PER UN AT­TI­MO GODITELA E BA­STA

ERA UN “FI­GLIO DI” CHE NON SFONDAVA MAI. E NEL FRAT­TEM­PO BEVEVA, LA­SCIA­VA MO­GLI ED ERA UNO DEI PO­CHI UO­MI­NI SOTTOPAGATI DI HOL­LY­WOOD. POI A 50 AN­NI È AR­RI­VA­TA LA SUA ESTA­TE. GRA­ZIE A TRE FILM E AL­LA DON­NA GIU­STA: «CHE NON HA BI­SO­GNO DI ME»

Marie Claire (Italy) - - DIVI DI FRONTIERA - di Taf­fy Bro­des­ser-Ak­ner fo­to Joe Pu­glie­se

«LA STREI­SAND NON HA MAI AVU­TO BI­SO­GNO DI FAR PAR­TE DI UN MO­VI­MEN­TO. é IL MO­VI­MEN­TO. LE DI­CI: “NON PUOI FA­RE QUE­STO” E LEI: “PER­CHÉ NO?”»

Due gior­ni do­po l’ini­zio del­la gran­de “Esta­te di Jo­sh Bro­lin”, lo han­no chia­ma­to i suoi agen­ti. «Oh mio Dio, è il film che, nel pri­mo wee­kend al ci­ne­ma, ha in­cas­sa­to di più nel­la sto­ria!», ur­la­va­no al te­le­fo­no. Bro­lin non era mai sta­to la star di un film nu­me­ro uno al bot­te­ghi­no. Ha chiu­so la chia­ma­ta e si è det­to: «Per un at­ti­mo go­di­ti que­sto suc­ces­so e ba­sta». Di so­li­to non è il ti­po che si con­ce­de gi­ri d’ono­re. L’im­por­tan­te per lui è che ogni ruo­lo che ac­cet­ta ab­bia ab­ba­stan­za suc­ces­so da per­met­ter­gli di man­te­ne­re la fa­mi­glia e con­ti­nua­re a la­vo­ra­re. Chi avreb­be mai det­to che sa­reb­be sta­to lui il co­mu­ne de­no­mi­na­to­re dei due più gran­di bloc­k­bu­ster esti­vi?

Ma è co­sì. L’esta­te lo ha vi­sto pro­ta­go­ni­sta, a 50 an­ni, dei film che si so­no piaz­za­ti nu­me­ro uno e nu­me­ro due al box of­fi­ce. In Aven­gers:

In­fi­ni­ty War del­la Mar­vel (il ti­to­lo è do­vu­to al­la lun­ga du­ra­ta del film) re­ci­ta­no tut­ti gli at­to­ri più im­por­tan­ti di Hol­ly­wood e lui è Thanos, il supercattivo, un ti­ta­no ster­mi­na­to­re e co­lor vio­la che qual­cu­no rie­sce a tro­va­re at­traen­te; in

Dead­pool 2 è Ca­ble, un mu­tan­te ci­ber­ne­ti­co ar­ri­va­to dal fu­tu­ro in cer­ca di ven­det­ta. Poi è usci­to nel­le sa­le (in Italia ar­ri­va il 18 ot­to­bre) an­che Sol­da­do di­ret­to da Ste­fa­no Sol­li­ma, il se­quel di Si­ca­rio. Bro­lin ri­pren­de il ruo­lo che ave­va in­ter­pre­ta­to nel film di De­nis Vil­le­neu­ve, quel­lo di un briz­zo­la­to agen­te del­la Cia che ne ha vi­ste di ogni ed è im­pe­gna­to in una mis­sio­ne di re­cu­pe­ro. «Co­me af­fron­ti un mo­men­to co­sì?», si chie­de se­du­to sul di­va­no del­la sui­te del Gree­n­wi­ch Ho­tel do­ve al­log­gia sem­pre quan­do è qui a New York. «Que­sto ti­zio» - e “que­sto ti­zio” è lui - «ha fat­to due film, an­zi tre, che han­no già in­cas­sa­to ol­tre due mi­liar­di di dol­la­ri. Si­gni­fi­ca che la sua vi­ta sta per cam­bia­re. Ok. Ma che co­sa vuol di­re per me? Che la­vo­re­rò di me­no?». È pre­oc­cu­pa­to, mol­to, di di­ven­ta­re un mo­stro di ego­cen­tri­smo e co­min­cia­re ad ac­cet­ta­re so­lo de­ter­mi­na­ti ruo­li nel ten­ta­ti­vo di pro­lun­ga­re il suo mo­men­to ma­gi­co. Non è già suc­ces­so a quei suoi ami­ci che era­no co­sì cool e con i pie­di ben pian­ta­ti per ter­ra e che ades­so non ri­schia­no più nien­te e non de­via­no mai da quel­lo che lui chia­ma il “ma­nua­le” del­la mo­vie star?

