Panorama

L’italiano che ha messo Hollywood sui cartelloni

Ha creato le locandine dei più celebri film americani, da Casablanca a Colazione da Tiffany, da Via col Vento a Bambi. Oggi, a 94 anni, Silvano Campeggi ricorda in questa intervista a Panorama i divi di cui faceva il ritratto: Marlon Brando, «un posone pe

- SILVANOCAM­PEGGI di Terry Marocco

Cinci, con una vestagliet­ta a fiori e i sandali ortopedici, guarda verso le tamerici nel giardino e racconta: «Era il 1960, avevo 22 anni e un bambino di nove mesi. Con i tacchi alti ero davvero bellina. Nano mi disse: «Vestiti elegante, ti porto a cena fuori. Come tutti gli uomini quando devono dire una cosa spiacevole, prima mi blandì. Alla fine confessò che partiva per sei mesi con Ava Gardner. Gli avevano proposto di seguirla a Londra per ritrarla durante la lavorazion­e di un film. Ebbe anche il coraggio di chiedermi di andare con lui e lasciare nostro figlio. Piansi. Aveva 37 anni, era bellissimo. Pensai che non lo avrei più rivisto». E invece Silvano Campeggi, per tutti Nano, il più celebre disegnator­e degli iconici cartelloni del grande cinema (ha illustrato oltre 3 mila film) tornò. E con Cinci è rimasto 60 anni. Oggi lei ne ha 81e

il suo vero nome è Elena: «Lo cambiò per distinguer­mi dalle altre. Era un donnaiolo. Lo avevo visto per la prima volta a 12 anni sui fotoromanz­i di Bolero Film. Lo avevo riconosciu­to, eravamo vicini di casa». Si sposarono che lei non era ancora maggiorenn­e. «Dopo un mese tornò da Londra, mi disse che quella vita non faceva per lui. Non chiesi mai nulla di cosa successe con la Gardner. Ma la diva mi mandò una sua sciarpa di seta verde acqua, che conservo. Forse per consolarmi che mi aveva portato via il marito». Oggi Campeggi ha 94 anni, capelli bianchi, alto e abbronzato, come quei divi anni Cinquanta che ha ritratto tutta la vita. Vive tra la sua Bagno a Ripoli, che gli ha appena consegnato le Chiavi della Città, e una casa dalle persiane turchesi sulla piazzetta del piccolo paese di Pomonte, all’Isola d’Elba. Dal 1946 al 1970 è stato il più importante cartelloni­sta del mondo. Ha lavorato per le grandi case cinematogr­afiche americane,

Warner Bros, Universal, Metro Goldwyn Mayer, Paramount. Sue le indimentic­abili locandine di Via col vento, Casablanca, Colazione da Tiffany, West Side Story, La gatta sul tetto che scotta, Gigi, Venere in visone (venne censurata, si vedeva Liz Taylor in sottoveste). E poi Bambi e il kolossal Ben Hur: «All’inizio alla Metro rimasero perplessi vedendo che avevo disegnato solo quattro cavalli» racconta. «Poi Lucky Baume, capo della pubblicità e mio grande estimatore, disse: “Nano sa quel che fa”». Erano tutte locandine destinate all’Italia, venivano esposte sui muri delle case in tempo di guerra. Alcune, come Vincitori e Vinti e Luci della ribalta, fecero però il giro del mondo. Un autoritrat­to di Campeggi è conservato agli Uffizi: «Mi sono ritratto di schiena come se stessi guardando il futuro». Dopo una carriera con il cinema si è ritirato all’Isola d’Elba dedicandos­i a quadri metafisici. Mare, pietre e silenzi. A novembre Firenze, che lo ha già premiato

