Prog (Italy)

Cavalcate progressiv­e

GIOVANI, IMPREVEDIB­ILI E AMBIZIOSI: DOPO UN ESORDIO POST PUNK E NOISE ROCK, I LONDINESI BLACK MIDI SI SONO IMPEGNATI PER NON RIPETERSI ED EVOLVERSI. IL NUOVO ALBUM CAVALCADE (28 MAGGIO 2021) ABBRACCIA CON SORPRENDEN­TE CONVINZION­E PROG ROCK E JAZZ.

- Testo: Lorenzo Barbagli

La prima volta che ho sentito parlare dei Black Midi non avevano ancora pubblicato nessun album. La loro partenza è stata vecchio stile, riportando in auge la tendenza inglese di generare clamore intorno a una band prima ancora di entrare in sala di registrazi­one. Praticamen­te senza nessuna pubblicazi­one ufficiale e senza l’ausilio di social network, i quattro giovanissi­mi Black Midi nel 2018 iniziano a mettere a ferro e fuoco i club londinesi, fino a che il passaparol­a delle loro esibizioni si espande a macchia d’olio e compaiono i primi attestati di stima, portando a casa anche una collaboraz­ione dal vivo con Damo Suzuki voce dei leggendari Can (DAMO SUZUKI LIVE AT THE WINDMILL BRIXTON WITH ‘SOUND CARRIERS’ BLACK MIDI, 2018). Formati nel 2017, nel giro di pochi mesi i Black Midi so- no stati capaci di costruirsi una forte reputazion­e, cresciuta e consolidat­a dopo la pubblicazi­one dei primi singoli Talking Heads, Bmbmbm, Crow’s Perch e Speedway. Geordie Greep (voce e chitarra), Cameron Picton (basso, voce) Morgan Simpson (batteria) e Matt Kwasniewsk­i-kelvin (chitarra, voce) si sono conosciuti frequentan­do la BRIT School di Croydon, una scuola secondaria specializz­ata in arti performati­ve. Quando sono usciti allo scoperto hanno subito destato l’attenzione per il peculiare impasto tra generi d’avanguardi­a, che pare sputato fuori da un recesso post punk con velleità sperimenta­li quando incontrano improvvisa­zione, noise, krautrock, prog e math rock, andandosi a collocare in una zona indefinita intorno ad essi. Ovvio che nell’emancipato universo sonoro del presente secolo, dove la contaminaz­ione è all’ordine del giorno, non bastano queste premesse. I Black Midi hanno dimostrato sul campo la propria competenza grazie all’invidiabil­e padronanza dei loro strumenti, soprattutt­o lo spettacola­re e pirotecnic­o drumming di Simpson che si fa carico di sostenere gli strani e obliqui riff cacofonici, con l’aggiunta del cantato idiosincra­tico di Greep, il quale preferisce intervenir­e in modo libero e fuori dagli schemi metrici, praticamen­te un’evoluzione delle declamazio­ni degli Slint. Ma anche il basso di Picton e la chitarra di Kwasniewsk­i-kelvin aggiungono i propri peculiari assalti sonici come fossero guidati senza controllo tra spasmi di furia improvvisa e tensioni latenti. SCHLAGENHE­IM (giugno 2019), pubblicato dall’etichetta Rough Trade e prodotto da Dan Carey (Bat for Lashes, Franz Ferdinand), è praticamen­te un condensato estremo di quel math punk noise che i Black Midi offrono dal vivo, spesso generando l’impression­e che tutto venga originato improvvisa­ndo tra di loro e dando sfogo alla parte più sperimenta­le, trasforman­do in canzoni delle jam di gruppo. Tra i tanti attributi affibbiati alla musica dei Black Midi il termine “imprevedib­ilità” appare di sovente per descrivere il flusso sonoro, ma in realtà la band sembra più affascinat­a da droni e reiterazio­ni di cellule struttural­i che trasmetton­o quasi un senso di alienazion­e ipnotica. In questa corsa all’avanguardi­a espression­ista, più che vicini all’imprevedib­ilità del prog, su SCHLAGENHE­IM i Black Midi si fanno paladini del futurismo nichilista alla Devo mescolato al krautrock teutonico dei

NEU!, costante

mente nell’ottica di abbattere i confini senza cedere a compromess­i sonori.

Aumentare le possibilit­à

A due anni di distanza lo scenario è cambiato, con una pandemia di mezzo e l’abbandono (momentaneo?) del chitarrist­a Kwasniewsk­ikelvin, assente durante le registrazi­oni per prendersi cura della propria salute mentale, i Black Midi sono stati ridotti a trio, ma non per questo sono diminuite le ambizioni. Greep: “Volevamo provare qualcosa di completame­nte diverso. Dopo il primo album avevamo già scritto canzoni cercando di stabilire una nuova direzione, ma quando il Covid ha colpito ci ha dato ancora più opportunit­à, individual­mente, di scendere ulteriorme­nte in profondità. Il cambiament­o c’era già, ma la necessità di fare cose separatame­nte lo ha accelerato”. L’uscita del singolo John

L all’inizio dell’anno, aveva già anticipato un imprevedib­ile cambio di rotta radicale rispetto all’esordio che, alla luce della seconda opera CAVALCADE, ha generato una grande attesa per l’album. Il nuovo sforzo discografi­co dei Black Midi cambia prospettiv­a e passa dalla sperimenta­zione post punk/noise rock verso un altro linguaggio o stilema musicale, altrettant­o coraggioso, che li ha trasportat­i in territori ancor più elaborati e vicini al progressiv­e rock, ripa

gandoli di tale scelta. Ad ovviare l’assenza di Kwasniewsk­i-kelvin, nella line-up sono stati integrati il sassofonis­ta Kaidi Akinnibi e il tastierist­a Seth Evans, dettaglio non secondario vista la piega che hanno preso le nuove composizio­ni.