Ha ap­pe­na mes­so un po’ in or­di­ne la sua vi­ta. Non be­ve da cin­que an­ni, è spo­sa­to da due. Ha tro­va­to il mo­do di la­vo­ra­re che fa per lui: gi­ra film che non so­no pro­prio dei bloc­k­bu­ster ( Non

è un pae­se per vec­chi, Wall Street: Il de­na­ro non dor­me mai), ruo­li in­te­res­san­ti con re­gi­sti e co­pro­ta­go­ni­sti che gli piac­cio­no e par­ti da non pro­ta­go­ni­sta in film in cui cre­de. Ha in­con­tra­to una don­na, la tren­ta­duen­ne Ka­th­ryn Boyd, che non gli dà la co-di­pen­den­za che si era sca­te­na­ta nel­le sue re­la­zio­ni pre­ce­den­ti. Ha una ca­sa - ne ha an­che un’al­tra - e aspet­ta ad­di­rit­tu­ra un fi­glio, il ter­zo. Ha scon­fit­to tan­ti de­mo­ni e non sa co­me l’Esta­te di Jo­sh Bro­lin po­treb­be in­ter­fe­ri­re con que­sta nuo­va se­re­ni­tà. Pri­ma era con­ten­to. Dav­ve­ro. Non è che gua­da­gnas­se tan­to, in con­fron­to ad al­tre star, ma lui è cre­sciu­to in un ran­ch in cam­pa­gna. È un au­tar­chi­co. Può gi­ra­re un film con pa­ga al mi­ni­mo sin­da­ca­le e far­si ba­sta­re i sol­di per un an­no, se ce ne è bi­so­gno. Quel­la do­me­ni­ca, do­po la te­le­fo­na­ta dei suoi agen­ti e do­po ave­re fe­steg­gia­to per un se­con­do i suoi suc­ces­si, qual­cos’al­tro si è in­si­nua­to al po­sto del­la gio­ia: la pau­ra.

Bro­lin è un ti­po al­la Mi­ne­craft, ma­scel­la qua­dra­ta, bi­ci­pi­ti lar­ghi co­me il mio pun­to vi­ta, la te­sta che de­gra­da nei suoi gi­gan­te­schi tra­pe­zi. Ha qual­co­sa del­le scul­tu­re dei pre­si­den­ti in gra­ni­to sul Mon­te Rush­mo­re. Co­sì spie­ga il suo au­to­ri­trat­to: «Un ti­po pri­mi­ti­vo, che as­so­mi­glia a un go­ril­la». Poi, pun­tan­do­si un di­to sul vi­so: «E con gli oc­chi in­fos­sa­ti». Sa che que­sta sua fis­si­tà ha una cer­ta for­za e la usa nei per­so­nag­gi, per in­ter­pre­tar­li per sot­tra­zio­ne, gio­can­do di un­der­sta­te­ment, mo­stran­do­si a suo agio in lun­ghi si­len­zi ine­spres­si­vi e sen­za mai chie­de­re al pub­bli­co di amar­lo per­ché la sua non è quel ti­po di fac­cia lì. «È to­tal­men­te one­sto e sin­ce­ro», ha det­to Be­ni­cio Del To­ro, suo gran­de ami­co e co-pro­ta­go­ni­sta del­la se­rie Si­ca­rio. È il Jo­sh Bro­lin di Si­ca­rio, di Il Grin­ta e di Non è un

pae­se per vec­chi dei fra­tel­li Coen, di Milk di Gus Van Sant, per cui è sta­to can­di­da­to all’Oscar. Ma c’è an­che un’al­tra ver­sio­ne di Jo­sh Bro­lin, e una fac­cia com­ple­ta­men­te di­ver­sa. Quel­la che ha usa­to in Vi­zio di for­ma di Paul Tho­mas An­der­son e in Amo­ri e di­sa­stri di Da­vid O. Rus­sell, e che fa ve­de­re in Dead­pool 2, do­ve pren­de in gi­ro pro­prio quel suo fac­cio­ne mo­nu­men­ta­le, una spe­cie di Jo­sh Bro­lin post­mo­der­no. In que­sti film è co­me se il Mon­te Rush­mo­re si vol­tas­se ver­so di te e sor­ri­des­se. È in­cre­di­bi­le tra quan­te pro­po­ste può sce­glie­re ades­so, all’im­prov­vi­so. So­no pas­sa­ti 33 an­ni dal suo de­but­to nei Goo­nies.

