Leo­nar­do da Vin­ci: se og­gi il ge­nio ri­na­sces­se, sa­reb­be una don­na

Una vi­sio­na­ria ca­pa­ce di rein­ven­ta­re il mon­do, an­da­re ol­tre la fred­da tec­no­lo­gia e ri­por­ta­re al cen­tro le emozioni. Se og­gi, 500 an­ni do­po la sua scom­par­sa, na­sces­se un nuo­vo Leo­nar­do da Vin­ci, sa­reb­be (ci au­gu­ria­mo) don­na

Marie Claire (Italy) - - SOMMARIO - di Mi­che­le Ne­ri

Met­tia­mo che, per un por­ten­to­so scher­zo del de­sti­no, a qua­si cin­que­cen­to an­ni dal­la sua mor­te, in un pic­co­lo bor­go fuo­ri Fi­ren­ze o in una qua­lun­que al­tra la­ti­tu­di­ne di un pia­ne­ta glo­ba­liz­za­to, ven­ga al mon­do un nuo­vo Leo­nar­do da Vin­ci: un bam­bi­no (o me­glio, co­me si ve­drà, una bam­bi­na) do­ta­to del­la stes­sa ge­nia­li­tà, un ta­len­to al­tret­tan­to po­lie­dri­co e li­be­ro. Riu­sci­reb­be a di­ven­ta­re Leo­nar­do da Vin­ci e a met­te­re a frut­to il suo in­ge­gno vi­sio­na­rio an­che nel 2019? E, so­prat­tut­to, qua­le ruo­lo po­treb­be ot­te­ne­re nel­la no­stra so­cie­tà? Un fuo­ri­clas­se del fa­re co­me lui og­gi si sen­ti­reb­be spiaz­za­to, cir­con­da­to da in­nu­me­re­vo­li pic­co­li clo­ni (crea­to­ri di start-up, ma­ker 3d, in­ge­gne­ri, pro­gram­ma­to­ri, pro­dut­to­ri di app). Lui che fre­quen­ta­va un fu­tu­ro sol­tan­to suo, da cui por­ta­va in do­no for­mi­da­bi­li in­tui­zio­ni, au­to­mo­bi­li, val­vo­le aor­ti­che e paracadute, for­se si sco­pri­reb­be su­per­fluo in una so­cie­tà con­su­ma­ta dal do­ma­ni o dall’at­te­sa, a co­min­cia­re dall’an­sia per un nuo­vo mes­sag­gio, per un’al­tra fo­to­gra­fia. Guar­dan­do­ci sul­la me­tro­po­li­ta­na, la mat­ti­na, si ac­cor­ge­reb­be su­bi­to che le in­ven­zio­ni più ama­te so­no quel­le che in real­tà ci ren­do­no schia­vi del go­di­men­to che of­fro­no. E al­lo­ra a che pro idea­re an­co­ra?

