cu­men­ta­rio su­gli ef­fet­ti del­le sce­ne di por­no sui ma­schi tra i 30 e i 40 an­ni, al­la lu­ce di quan­to ri­ve­la­to dal­la cam­pa­gna #MeToo. Il ti­to­lo del film è Be Frank, ai ma­schi ven­go­no mo­stra­te de­ci­ne di sce­ne in cui si chie­de lo­ro di de­ci­de­re se si trat­ta di ero­ti­smo o se, in­ve­ce, esi­sto­no gli estre­mi per una denuncia di abu­so o vio­len­za. Solo al­cu­ne ri­spo­ste so­no ine­qui­vo­ca­bi­li. Di fron­te a sce­ne di ag­gres­sio­ne ver­ba­le e fi­si­ca, mol­ti ma­schi ri­ve­la­no che po­treb­be trat­tar­si an­che di un gio­co con­sen­sua­le. La que­stio­ne re­sta ir­ri­sol­ta.

LA PRO­FES­SIO­NI­STA Sa­va­na Styles è un no­me for­te nell’in­du­stria, ha cir­ca 400 mi­la fol­lo­wer nel suo ac­count In­sta­gram e ve­de le con­se­guen­ze pro­dot­te dal fe­no­me­no #MeToo: «C’è più ri­spet­to per il no­stro la­vo­ro, ma par­lia­mo di pro­du­zio­ni im­por­tan­ti do­ve gi­ra­no un sac­co di sol­di e nes­su­no vuo­le ri­schia­re cat­ti­va pub­bli­ci­tà. Non pos­so di­re lo stes­so per cer­ti film più ama­to­ria­li. Mi so­no an­che sen­ti­ta abu­sa­ta in pas­sa­to, ma sa­pe­vo che fa par­te del gio­co. Che il pub­bli­co non è più sa­zio dell’or­di­na­rio. Ades­so gua­da­gno per­si­no di più. E gua­da­gna­no di più an­che le col­le­ghe che ac­cet­ta­no, per iscrit­to, di su­bi­re ag­gres­sio­ni mo­de­ra­te».

GLI SCETTICI Ryan Driller, at­to­re pa­rec­chio po­po­la­re, non ap­prez­za fi­no in fon­do l’in­fluen­za del mo­vi­men­to # MeToo: « È un rap­por­to amore- odio. Cre­do sia un be­ne da­re vo­ce a mol­te don­ne che han­no su­bi­to abu­si an­che nel mio mon­do, ma non pos­so cre­de­re di es­se­re un cri­mi­na­le se in­vio un mes­sag­gio un po’ spin­to a una donna, op­pu­re a una col­le­ga per com­men­ta­re una po­si­zio­ne. Una co­sa è il la­vo­ro, un’al­tra le re­la­zio­ni so­cia­li. Ogni donna è li­be­ra di igno­rar­mi o bloc­car­mi, io non ho mai for­za­to nes­su­no, ma la caccia al­le stre­ghe no » . Del­la Dane, gio­va­nis­si­ma e im­pe­gna­tis­si­ma stel­li­na ero­ti­ca, pur so­ste­nen­do un por­no più equo ha qual­che dub­bio: «Ri­schia­mo un ri­tor­no a un pu­ri­ta­ne­si­mo mio­pe. O peggio, all’oscu­ran­ti­smo, che met­te­reb­be a rischio sa­lu­te e la­vo­ro di mol­ti one­sti pro­fes­sio­ni­sti. Di­re che sia­mo noi la cau­sa del fio­ri­re de­gli abu­si ses­sua­li in ge­ne­re è solo una co­mo­da scap­pa­to­ia » .

Mol­ti ragazzi, di fron­te a sce­ne di vio­len­za, com­men­ta­no: «Po­treb­be es­se­re un gio­co con­sen­sua­le»

GLI IN­SI­DER DA SI­NI­STRA. SA­VA­NA STYLES, ALL’ANA­GRA­FE PRISCILLA BONNEAU, STAR CA­NA­DE­SE SEN­ZA FRE­NI. IL DI­VO RYAN DRILLER CALCA LE SCE­NE DA DIE­CI AN­NI, PER LUI IL # METOO STA DI­VEN­TAN­DO L’OC­CA­SIO­NE DI UN’INGIUSTA PERSECUZIONE COLLETTIVA NEL MON­DO DEL CI­NE­MA PER ADUL­TI. HOLLY HEN­DRIX, QUOTATA PERFORMER, HA SCEL­TO QUE­STO PSEUDONIMO CO­ME OMAGGIO A JI­MI, LA LEG­GEN­DA­RIA ROCK­STAR. DEL­LA DANE, GIO­VA­NIS­SI­MA STARLETTE E REGINETTA DEI SO­CIAL PAR­TI­TA DA PORTLAND PER HOL­LY­WOOD, SO­GNA UNA CA­SA DI PRO­DU­ZIO­NE TUT­TA SUA. BRYAN SEVILLA, IN AR­TE JA­MES DEEN, IL PO­PO­LA­RE PORNODIVO AC­CU­SA­TO PIÙ VOL­TE DI VIO­LEN­ZA DA EX AT­TRI­CI E VETERANE DEL SET­TO­RE. IL TYCOON RON JEREMY, PRO­DUT­TO­RE SEN­ZA SCRUPOLI CON DE­CI­NE DI DE­NUN­CE ALL’AT­TI­VO.

GLI OU­TSI­DER DA SI­NI­STRA, LA PRO­DUT­TRI­CE E CON­SU­LEN­TE DI CO­MU­NI­CA­ZIO­NE CINDY GAL­LOP CHE HA CREA­TO LA PIAT­TA­FOR­MA MA­KELO­VENO­TPORN. TV CON­TRO LA POR­NO­GRA­FIA HARDCORE. L’AT­TRI­CE EVA LO­VIA, IN PRI­MA LI­NEA CON­TRO VIO­LEN­ZE E SO­PRU­SI. LA RE­GI­STA CAMILLA BO­REL-RIN­KES. BREE MILLS, VOL­TO DEL CI­NE­MA LE­SBO, HA CREA­TO L’HA­SH­TAG #WEA­REMA­NY PER RI­VEN­DI­CA­RE PIÙ EQUITÀ NEL LA­VO­RO DEL­LE AT­TRI­CI. LA RE­GI­STA DA­MA­YAN­TI DI­PA­YA­NA, AU­TRI­CE, CON BO­REL-RIN­KES, DI BE FRANK, DO­CU­MEN­TA­RIO CHE DENUNCIA LE CON­SE­GUEN­ZE DEL POR­NO SU­GLI UO­MI­NI. DIE­TRO, NIK­KI BENZ, ALIAS AL­LA MONTCHAK, SUFFRAGETTA DEL POR­NO CHE HA INCASTRATO IL PRO­DUT­TO­RE TO­NY T. JEN­NA PRE­SLEY, EX PORNOSTAR REDENTA CHE HA CAM­BIA­TO IDEN­TI­TÀ: ORA È BRITT­NI DE LA MO­RA E SO­STIE­NE LE EX COL­LE­GHE CON L’INI­ZIA­TI­VA AL­WAYS LO­VED.

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