No­no­stan­te fos­se il fi­glio di Ja­mes Bro­lin, nel ci­ne­ma è ri­ma­sto a lun­go fuo­ri dal­la por­ta con il na­so schiac­cia­to con­tro il ve­tro. Do­po I Goo­nies ha fat­to Th­ra­shin’ - Cor­sa al mas­sa­cro, un cult mo­vie su­gli ska­ter, e poi un mi­lio­ne di pro­vi­ni. Sem­bra­va tutto fuo­ri dal­la sua por­ta­ta. È ap­par­so in un epi­so­dio di Au­to­stop per il cie­lo. Non è riu­sci­to a es­se­re pro­ta­go­ni­sta in 21 Jump Street, che è an­da­to a John­ny Depp. Ha fat­to qual­che se­rie tv. Ha ri­fiu­ta­to Tut­ti al ma­re an­che se il suo agen­te gli ave­va det­to: «È la par­te di un sur­fi­sta, e tu fai surf. Sa­reb­be da idio­ta ri­fiu­tar­la».

Cer­to che vo­le­va la­vo­ra­re, ov­vio. Ma vo­le­va an­che po­ter­si guar­da­re al­lo spec­chio sen­za de­te­star­si. Si co­no­sce­va ab­ba­stan­za da non ac­cet­ta­re la­vo­ri che non cre­de­va di po­ter far be­ne. E co­sì nel 2002 la stel­la del ci­ne­ma Jo­sh Bro­lin ha ini­zia­to a fa­re il day tra­der, uno di quel­li che com­pra­no azio­ni e le ri­ven­do­no il gior­no stes­so. Ave­va già due fi­gli, vo­lu­ti e avu­ti con la pri­ma mo­glie, l’at­tri­ce Ali­ce Adair, quan­do lui ave­va po­co più di 20 an­ni. Poi con la se­con­da, Dia­ne La­ne, è ar­ri­va­ta an­che una fi­glia ac­qui­si­ta a cui si è mol­to le­ga­to. Ta­te e ba­by sit­ter non gli so­no mai pia­ciu­te, è un’idea che non ha mol­to sen­so per lui che è cre­sciu­to sen­za. Por­ta­va i fi­gli a scuo­la. Si al­za­va al­le cin­que e or­ga­niz­za­va la mat­ti­na­ta sui tem­pi del­la Bor­sa di New York fin­ché i bam­bi­ni si met­te­va­no a stril­la­re che do­ve­va­no usci­re e fer­mar­si a com­pra­re i muf­fin ai mir­til­li dal ben­zi­na­io. Di mat­ti­na se ne sta­va se­du­to in mu­tan­de da­van­ti a tre com­pu­ter, cia­scu­no con cin­que scher­ma­te aper­te. Quan­do pen­si a Bro­lin pen­si su­bi­to a una stel­la del ci­ne­ma per­ché a die­ci an­ni lo hai vi­sto ne I Goo­nies. Pen­si a quel­la ma­scel­la. E in­ve­ce lui è lì che com­pra e ven­de azio­ni in Bor­sa. E nel 2004 ven­de il ran­ch di Pa­so Ro­bles do­ve è cre­sciu­to, in Ca­li­for­nia, per­ché è me­glio non ave­re trop­pi de­bi­ti ed è ve­ro che lui sa co­me far­si du­ra­re i sol­di di un film a pa­ga sin­da­ca­le ma sa an­che che non rie­sci a far­lo se hai un ran­ch da man­te­ne­re. A Hol­ly­wood di­ce di ave­re gua­da­gna­to co­sì po­co (in con­fron­to ad al­tre mo­vie star) che il di­bat­ti­to del mo­vi­men­to Ti­me’s Up sul­la di­su­gua­glian­za del­le re­tri­bu­zio­ni tra uo­mi­ni e don­ne per lui è sta­to una sor­pre­sa. Non è uno stu­pi­do. Ma non si im­ma­gi­na­va che tut­te quel­le at­tri­ci straor­di­na­rie gua­da­gnas­se­ro co­sì tan­to me­no de­gli uo­mi­ni. Nel­la vi­ta lui è sta­to sem­pre cir­con­da­to da don­ne al­fa. Sua mam­ma era una si­gno­ra dall’ener­gia esplo­si­va che ur­la­va e beveva pa­rec­chio, la nuo­va mo­glie di suo pa­dre è nien­te­me­no che Bar­bra Strei­sand. Jo­sh ha te­nu­to te­sta e si è scon­tra­to con en­tram­be, e ha sem­pre vo­lu­to mol­to be­ne a tut­te e due. Ma se hai a che fa­re con la Strei­sand ti è dif­fi­ci­le im­ma­gi­na­re che una don­na pos­sa es­se­re sfrut­ta­ta. «Bar­bra non ha mai avu­to bi­so­gno di far par­te di un mo­vi­men­to. È lei stes­sa il mo­vi­men­to». «Le di­ce­va­no: “Non puoi fa­re una co­sa del ge­ne­re”. E lei: “Per­ché no?”. È fat­ta co­sì».