C’è pe­rò l’al­tro Da Vin­ci con cui fa­re i con­ti: il pio­nie­re ri­na­sci­men­ta­le, chi per pri­mo ha sa­pu­to met­te­re al cen­tro l’es­se­re uma­no. E co­sì un suo pos­si­bi­le ruo­lo nel mon­do con­tem­po­ra­neo co­min­cia a trat­teg­giar­si. Se il fu­tu­ro in cui già vi­via­mo non ci pia­ce è per­ché la tec­no­lo­gia è sta­ta por­ta­ta in ogni mo­do pos­si­bi­le an­che den­tro di noi, e ci ha tra­vol­to. Il Ri­na­sci­men­to di cui ab­bia­mo bi­so­gno de­ve con­dur­ci ver­so un oriz­zon­te più si­mi­le a noi, con un’in­ver­sio­ne a U che ri­met­ta l’uo­mo e i suoi bi­so­gni al cen­tro dell’ine­vi­ta­bi­le ri­vo­lu­zio­ne tec­no­lo­gi­ca. Per que­sto ci vuo­le un de­ci­si­vo cam­bio di pa­ra­dig­ma. Un Leo­nar­do del 2019, per­ché pos­sa dav­ve­ro di­ven­ta­re Leo­nar­do e oc­cu­par­si di tut­ti noi, ri­dan­do­ci la pre­mi­nen­za che ci è sta­ta sot­trat­ta, do­vreb­be pro­ba­bil­men­te na­sce­re don­na, o co­mun­que fa­re uso del­la par­te fem­mi­ni­le del suo cer­vel­lo straor­di­na­rio. Do­ta­to di una leg­gen­da­ria bel­lez­za, qua­si alie­na, con il suo muo­ver­si li­be­ra­men­te tra cul­tu­re e con­fi­ni, Leo­nar­do po­treb­be di­ven­ta­re l’angelo cu­sto­de che ci ri­chia­ma a una ge­ne­ra­le ri­sco­per­ta del­le prio­ri­tà uma­ne. C’è chi so­stie­ne che nel vol­to del­la Gio­con­da sia già ri­fles­sa l’iden­ti­tà flui­da, ve­la­ta­men­te fem­mi­ni­le dell’ar­ti­sta. Può es­se­re, ma il suo qua­dro più ce­le­bre of­fre uno spun­to più im­por­tan­te an­co­ra. Se­con­do le scan­sio­ni ef­fet­tua­te sul di­pin­to dal Cen­tro na­zio­na­le ca­na­de­se del­le ri­cer­che, Mon­na Lisa è ri­ve­sti­ta da un ve­lo di mus­so­li­na, all’epo­ca por­ta­to dal­le don­ne che ave­va­no par­to­ri­to da po­co. L’ari­sto­cra­ti­ca Lisa Ghe­rar­di­ni era sta­ta raf­fi­gu­ra­ta su­bi­to do­po la na­sci­ta del suo se­con­do fi­glio. Si può par­ti­re da qui al­lo­ra, dal­la gio­ia ver­ti­gi­no­sa e sag­gia del da­re al­la lu­ce.

Ab­bia­mo bi­so­gno di un (una) por­ta­vo­ce, un lea­der del­la ge­ne­ra­ti­vi­tà (pa­ro­la co­nia­ta dal­lo psi­co­lo­go e psi­coa­na­li­sta te­de­sco Erik Erik­son).

Ge­ne­ra­ti­vo è chi non si li­mi­ta a met­te­re al mon­do fi­gli (o pro­dot­ti, in­ven­zio­ni, po­li­ti­che), ma chi for­ni­sce lo­ro gli stru­men­ti per an­da­re avan­ti per pro­prio con­to, chi de­ci­de di pren­der­se­ne cu­ra sen­za pe­rò con­trol­la­re o ma­ni­po­la­re la pro­pria ope­ra per do­mi­na­re o ce­le­bra­re in­di­vi­dua­li­smo e nar­ci­si­smo. L’esat­to con­tra­rio del­la stra­da per­cor­sa da Mark Zuc­ker­berg e Jeff Be­zos (e da gran par­te del­la clas­se po­li­ti­ca de­gli ul­ti­mi de­cen­ni), i cui pro­get­ti non fan­no al­tro che ri­ba­di­re all’in­fi­ni­to l’im­pron­ta, pie­na di li­mi­ti, dei fon­da­to­ri. È ne­ces­sa­rio il cer­vel­lo em­pa­ti­co del­la don­na. An­che se ri­schia di ri­pe­te­re un vec­chio cli­ché, una ri­cer­ca com­piu­ta su un cam­pio­ne di 670mi­la per­so­ne dall’Uni­ver­si­tà di Cam­brid­ge, con­fer­ma che il cer­vel­lo ma­schi­le è co­strui­to per ap­pren­de­re mec­ca­ni­smi (e ne ab­bia­mo fin trop­pi) e quel­lo del­la don­na per ca­pi­re le emozioni. Ciò di cui ci sa­reb­be bi­so­gno è la vo­lon­tà di la­scia­re al­la so­cie­tà ciò che ori­gi­na da una com­pe­ten­za per­so­na­le, ma poi re­sta per sem­pre in ma­ni al­trui, for­nen­do una spal­la su cui sa­li­re. Non Leo­nar­do sta­vol­ta, ma le set­te ma­da­mi­ne to­ri­ne­si che han­no crea­to la mo­bi­li­ta­zio­ne pa­ci­fi­ca e super par­tes per sbloc­ca­re il pan­ta­no in cui era fi­ni­ta To­ri­no, o le 117 don­ne elet­te al­le ur­ne del Mid­term in Ame­ri­ca, pos­so­no es­se­re se­gna­li di un cam­bia­men­to.