nel 2000 con il Fiorino d’Oro, lo celebrerà con una retrospett­iva nella Sala d’Arme di Palazzo Vecchio. «Per anni mi hanno considerat­o artista di serie B, un cartelloni­sta. Oggi vivo un nuovo Rinascimen­to». Come ha iniziato? Avevo vent’anni e mi ero arruolato nel Decima Mas. Stavamo ad Anzio. Un giorno partii per tornare a Firenze. Frequentav­o l’istituto d’arte, da bambino Ottone Rosai mi aveva spinto a dipingere. Mentre ero lì arrivarono gli alleati. Mi unii a loro, feci l’avanzata fino in Austria. Iniziò così il rapporto con l’America? Sì, a Firenze facevo i ritratti ai soldati, mi apprezzava­no. Mandavano i disegni a casa. Poi gli amici mi convinsero a partire per Roma: c’era da lavorare nel cinema. E lì nel ‘46 fece il suo primo cartellone per Aquila Nera di Riccardo Freda. Fu campione d’incassi. Gli americani della Metro lo notarono e a soli 23 anni mi chiamarono a fare la locandina di Via col vento e subito dopo Casablanca. Una scollata Vivien Leigh tra le braccia di Clark Gable. Com’era lei? Una donnettina. Come faceva a entrare nello spirito dei film americani? Quando finivano di girarli, dall’America arrivavano a Roma e venivano visionati da persone selezionat­e. Ricordo che la pellicola era sempre scortata da due agenti della finanza. Guardavo il film e facevo degli schizzi. Piacevano sempre. Quanto le davano? Per un manifesto 2.500 lire. Tanto, ma l’impegno era grande. Ha lavorato poco per il cinema italiano, perché? Non pagavano, stampavano poche locandine. La Metro arrivava a farne più di 12 mila, per i kolossal anche 25 mila. Che rapporto aveva con i divi di Hollywood? Volevano solo me, mi coccolavan­o tutti. Dicevano che gli toglievo i difetti, li facevo più belli. Ricordo che Esther Willams, l’attrice e campioness­a di nuoto, mi adorava perché era forte di mascella e io riuscivo a non farlo notare. L’attrice che più ha amato ritrarre? Liz Taylor, con lei si era instaurato un rapporto di amicizia. Era morbidona, una

donna navigata. Un giorno ci mandò in regalo un pechinese. Venne all’Elba con Richard Burton, ma sbagliò paese e non ci incontramm­o. E poi Marilyn Monroe, la mia musa e ossessione. L’ha mai incontrata? Sì, mi chiamarono a Hollywood a correggere il manifesto de Il principe e la ballerina. Quando arrivò disse: «Maestro mi devo spogliare?». E lei che cosa rispose? «Fai come vuoi». Restò in mutandine. Ma io non guardai, per non rimanere impression­ato. Aveva il sesso nello sguardo. È quella che ho disegnato più spesso. Mi è sempre davanti. Quale film non ha fatto e invece avrebbe voluto? Il Dottor Zivago. Mi piaceva da morire Julie Christie. A Roma avevo conosciuto Omar Sharif. Erano gli anni della Dolce Vita, si andava in Via Veneto e si incontrava­no attori e attorucoli. Mi ricordo che mi fermavano dicendo: «È il pittore che disegna i manifesti, fatti vedere, così poi si ricorda di te». Ha vissuto la Dolce Vita? Si chiamava così, ma alla fine era come quella di oggi, con gli stessi squallori. C’erano quelli che si drogavano, soprattutt­o i ricchi. Come oggi. Sua moglie afferma che avrebbe avuto una liaison anche con Anita Ekberg. Non me lo ricordo. E poi era così grande il letto... Era davvero un donnaiolo? Ma no. Non ho fatto nulla di male. Con le dive c’erano più chiacchier­e che cose vere. (Interviene Cinci: «Guardi come fa gli occhi alle sue attrici quest’assassino:

acquolosi. E noi si bisticciav­a ogni volta che faceva questi sguardi sensuali»). Ma allora con la Gardner come andò? Era regale, ma cieca come una talpa. Mi guardava languida solo perché non ci vedeva. Ha ritratto anche Marlon Brando ne Il Selvaggio. Che tipo era? Un posone, si atteggiava. E poi era pelato. L’unico veramente bello era il nostro Marcello Mastroiann­i. Con lui ho fatto Le notti bianche. Ho portato la locandina a New York, nel 2008, alla mia personale al Lincoln Centre, lo adoravano. Era affascinan­te e buono. Quale è stato il lavoro più difficile? Vincitori e vinti. Dovetti mettere sette grandi attori in primo piano. Un’impresa titanica, ma il cartellone girò il mondo. Oggi quanto è quotato? Non lo so, perché non vendo nulla. Con fatica mi sono ricomprato i lavori che erano in giro. Molte mie cose andarono disperse durante l’alluvione. Il sogno è avere un museo dedicato alle mie opere. A Firenze o a Roma, la città del cinema. Quando svanì il sogno americano? Alla fine degli anni Sessanta Metro e Warner mi dissero di cercarmi un altro lavoro: avevano deciso di lasciare l’Italia e smettere con le locandine. Che cosa era successo? I cartelloni servivano a coprire le macerie della guerra, le case bombardate. Ci facevano sognare. Con il boom non c’erano più gli spazi e non si sentiva il bisogno di quel sogno. E lei si ritrovò all’Elba a disegnare figure senza volto che guardano il mare. Ho passato qui vent’anni, da eremita. Ho ripensato la mia vita, cominciand­o a dipingere paesaggi metafisici, senza divi. Le sono mancate le luci delle ribalta? No, vivo alla giornata. Cerco di rinascere ogni giorno e ci riesco. Quando ho fatto un programma mi è sempre andato meglio del previsto. Sono un uomo libero. A che cosa deve questa vecchiaia felice? Forse al diavolo.Ognuno di noi lo ha dentro. Per questo ho deciso di celebrarlo. Nell’ultima fase della mia carriera artistica mi dedicherò a dipingerlo. Devo pur ringraziar­lo.

 ??  ?? 1958 La gatta sul tetto che scotta Sotto, la locandina che Silvano Campeggi creò per il film drammatico con Paul Newman e Liz Taylor. Nella pagina a destra, il disegno originale dell’artista.
1958 La gatta sul tetto che scotta Sotto, la locandina che Silvano Campeggi creò per il film drammatico con Paul Newman e Liz Taylor. Nella pagina a destra, il disegno originale dell’artista.
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 ??  ?? 1961 Colazione da Tiffany L’indimentic­abile silhouette di Audrey Hepburn nella locandina della commedia tratta dall’omonimo romanzo di Truman Capote.
1961 Colazione da Tiffany L’indimentic­abile silhouette di Audrey Hepburn nella locandina della commedia tratta dall’omonimo romanzo di Truman Capote.
 ??  ?? 1961 Vincitori e vinti L’iconica locandina di Vincitori e Vinti (diretto da Stanley Kramer, sul processo di Norimberga) ebbe un successo internazio­nale.
1961 Vincitori e vinti L’iconica locandina di Vincitori e Vinti (diretto da Stanley Kramer, sul processo di Norimberga) ebbe un successo internazio­nale.
 ??  ?? 1957 Il principe e la ballerina Marylin Monroe e Laurence Olivier (che fu anche il regista) nella celebre commedia romantica. L’attrice, ricorda oggi Silvano Campeggi, «aveva il sesso nello sguardo».
1957 Il principe e la ballerina Marylin Monroe e Laurence Olivier (che fu anche il regista) nella celebre commedia romantica. L’attrice, ricorda oggi Silvano Campeggi, «aveva il sesso nello sguardo».
 ??  ?? 1942 Casablanca Uno dei maggiori successi di Hollywood: l’amore impossibil­e tra Humphrey Bogart e Ingrid Berman durante la Seconda Guerra Mondiale.
1942 Casablanca Uno dei maggiori successi di Hollywood: l’amore impossibil­e tra Humphrey Bogart e Ingrid Berman durante la Seconda Guerra Mondiale.
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 ??  ?? Silvano Campeggi nella sua casa a Pomonte, un piccolo paese sull’Isola d’Elba. Dopo il periodo hollywoodi­ano, ha iniziato a dipingere paesaggi metafisici e figure senza volto che guardano il mare.
Silvano Campeggi nella sua casa a Pomonte, un piccolo paese sull’Isola d’Elba. Dopo il periodo hollywoodi­ano, ha iniziato a dipingere paesaggi metafisici e figure senza volto che guardano il mare.
 ??  ?? 1939 Via col vento Il bacio fra Vivien Leigh e Clark Gable nel disegno per Via col vento .
1939 Via col vento Il bacio fra Vivien Leigh e Clark Gable nel disegno per Via col vento .
 ??  ?? 1959 Ben Hur Il bozzetto che Campeggi fece per il film della Metro Goldwyn Mayer.
1959 Ben Hur Il bozzetto che Campeggi fece per il film della Metro Goldwyn Mayer.
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