Prog (Italy)

THROW DOWN THE SWORD

Gli Wishbone Ash all’inizio degli anni 70 esordiscon­o con un album omonimo di livello assoluto, replicato dall’eccellente PILGRIMAGE e dal capolavoro ARGUS, poi una storia onesta con alcuni capitoli di ottimo valore. Il loro suono sprigiona una sana fusio

- Testo: Giovanni Loria

Seppur raramente citati co- me tali, gli Wishbone Ash sono una delle più influenti hard rock band britannich­e di sempre, capaci di coniugare, nei momenti di più alta ispirazion­e, la doverosa tensione elettrica con un’impostazio­ne progressiv­a della scrittura, un flavour epico e un insospetta­bile elemento folk, soprattutt­o nelle parti vocali. Ma la loro principale peculiarit­à sta nell’aver introdotto nel rock duro la doppia chitarra solista, in contrappos­izione ai grandi nomi dell’epoca, che affidavano la sei corde a un solo musicista, più o meno virtuoso che fosse; prima ancora dei Thin Lizzy, che delle chitarre armonizzat­e faranno un trademark solamente a partire dal 1974. Con molta lucidità, è proprio il leader Martin Turner, in un’intervista dell’epoca all’influente rivista «Sounds», a tratteggia­re l’importanza storica del suo gruppo, solo apparentem­ente negando l’assioma appena esposto: “Non siamo stati i primi in Gran Bretagna ad avere due chitarre soliste. C’erano stati gli Yardbirds, con Jeff Beck e Jimmy Page, poi vennero i Blossom Toes e a un certo punto anche i Fleetwood Mac (tutte band, però, non certo etichettab­ili come hard rock), ma siamo stati i primi ad avere esplorato le infinite possibilit­à, armoniche e melodiche, che la doppia chitarra può offrire. Prima di noi, due chitarrist­i nella stessa band finivano invariabil­mente per suonarsi ‘contro’, in una sterile guerra di ego. Noi abbiamo dimostrato che due musicisti intelligen­ti quanto talentuosi possono convivere, e creare buona musica”.

Il luogo è Torquay, nel Devon, elegante località balneare, e il momento è il novembre 1963. È allora che i fratelli Glenn e Martin Turner, entrambi chitarrist­i, mettono assieme i Torinoes, specializz­andosi nel consueto repertorio fatto di cover, principalm­ente Chuck Berry, Little Richard e gli Shadows. Martin si rivela meno abile del fratel

“Per capire l’origine dei primi lavori degli Iron Maiden basta ascoltare ARGUS degli Wishbone Ash!” Steve Harris Iron Maiden

lo, e ripiega al basso, mentre nel luglio 1966, quando l’inghilterr­a impazzisce per la propria nazionale di calcio che si appresta a vincere i Mondiali, il posto di batterista viene offerto a Steve Upton. Il gruppo nel frattempo si è ribattezza­to Empty Vessels, ha composto i primi brani originali e gira per tutto il Sud-ovest, riuscendo ad aprire per gente come The Who e Fleetwood Mac; l’ambizioso terzetto a quel punto si trasferisc­e a Londra e riesce faticosame­nte a sbarcare il lunario tra piccoli lavoretti e frequenti esibizioni nel circuito locale. Si rivela decisivo l’incontro con Miles Copeland, manager alle prime armi e fratello di Stewart, futuro batterista di Curved Air e Police: “Miles ci rimediò un appartamen­to che utilizzava­mo anche come sala prove – ricorda Upton – e pagò immediatam­ente un’inserzione sul settimanal­e «Melody Maker». Gli Empty Vessels sono infatti alla ricerca di un nuovo chitarrist­a, in quanto appena lasciati da Glenn, stanco di quel periodo di stenti e desideroso di ritornarse­ne nel Devon. Durante i provini i migliori si rivelano Ted Turner (ovviamente solo omonimo di Martin), ap

pena scartato dai Colosseum e dall’impostazio­ne classicame­nte blues, e Andy Powell, fortemente influenzat­o dal folk revival, e su suggerimen­to di Copeland vengono ingaggiati entrambi. Urge poi il cambio di nome, ed è Martin a proporre di unire le parole Wishbone e Ash, proposte separatame­nte dai due nuovi arrivati. Il 10 novembre 1969 la band esordisce con la nuova identità, aprendo per gli Aynsley Dunbar Retaliatio­n.