Gli in­no­va­to­ri as­so­lu­ti­sti ed ego­cen­tri­ci han­no fat­to il lo­ro, il no­stro, tem­po. Ser­vi­reb­be lo sguar­do pa­ci­fi­ca­to e fi­du­cio­so nell’av­ve­ni­re del­la

Gio­con­da. Han­nah Arendt ave­va scrit­to il pen­sie­ro ge­ne­ra­ti­vo per ec­cel­len­za: «Sia­mo na­ti per co­min­cia­re». Dall’ar­ri­vo di un Leo­nar­do pe­da­go­go, di nuo­vo vi­sio­na­rio, con a di­spo­si­zio­ne non più sol­tan­to i suoi co­di­ci scrit­ti da de­stra a si­ni­stra, ma l’ubi­qui­tà e la per­si­sten­za del­la Re­te. Da lui po­trem­mo ri­ce­ve­re una rie­du­ca­zio­ne ne­ces­sa­ria. A co­min­cia­re da un co­ming out. Non su una pre­sun­ta omo­ses­sua­li­tà, quan­to sul suo es­se­re sta­to an­che un cat­ti­vo esem­pio: l’ori­gi­na­le di un mo­do di esi­ste­re in cui si vuo­le es­se­re tut­to, multitasking in­clu­so. Per ri­cor­dar­ci che co­no­sce­re, o il­lu­der­ci di co­no­sce­re più vi­te di quel­la che pos­sia­mo vi­ve­re, è fon­te d’in­fe­li­ci­tà. Ma poi, for­te di ot­to­mi­la pa­gi­ne di co­di­ci e dia­ri in cui par­la del pia­ne­ta ma ta­ce su di sé, Leo­nar­do po­treb­be an­che con­vin­cer­ci che sen­za se­gre­ti non si crea e non si cre­sce.

Il Mae­stro tro­ve­reb­be un mo­do

per re­sta­re in con­tat­to con noi. Un ava­tar por­ta­ti­le. Un ma­ker, sì, ma di un’in­di­spen­sa­bi­le cor­ret­tez­za emo­ti­va. Po­treb­be co­sì ri­por­ta­re li­ber­tà e ugua­glian­za al cuo­re del pro­gres­so. Li­be­ran­do­ci da una sen­sa­zio­ne sem­pre più op­pri­men­te in que­sto pre­sen­te ar­ti­fi­cia­le, quel­la del­la no­stra ir­ri­le­van­za (non a ca­so una pa­ro­la ri­cor­ren­te nel li­bro di Yu­val Noah Ha­ra­ri 21 le­zio­ni per il

XXI se­co­lo, Bom­pia­ni). Per in­se­gnar­ci una ri­le­van­za di­ver­sa, non più de­ci­sa dall’al­to o dal­le convenzioni so­cia­li, e sen­za la so­praf­fa­zio­ne del pros­si­mo o del­la na­tu­ra, con la qua­le in­ve­ce ri­fa­re al­lean­ze. Que­sto sa­reb­be di­ven­ta­re Leo­nar­do. Che do­vreb­be pe­rò lot­ta­re per re­sta­re Leo­nar­do. Chi avreb­be con­tro? In­ve­sti­to­ri, in­ge­gne­ri, la lo­gi­ca dei pro­fit­ti, la neb­bia del fa­ke, il pen­sie­ro vio­len­to o con­for­mi­sta, la di­stra­zio­ne ali­men­ta­ta dal­la ri­cer­ca di pia­ce­re, il mec­ca­ni­smo con il qua­le chi do­mi­na la tec­no­lo­gia con­trol­la an­che noi.