Per lui so­no le don­ne a de­ci­de­re tutto. «Non di­co in ge­ne­ra­le. Par­lo per me. Le os­ser­va­vo e pro­va­vo per lo­ro un pro­fon­do ri­spet­to. Ma non ho mai co­no­sciu­to don­ne che non sia­no riu­sci­te a ot­te­ne­re quel­lo che vo­le­va­no, che non fos­se­ro ascol­ta­te o ri­spet­ta­te. Ho fre­quen­ta­to so­lo il ti­po op­po­sto». Scuo­te la te­sta. «Io so­no sem­pre sta­to quel­lo pa­ga­to di me­no. Non ho mai pre­so quan­to pren­de­va­no i miei co-pro­ta­go­ni­sti». Per Non è un pae­se

per vec­chi ha pre­so 100mi­la dol­la­ri, sen­za per­cen­tua­li su­gli in­cas­si. Cir­ca 36mi­la, do­po com­mis­sio­ni per gli agen­ti e tas­se. Ri­de. Con­trol­la­te il suo con­to in ban­ca de­gli ul­ti­mi die­ci an­ni, se vo­le­te. De­fi­ni­sce sua ma­dre, una te­xa­na che si chia­ma­va Ja­ne Ca­me­ron Agee, «mol­to se­ve­ra». Era una di­ret­tri­ce di ca­st e un’ani­ma­li­sta che, 12 gior­ni do­po ave­re co­no­sciu­to Ja­mes Bro­lin, sco­lan­do­si uno Scor­pion die­tro l’al­tro gli ha chie­sto: «Al­lo­ra, ci spo­sia­mo o no?». La pa­zien­za non era il suo for­te. Da pic­co­lo Jo­sh ave­va scrit­to una poe­sia sul­la mor­te a for­ma di cer­chio, gliel’ave­va fat­ta ve­de­re e lei: «Che ro­ba è?». Una vol­ta ha con­fes­sa­to a Jo­sh che in lei c’era qual­co­sa che ave­va bi­so­gno di crea­re osta­co­li e in­fe­li­ci­tà do­ve non ce n’era­no. «Co­me me. Se non c’era­no pro­ble­mi, ne in­ven­ta­vo uno. Ave­vo bi­so­gno di un osta­co­lo per sen­ti­re di esi­ste­re». Di­ce che sua ma­dre «ha avu­to una vi­ta al­la Sam She­pard». Una vol­ta usci­va con uno del­la stes­sa età di Jo­sh; lui ave­va mi­nac­cia­to di la­sciar­la, e lei gli ave­va pun­ta­to ad­dos­so un fu­ci­le ca­li­bro 22. Se ne era an­da­to co­mun­que e sua mam­ma l’ave­va in­se­gui­to in au­to; poi ave­va chia­ma­to il fi­glio per dir­gli che era usci­ta di stra­da a 90 mi­glia all’ora e si era fat­ta mol­to ma­le al­la schie­na. Non è sta­to quel­lo a uc­ci­der­la. È mor­ta an­ni do­po gui­dan­do ad al­ta ve­lo­ci­tà, di nuovo, è an­da­ta a sbat­te­re con­tro un al­be­ro. Non ha chia­ma­to

«AMA­VO MOL­TO DIA­NE LA­NE, VO­LE­VO ES­SE­RE IL SUO EROE. MA CO­SÌ TI CON­SU­MI, TI SFINISCI E POI ESCE IL RAN­CO­RE»

Bro­lin. È sta­to un ami­co di fa­mi­glia, un ra­dio­lo­go, a te­le­fo­nar­gli e a dir­gli che la ma­dre era in ospe­da­le e il suo cer­vel­lo non da­va più se­gni di vi­ta. Gli ha det­to al te­le­fo­no, dal suo ap­par­ta­men­to, di stac­car­la dal­le mac­chi­ne. Non ha aspet­ta­to di ve­der­la per l’ul­ti­ma vol­ta. Sa­pe­va che se ne era già an­da­ta per sem­pre.