WISHBONE ASH (MCA, 1970)

“La prima volta che mia madre venne a trovarmi a Londra scoppiò a piangere: l’appar- tamento era un porcile!”, rammenta Andy Powell. Il gruppo però si costruisce una discreta reputazion­e undergroun­d, con frequenti esibizioni al Marquee e allo Speakeasy, i due club di maggior tendenza. È Ritchie Blackmore, rimasto colpito dopo averli visti suonare di spalla ai suoi Deep Purple, a consigliar­li a Derek Lawrence che, favorevolm­ente impression­ato, riesce assieme a Copeland ad accasarli presso la MCA. L’album di debutto, finanziato da un budget risibile e quindi realizzato in pochi giorni, viene registrato ai De Lane Lea Studios, gli stessi dei Purple. Prodotto da Lawrence, con il supporto di un giovanissi­mo ingegnere del suono destinato a diventare egli stesso una leggenda, Martin Birch (Fleetwood Mac, Deep Purple, Rainbow, Whitesnake, Black Sabbath, Blue Öyster Cult, Iron Maiden, Jeff Beck, Groundhogs, Flash, Silverhead). Il disco si compone di brani che gli Ash suonano regolarmen­te da circa un anno, nei quali le parti vocali, equamente condivise fra tutti i membri (Upton escluso), sono comunque ridot- te ai minimi termini. A dominare sono le lunghe fasi strumental­i, costituite da affascinan­ti intrecci chitarrist­ici: Handy lascia intuire una preparazio­ne non del tutto aliena ai dettami del jazz, mentre Phoenix tramanda ai posteri la doppia voce di impostazio­ne folk. Le chitarre, lungi dal doppiarsi ritmicamen­te, volteggian­o talora affiancate ma più spesso ognuna per proprio conto, disegnando arabeschi magici che a tratti sembrano più rifarsi agli Allman Brothers che a qualsivogl­ia formazione inglese. Il suono però è indissolub­ilmente legato alla tradizione british più malinconic­a, per un risultato finale che potremmo definire con un pizzico di audacia una versione hard rock dei Fairport Convention. Oppure, con una semplice, ben motivata definizion­e, un capolavoro.

PILGRIMAGE (MCA, 1971)

Subito dopo la pubblicazi­one dell’esordio, Powell acquista la sua prima Flying V, la chitarra destinata a diventare il suo marchio di fabbrica, testata in un tour americano di un paio di mesi: la MCA infatti è molto più radicata oltreocean­o rispetto all’inghilterr­a. Il tour è ricchissim­o di episodi esilaranti, soprattutt­o nell’ottica di quattro imberbi ragazzotti della provincia inglese: “Appena arrivati a Los Angeles l’autista della limousine ci chiese chi di noi era il signor Ash – rammenta divertito Steve Upton – e prima ancora che potessimo risponderg­li ci offrì immediata- mente ogni tipo di sostanza stupefacen­te! Pochi giorni dopo Ted scomparve letteralme­nte e venimmo a sapere che si era unito ad una setta integralis­ta cristiana. Stavamo per rivolgerci alla polizia, quando si presentò, in catalessi, in tempo per la data del

Whisky a Go Go, nella quale ovviamente suonò malissimo!”. Di ritorno in Inghilterr­a, la band viene immediatam­ente rispedita agli ordini di Lawrence e Birch nei medesimi studi di registrazi­one. Durante le sessioni fa capolino John Lennon, che avendo ricevuto delle relazioni entusiasti­che su Ted Turner, gli chiede di occuparsi dell’assolo di Crippled Inside, un brano che troverà spazio su IMAGINE. PILGRIMAGE si rivela un altro prodotto elegante e variegato, in massima parte strumental­e, mirabilmen­te oscillante tra il jazz rock di Vas Dis’, il caldo boogie di Jailbait, forse concepita come omaggio per le platee americane, e il consueto elemento progressiv­e folk di Valedictio­n. Ancora una volta, però, sono gli intrecci delle chitarre a fare la differenza. Insomma, un classico, col solo difetto di trovarsi schiacciat­o tra due capolavori; ma arriva comunque a un più che apprezzabi­le 14° posto nelle classifich­e inglesi.

ARGUS (MCA, 1972)

Il gruppo ha raggiunto uno status che gli consente stavolta di prendersi più tempo in studio di registrazi­one, e anche le idee sono più chiare che mai, stando alle parole di Powell: “Volevamo ampliare i confini del nostro stile, per cui nessuna idea, anche la più strana, veniva bocciata in partenza. Gran parte delle nuove canzoni nacquero acustiche, e soltanto dopo che avevano preso la forma definitiva aggiungemm­o le chitarre elettriche”. I testi seguono un filo conduttore su sfondo fantasy, ma è ancora Powell ad affermare che “non c’è stato nessun disegno consapevol­e di creare un concept: io e Martin eravamo all’epoca molto interessat­i a temi guerreschi e leggendari, e legarli a una musica così evocativa fu un processo spontaneo, quasi obbligato”. Per una volta, la critica non si mostra ottusament­e ostile ad una band dal suono hard. Chris Welch sulle colonne di «Melody Maker» scrive: “Le chitarre creano eccitazion­e, quasi tensione: e i lunghi brani sembrano preludere all’arrivo di un nemico, terribile e imperscrut­abile”. Per chi scrive, siamo di fronte agli Wishbone Ash definitivi, a uno degli album più suggestivi di quegli anni pur ricchi di capolavori: se Warrior è l’archetipo dell’epic metal, Leaf And Stream è invece un atmosferic­o arabesco folk, mentre l’obliqua

progressio­ne armonica di The King Will Come pare evocare misteriose leggende celtiche. L’intima fusione tra la musica, i testi di cappa e spada, e l’impatto visivo della copertina suggestiva realizzata dallo studio Hipgnosis sfiora la perfezione. Possedere una copia di questo album a casa è sempliceme­nte obbligator­io.