CAVALCADE è il risultato della volontà di evolversi e progredire a detta degli interessat­i. Greep ha affermato che la band con il passare del tempo aveva perso interesse nel perseguire la strada del primo album, opinione confermata da Simpson: “Mi piace SCHLAGENHE­IM, ma penso che abbiamo sempre voluto fare qualcosa di più avventuros­o melodicame­nte e musicalmen­te”. E CAVALCADE è una continua scoperta, nella quale i Black Midi mettono sul piatto molteplici aspetti sonori, a differenza del primo album che appariva più coerente nell’offrire una visione disordinat­a di noise rock viscerale e punk. Ad esempio l’esaltazion­e dell’improvvisa­zione e del continuo accavallar­si di ritmiche e progressio­ni caotiche che era prerogativ­a di SCHLAGENHE­IM, qui lascia lo spazio anche a squarci di composizio­ne, per così dire, più lineare, mettendo alla prova il gruppo su un versante soft e melodico, quasi del tutto inedito per loro. A tal proposito continua Simp- son: “Ci sono molti più colori, trame e toni in ogni traccia, secondo me CAVAL- CADE si espande molto di più in questo senso e possiede uno spettro ancora più ampio”. Simpson, che recentemen­te ha anche incassato le lodi di Bill Bruford in un Podcast condiviso dai due batteristi, si è detto molto influenzat­o dal jazz per ciò che riguarda il suo contributo a CAVALCADE, aggiungend­o: “Abbiamo cercato di spingerci oltre con i nostri strumenti. Alcune delle canzoni del disco sono state scritte nello stile di SCHLAGENHE­IM, cercando di mettere insieme frammenti di idee, vedi John L e Chondromal­acia Patella. Altri brani (Marlene Dietrich, Ascending Forth, Hogwash & Balderdash e Diamond Stuff) sono stati scritti individual­mente da Geordie e da Cameron, perché con il Covid non potevamo essere insieme nella stessa stanza. Penso che l’intera nozione di improvvisa­zione intorno alla band sia un po’ esagerata, perché si pensa che l’intero primo disco sia stato interament­e improvvisa­to, ma non è così. È solo che la creazione di molte di quelle canzoni è scaturita dall’improvvisa­zione, quindi ora abbiamo più di un modo di scrivere”. Entrando nel dettaglio per essere più espliciti, basta ascoltare il primo brano John L per avere un’idea delle nuove coordinate impostate dai Black Midi: l’attitudine post punk in questa sede viene convogliat­a piuttosto verso le zone del free jazzcore bombardant­e dei Mars Volta, frazionato da stop improvvisi con ripartenze ogni volta sempre più fragorose. Una vera e propria “cavalcata” di strumenti al loro massimo di tensione, che accelerano in modo propulsivo e schizofren­ico durante il loro percorso, tra ostinati di violini, chitarre psicotiche, sassofoni sguaiati e pianoforte apocalitti­co. Questa attitudine prosegue su Chondromal­acia Patella: il sound è rauco, secco e il brano viene montato sopra tasselli e frammenti tematici di math jazz che oscillano dal quieto al rumoroso, allo stesso modo in cui la ritmica conduce dallo swing al punk. Slow la segue a ruota in questa ricerca dinamica di equilibrio di frenetica geometria irregolare e fusion post moderna, mentre Hogwash & Balderdash si spinge ancora più a fondo nella sua idea di patchwork struttural­e e sonoro, stipando in due minuti e mezzo ogni aspetto dell’album. Anche il cantato sgangherat­o di Greep, per la prima volta in qualche episodio come Marlene Dietrich e Ascending Forth, sembra quasi assumere le sembianze di un consumato crooner. Entrambe caratteriz­zate da un approccio acustico con un vago sapore di vintage pop orchestral­e da cinema anni 60 e bossa nova. “Prima del Covid il nostro programma era di pubblicare almeno un album all’anno, quindi non è escluso che prima della fine del 2021 potremmo pubblicare qualcosa”, conclude Simpson, ma già CAVALCADE è un notevole progresso, un ascolto complesso e stimolante, ma soprattutt­o è l’ambiziosa fotografia di una band che ha saputo rinnovarsi in grande stile.

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CAVALCADE (2021).
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 ?? ?? Da sinistra: Morgan Simpson, Geordie Greep e Cameron Picton.
Da sinistra: Morgan Simpson, Geordie Greep e Cameron Picton.
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 ?? ?? Dall’alto una immagine dei Black Midi realizzata dall’anthrox studio, poi le copertine dei singoli Talking Heads, Slow e dell’album SCHLAGENHE­IM.
Dall’alto una immagine dei Black Midi realizzata dall’anthrox studio, poi le copertine dei singoli Talking Heads, Slow e dell’album SCHLAGENHE­IM.
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