La mia sto­ria: ho la­scia­to il po­sto fis­so a 40 an­ni. Con una li­cen­za per so­gna­re

Vo­le­vo la li­cen­za di so­gna­re. Co­sì ho ri­mes­so tut­to in gio­co per de­di­car­mi al­le mie pas­sio­ni: il pia­no­for­te e il ci­bo. E so­no di­ven­ta­ta im­pren­di­tri­ce di me stes­sa

Marie Claire (Italy) - - SOMMARIO - te­sti­mo­nian­za rac­col­ta da Mar­ghe­ri­ta Tiz­zi

È bel­lo es­se­re sor­pre­si quan­do tut­to sem­bra

già de­li­nea­to. Scrit­to. A me è suc­ces­so in cor­sia. La de­gen­za di una per­so­na ca­ra mi ha co­stret­to in ospe­da­le per ore, gior­ni, set­ti­ma­ne. All’im­prov­vi­so, all’istan­te, svi­lup­pi con­sa­pe­vo­lez­za sul­la pre­zio­si­tà del tem­po. Che non puoi pos­se­de­re ma usa­re. Che non puoi con­ser­va­re ma spen­de­re. La ve­ri­tà vie­ne mes­sa a nu­do. La vi­sta si ap­pan­na, co­me la pas­sio­ne per il la­vo­ro. Dal­la fi­ne­stra di quel­la stan­za spo­glia no­ti l’im­ma­gi­ne sbia­di­ta del­la tua vi­ta: una bar­ca con ve­le am­mai­na­te in un por­to. La stes­sa di Geor­ge Gray, abi­tan­te del­la Spoon Ri­ver di Ed­gar Lee Ma­sters. Co­sì ri­mu­gi­ni e ti pen­ti per aver avu­to pau­ra di osa­re, mos­sa dal pre­giu­di­zio che fos­se trop­po tar­di per tut­to, a qua­rant’an­ni. D’al­tro can­to, per­ché la­scia­re la quie­te di una mul­ti­na­zio­na­le? E una car­rie­ra sal­da, ma­tu­ra? Mi as­sun­se­ro 18 an­ni fa, fre­sca de­gli stu­di in Boc­co­ni, in fu­ga dal­le ori­gi­ni, pie­mon­te­si e agri­co­le, di mio pa­dre. Ero “ter­ra­piat­ti­sta” e de­si­de­ra­vo uno spa­zio di azio­ne e ispi­ra­zio­ne più am­pio pos­si­bi­le. Co­sì, in po­chi an­ni, mi so­no ri­tro­va­ta a far par­te de­gli “hap­py few”, un’éli­te che, con un ba­ga­glia­io di idee, pro­get­ti e pro­dot­ti, ha re­ga­la­to emozioni a mi­lio­ni di don­ne. Ma le mie di emozioni?, mi so­no chie­sta quan­do la bus­so­la si è in­cep­pa­ta e il ven­to non mi è sta­to più fa- vo­re­vo­le. Quan­do os­ser­vi da vi­ci­no il do­lo­re, tut­to il re­sto di­ven­ta la­bi­le. Quan­do in­goi pal­lia­ti­vi per al­le­via­re l’an­go­scia, la men­te si fa sel­vag­gia. Fra­gi­le. Poi il buio la­scia il po­sto al co­rag­gio, e, pa­ra­fra­san­do Rai­ner Ma­ria Ril­ke, mi so­no det­ta: sii pa­zien­te e cer­ca di ama­re le do­man­de, per­ché in que­sto mo­men­to non sa­re­sti ca­pa­ce di con­vi­ve­re con le ri­spo­ste. Il pun­to è vi­ve­re ogni co­sa. Vi­ve­re di espe­rien­ze im­mer­si­ve. Sen­za aver pau­ra di var­ca­re quel­le che or­mai ti sem­bra­no le pa­re­ti si­cu­re del­la vi­ta. Per­ché ognu­no di noi, nel cor­so del­la pro­pria esi­sten­za, de­ve di­ven­ta­re qual­co­sa. Lo dob­bia­mo a noi stes­si.

Mi so­no con­ces­sa una se­con­da chan­ce, a qua­rant’an­ni suo­na­ti. Ho mol­la­to l’an­co­ra del po­sto fis­so, ho eli­mi­na­to le di­stra­zio­ni e ho ri­mes­so in mo­to un flus­so di ener­gia che non sa­pe­vo di aver ar­chi­via­to. Poi, ho ini­zia­to a suo­na­re il pia­no­for­te. Im­prov­vi­so

Op. 90 No. 3 di Schu­bert, una me­lo­dia cul­lan­te e sfug­gen­te, dal ca­rat­te­re so­gnan­te e com­mo­ven­te. E dall’at­mo­sfe­ra as­sor­ta. La se­re­ni­tà cen­tri­fu­ga di que­sta mu­si­ca, som­mi­ni­stra­ta sen­za li­cen­za, mi ha spin­to ol­tre. An­zi in­die­tro, al­le ori­gi­ni agri­co­le di mio pa­dre. Sì, le stes­se che un tem­po ave­vo al­lon­ta­na­to. Ne è na­ta una star­tup so­cio­ter­ri­to­ria­le ed eno­ga­stro­no­mi­ca che vuo­le ac­cen­de­re i ri­flet­to­ri sul ma­de in Ita­ly, sul­la cul­tu­ra del ter­ri­to­rio, sull’im­pren­di­to­ria­li­tà fem­mi­ni­le, sui pro­dut­to­ri di pre­li­ba­tez­ze, tan­to ra­re quan­to uni­che. Lo de­vo al mio pae­se, a mio pa­dre e al­la mia car­rie­ra che, por­tan­do­mi lon­ta­no, mi ha fat­to tor­na­re a ca­sa con una men­te glo­ba­le. Ho ca­pi­to che ci vo­glio­no do­lo­re e pa­zien­za per at­tra­ver­sa­re e com­pren­de­re la vi­ta. Non è mai trop­po tar­di per ac­cet­ta­re il ri­schio di met­ter­ti di nuo­vo in viag­gio.

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy

© PressReader. All rights reserved.