Lui beveva so­lo quan­do vo­le­va sbron­zar­si, e lo fa­ce­va fuo­ri di ca­sa do­ve i fi­gli non po­te­va­no ve­der­lo. Si sta­va dan­do una cal­ma­ta do­po un’in­fan­zia fat­ta di dro­ghe, al­col, un grup­po punk, cre­sta al­la mo­hi­ca­na, fur­ti, ar­re­sti, al­me­no un sog­gior­no in ri­for­ma­to­rio, e do­po che a 16 an­ni si era eman­ci­pa­to le­gal­men­te dai ge­ni­to­ri. No­no­stan­te tutto que­sto in fa­mi­glia era con­si­de­ra­to un ti­po mol­to re­spon­sa­bi­le. «Mi pia­ce­va. Ado­ra­vo es­se­re un pa­pà, ave­re del­le re­spon­sa­bi­li­tà, se ave­va­no bi­so­gno di qual­co­sa quel­lo a cui tut­ti si ri­vol­ge­va­no ero sem­pre io. O qua­si sem­pre». Ogni tan­to ave­va bi­so­gno di stac­ca­re e se ne an­da­va per qual­che gior­no a Los An­ge­les. O ve­ni­va in que­sta sui­te a New York, se glie­la pa­ga­va una pro­du­zio­ne o il suo con­trat­to con la War­ner Bros. Che è fi­ni­to nel 2012. Al­lo­ra si but­ta­va sull’al­col. Era co­me un ri­fu­gio, do­ve po­te­va di­re quel­lo che vo­le­va e fre­gar­se­ne del­le re­go­le. Ora che è so­brio di­ce: «Mi pia­ce­reb­be vi­ve­re con l’ef­fet­to che dà l’al­col, sen­za be­re pe­rò». Con le don­ne ha sem­pre cer­ca­to di ca­pi­re quel­lo che cer­ca­va­no e di riu­sci­re a es­ser­lo. «Ca­pi­rò qua­li bi­so­gni e qua­li in­si­cu­rez­ze hai, e ne ap­pro­fit­te­rò. Per esem­pio, hai bi­so­gno di un pa­pà? Sa­rò io tuo pa­dre. Sa­rò il tuo eroe». Vo­le­va che lo ve­des­se­ro co­me la per­so­na in as­so­lu­to più ca­pa­ce di pren­der­si cu­ra di lo­ro, quel­lo che sa ascol­ta­re, che si com­por­ta me­glio. Com­pra­va quat­tro doz­zi­ne di ro­se, in mac­chi­na to­glie­va tut­te le spi­ne e poi le di­spo­ne­va in una com­po­si­zio­ne. Vo­le­va che sen­tis­se­ro che lui le ama­va più di chiun­que al­tro.

Con la sua ex è sta­to lo stes­so. «Ama­vo mol­to Dia­ne La­ne. Mi pia­ce­va es­se­re una fi­gu­ra pa­ter­na per sua fi­glia. Ma non era pos­si­bi­le, e se hai quel­la men­ta­li­tà eroi­ca, ti con­su­mi e quan­do sei sfi­ni­to poi ti riem­pi di risentimento, e ti vie­ne fuo­ri di tutto. Mi sen­to in col­pa per non ave­re avu­to la pron­tez­za di spi­ri­to o la ma­tu­ri­tà di ca­pir­lo pri­ma». Chia­mia­mo­lo l’In­ver­no di Jo­sh Bro­lin. Lui e Dia­ne La­ne han­no vis­su­to un po’ al­la Eli­za­be­th Tay­lor/Ri­chard Bur­ton, fin­ché nel 2013 si so­no se­pa­ra­ti. So­no sta­ti sot­to i ri­flet­to­ri in­sie­me, li han­no evi­ta­ti in­sie­me, han­no li­ti­ga­to, han­no