È pe­rò un’im­pre­sa du­ra. An­che per una don­na. Se lui, ge­nio del­la pro­cra­sti­na­zio­ne crea­ti­va, ce la fa­ces­se, ci li­be­re­reb­be dal per­fe­zio­ni­smo. I suoi splen­di­di di­fet­ti ci pro­teg­ge­reb­be­ro da una cul­tu­ra che ci vuo­le in­fal­li­bi­li, sen­za er­ro­ri, op­pu­re omo­lo­ga­ti. Di­ven­te­reb­be il sal­va­to­re di due o for­se tre ge­ne­ra­zio­ni. Con la sfi­da di ri­dar­ci il be­ne per­du­to: la lu­ci­di­tà. Un in­di­vi­duo do­ta­to del suo spi­ri­to d’os­ser­va­zio­ne ca­pi­reb­be il ma­lin­te­so (non ac­ci­den­ta­le, vo­lu­to) che ci op­pri­me. Le no­stre scel­te, i rap­por­ti tra noi, so­no gui­da­ti e or­di­na­ti dall’al­to, co­me ha scrit­to Ste­fa­no Dia­na in un sag­gio dav­ve­ro leo­nar­de­sco, Noi sia­mo

in­cal­co­la­bi­li (Stam­pa Al­ter­na­ti­va): at­tra­ver­so gli al­go­rit­mi stia­mo per­den­do la me­ra­vi­glia di un mon­do che non era chiu­so in nu­me­ri e clas­si­fi­ca­zio­ni ma pro­dot­to ogni gior­no dall’uma­no ve­nir­si in­con­tro. Per­ché sia­mo es­se­ri vo­lu­bi­li e im­pre­ve­di­bi­li, di­ce Dia­na, «che s’in­na­mo­ra­no per­du­ta­men­te in un gior­no di piog­gia e scap­pa­no al pri­mo rag­gio di so­le... che in­si­sto­no in un er­ro­re che ama­no più di lo­ro stes­si». Leo­nar­do po­treb­be de­via­re il fu­tu­ro, già tra noi nel­la sua ver­sio­ne tec­no­lo­gi­ca e con­su­mi­sta, ver­so una di­re­zio­ne “gen­ti­le”, “so­li­da­le”. Un Ri­na­sci­men­to per tor­na­re a guar­da­re “dal bas­so” l’esi­sten­za dei rap­por­ti uma­ni e le com­pe­ten­ze mes­se in cir­co­lo, e non dall’al­to di un si­ste­ma in cui tec­no­lo­gia e po­te­re so­no in po­che ma­ni. Sa­reb­be la ri­vo­lu­zio­ne del­la ge­ne­ra­ti­vi­tà. Lui, fi­glio il­le­git­ti­mo, es­se­re dall’iden­ti­tà sfu­ma­ta e lie­ve, ma dal­la vo­lon­tà di fer­ro, vian­dan­te del­la crea­ti­vi­tà, po­treb­be in­se­gnar­ci a guar­da­re lon­ta­no, in­ve­ce di fis­sar­ci sul pre­sen­te di uno scher­mo. Lo fa­reb­be pe­rò con un obiet­ti­vo che og­gi è ri­dot­to a una ca­ri­ca­tu­ra nar­ci­si­sti­ca: noi.

Ge­ne­ra­ti­vo è chi non si li­mi­ta a met­te­re al mon­do fi­gli (o pro­dot­ti, in­ven­zio­ni, po­li­ti­che), ma chi for­ni­sce lo­ro gli stru­men­ti per an­da­re avan­ti per pro­prio con­to

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