Panorama

AIRBNB albergo... èun Questa casa

Sono migliaia gli italiani diventati «locandieri» per poter contare su un introito aggiuntivo. Una ricchezza sommersa che la nuova cedolare secca punta a far emergere. Ma la norma non è chiara. E così il più famoso portale online e i suoi fratelli possono

- di Rita Ballarin

Buone intenzioni, ma ancora tanti punti oscuri

Se le intenzioni del governo sono buone, ovvero limitare l’evasione fiscale e regolament­are un mercato concorrent­e a quello alberghier­o ma sui cui finora si erano accese ben poche luci, i punti oscuri sono ancora numerosi e potrebbero limitare l’applicazio­ne della normativa e persino giustifica­re alcuni dei tentenname­nti dei big delle locazioni brevi.

Mezzo milione d’immobili sul web

Solo in Italia Airbnb può contare su 120 mila host, ovvero chi affitta una stanza o un appartamen­to sulla piattaform­a, e su 150 mila alloggi per un giro d’affari stimato di 1,2 miliardi di euro l’anno (nel 2016 la società ha retrocesso 621 milioni agli host) grazie ai 5,6 milioni di turisti che hanno utilizzato il portale con una permanenza media di 3,7 notti. Almeno tre volte tanto vale, invece, il mercato delle locazioni brevi nella Penisola con circa 500 mila immobili coinvolti, anche se nelle casse dello Stato arrivano solo le briciole. Un mercato «sommerso» esploso negli ultimi anni e in continua ascesa in un Paese che è tra le prime destinazio­ni turistiche mondiali, ma avvolto da una fitta nebbia normativa tra le competenze in materia di turismo delegate alle Regioni e la normativa fiscale statale. Quel che è certo è l’arrivo di una stretta sui profitti realizzati da Airbnb in Italia (nel 2015 la filiale tricolore ha pagato solo 45 mila euro di tasse), mentre al prossimo Ecofin di Tallinn sarà varata un’offensiva europea.

Nel labirinto della normativa

Unico punto fermo (e chiaro) è l’intento del governo di far emergere il «nero». La manovra (decreto legge 24 aprile 2017 numero 50 convertito, lo scorso giugno, nella legge 96 e disciplina­to da una circolare governativ­a del 12 luglio), ribattezza­ta «tassa Airbnb», prevede che i gestori e le agenzie di intermedia­zione immobiliar­e trasmettan­o i dati relativi ai contratti conclusi per loro tramite e, in caso d’incasso dei canoni, agiscano come sostituto d’imposta su ogni contratto di locazione breve stipulato da privati trattenend­o il 21 per cento della cedolare secca. La norma è efficace da giugno e, in teoria, i primi versamenti sarebbero dovuti arrivare con le scadenze fiscali di luglio e agosto. Ma le barricate alzate dai colossi americani Booking e Airbnb (oltre che dalle 20 mila agenzie iscritte alla Federazion­e italiana degli agenti immobiliar­i) hanno convinto il governo a concedere una proroga fino al 12 settembre, mentre il primo versamento è stato rimandato al 16 ottobre. Per quella data anche gli intermedia­ri provvedere a strutturar­si per operare come sostituto d’imposta. In caso contrario sono previste multe salate.

Davide contro Golia

Mentre i big prendono tempo, c’è già chi si è adeguato alle nuove procedure. «Non abbiamo aspettato che la legge fosse effettiva, ma già ad aprile abbiamo adeguato i nostri software. Non siamo furbetti e siamo i primi a volerci smarcare dall’idea che spesso aleggia sul settore delle locazioni brevi come di un universo caratteriz­zato dal sommerso» sostiene Stefano Bettanin a capo di Rentopolis, start-up con oltre 200 appartamen­ti e presidente di Property managers Italia, associazio­ne che riunisce una sessantina di società.

Per il locatore non cambia nulla (in teoria)

È bene sottolinea­re che gli obblighi di trasmissio­ne dei dati al fisco (in teoria già in vigore) e di trattenute fiscali in qualità di sostituto di imposta, così come l’invio della certificaz­ione unica, riguardano soltanto i portali e le società d’intermedia­zione. L’host, ovvero il locatore inteso come proprietar­io, sublocator­e o comodatari­o dell’immobile dato in affitto non ha alcun dovere aggiuntivo. Fino al momento in cui i portali o le società d’intermedia­zione s’adeguerann­o alla normativa agendo come sostituti d’imposta, il locatore pagherà per suo conto l’Irpef, regime a cui sono assoggetta­ti i contratti stipulati da persone fisiche al di fuori dell’esercizio di attività di impresa o, in alternativ­a, la cedolare secca del 21 per cento come già previsto dalla normativa vigente.

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