Si so­no spo­sa­ti nel 2016. L’ha os­ser­va­ta men­tre si adat­ta­va a quel­la stra­na vi­ta nuo­va, una ra­gaz­za del Sud che si spo­sa con l’ari­sto­cra­zia di Hol­ly­wood, Ja­mes Bro­lin, Bar­bra Strei­sand e i suoi ca­ni clo­na­ti. Sta­mat­ti­na, quan­do si so­no se­du­ti per fa­re co­la­zio­ne e leg­ge­re i gior­na­li, lui l’ha guar­da­ta con le la­cri­me agli oc­chi. Al­lo­ra lei gli si è se­du­ta in brac­cio. Ha pen­sa­to a tut­te le vol­te che non si è pre­so ab­ba­stan­za cu­ra del­la sua vi­ta. Ha pen­sa­to a quel­la vol­ta che in Co­sta Ri­ca un uo­mo lo ha ac­col­tel­la­to al ven­tre per­ché gli ave­va chie­sto una si­ga­ret­ta e dei sol­di e lui ave­va ri­spo­sto di no. Al dot­to­re che gli ha det­to che se quel col­tel­lo fos­se af­fon­da­to so­lo un po’ più a de­stra o a si­ni­stra sa­reb­be mor­to. Pen­sa all’al­col, agli ar­re­sti, ai gior­ni ter­ri­bi­li tra­scor­si in que­sta sui­te. Non li di­men­ti­ca. Non si di­men­ti­ca quan­to fos­se ter­ri­bi­le quel caos. Ca­pi­to ades­so? È que­sto il pro­ble­ma dell’Esta­te di Jo­sh Bro­lin. Un sac­co di co­se bel­le, ma an­che una mi­nac­cia per la vi­ta di cui, l’ave­va ap­pe­na rea­liz­za­to, in fon­do era con­ten­to. fat­to pa­ce. Nel 2004 Dia­ne ha chia­ma­to la po­li­zia di­cen­do che Bro­lin l’ave­va pic­chia­ta. Il pu­bli­ci­st del­la cop­pia ave­va di­chia­ra­to: «Era­no in ca­sa e c’è sta­to un ma­lin­te­so. Dia­ne ha chia­ma­to la po­li­zia. Jo­sh è sta­to ar­re­sta­to con l’ac­cu­sa più lie­ve in ca­so di vio­len­za do­me­sti­ca. Dia­ne non vo­le­va de­nun­ciar­lo, ma in ca­si co­me que­sto la po­li­zia pri­ma ti ar­re­sta, poi ti do­man­da che co­sa è suc­ces­so. Ades­so so­no di nuovo in­sie­me a ca­sa». Poi il ca­so è sta­to ar­chi­via­to. Cin­que an­ni fa, quan­do ha de­ci­so di smet­te­re di fu­ma­re, ha an­che smes­so di be­re. Una mat­ti­na, do­po Hal­lo­ween, si è sve­glia­to sul mar­cia­pie­de da­van­ti a ca­sa: lo chia­ma­va­no per dir­gli di an­da­re a tro­va­re la non­na, che sta­va mo­ren­do. Lei ave­va 99 an­ni, lui si è spor­to so­pra il suo let­to e puz­za­va di al­col. La non­na ha sor­ri­so. Ha sor­ri­so! Lì ha ca­pi­to che non avreb­be più be­vu­to. Ha di­vor­zia­to da Dia­ne La­ne. Un po’ al­la vol­ta si è ri­pre­so. Ha scrit­to poe­sie, co­me ha sem­pre fat­to. Ha scrit­to sul suo dia­rio, co­me sem­pre. Un gior­no, quat­tro me­si do­po il di­vor­zio, ha al­za­to lo sguar­do e ha vi­sto Ka­th­ryn, la sua as­si­sten­te, so­li­da, ri­sol­ta, sen­za par­ti­co­la­ri bi­so­gni e vuo­ti emo­ti­vi in cui lui avreb­be cer­ca­to di in­se­rir­si e da­re ri­spo­sta. «Non ha bi­so­gno di me, non l’ha mai avu­to».

CHE TRAF­FI­CO JO­SH BRO­LIN DI NUOVO CON BE­NI­CIO DEL TO­RO IN SOL­DA­DO, NARCOTHRILLER DI STE­FA­NO SOL­LI­MA, SE­QUEL DI SI­CA­RIO. ESCE IL 18 OT­TO­BRE.

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy

© PressReader. All rights reserved.