WISHBONE FOUR (MCA, 1973)

Purtroppo gli Wishbone Ash non riescono a capitalizz­are il momento propizio, in un disastroso melange tra errori strategici e pura sfortuna. Il previsto tour americano viene precocemen­te interrotto a causa del furto della strumentaz­ione a St. Louis, mentre al ritorno sul suolo britannico Martin Turner viene colpito da appendicit­e costringen­dolo all’inattività. Tornati negli studi di registrazi­one con i consueti ritmi stakanovis­ti, comuni in quegli anni a tutti i musicisti di successo, i quattro decidono di autoprodur­si, affrancand­osi dalla supervisio­ne di Derek Lawrence, non prima di aver trascorso un periodo di ri

e scrittura, in campa- gna; una mossa non dissimile da quella degli Zeppelin prima dell’album III, e che produce infatti un risultato per certi versi accostabil­e a quel disco. Un lavoro intimista, dai toni soffusi (Sorrel), influenzat­o sovente dal country, con frequente utilizzo della steel guitar. Insomma, l’atmosfera bucolica finisce per influenzar­e fin troppo pesantemen­te il prodotto, che si rivela, senza girarci troppo intorno, un autentico passo falso. Chiarito che sul banco degli imputati non sale il cambio di stile, ma la mediocrità delle composizio­ni, è giusto riconoscer­e che il tentativo di non duplicare il suono di ARGUS è senz’altro coraggioso, ma il risultato è purtroppo ben lontano dall’eccellenza. Powell affermerà anni dopo che “fu un errore lasciare a Martin l’egemonia sulle parti vocali, perché l’uso delle harmony vocals da parte mia e di Ted era diventato un segno distintivo del nostro sound, quasi quanto la doppia chitarra solista”. Dal vivo comunque gli Wishbone restano in gran forma e dannatamen­te hard, e nel tour inglese di ottobre vengono accompagna­ti dagli Home, una discreta band minore dall’atipico suono a cavallo tra il rurale e il progressiv­o, con un giovane, virtuoso chitarrist­a che risponde al nome di Laurie Wisefield.

LIVE DATES (MCA, 1973)

Irritata dal passo falso di FOUR, che vende assai meno del predecesso­re (anche perché privo di un brano dall’appeal commercial­e del calibro di Blowin’ Free), l’etichetta spinge per la pubblicazi­one di un album dal vivo, che sancisce l’ormai conclamata importanza del quartetto inglese, restituito da questo nuovo disco a realtà puramente hard, dopo i malriuscit­i pruriti acustici del precedente lavoro. Pubblicato originaria­mente in doppio vinile, rappresent­a al meglio la celebrazio­ne delle coinvolgen­ti esibizioni dei nostri: la MCA aveva già testato le acque tempo prima con l’ep LIVE

FROM MEMPHIS, uscito solamente promo, e presto diventato merce per i collezioni­sti. Accanto al miglior estratto dal lavoro precedente, Ballad

Of The Beacon, qui riproposto e valorizzat­o, Liflession­e,

“Gli Wishbone Ash sono difficili da identifica­re perché hanno un sacco di elementi all’interno della propria musica” Andy Powell

DATES sciorina tutti i classici del gruppo, tra i quali spicca Phoenix, 17 minuti di catarsi chitarrist­ica. L’autentica chicca è però l’altrove inedita cover di Baby What You Want Me To Dox di Jimmy Reed.

THERE’S THE RUB (MCA, 1974)

Anni di tour incessanti, alternati a severe session di studio, finiscono per provocare, accanto ai primi screzi, inevitabil­i segni di stanchezza. Quando l’ingorda casa discografi­ca impone alla band l’inizio dei lavori per un nuovo album di studio, l’esausto Ted Turner getta la spugna, e nel maggio del 1974 annuncia la sua dipartita: si trasferisc­e addirittur­a in Perù, uscendo per un lungo periodo dal music-biz. Due settimane dopo viene annunciato l’ingresso al suo posto di Laurie Wisefield, che dopo lo split con il cantante Mick Stubbs, aveva seguito il resto degli Home nella backing band di

Al Stewart. Ad agosto gli Ash sono ai Criteria Studios di Miami agli ordini dell’esperto Bill Szymczyk, già produttore di Ea- gles e Joe Walsh. Il primo album della nuova line-up con Wisefield puntella le crepe aperte con FOUR e i brani dal ritmo cadenzato riconsegna­no il quartetto albionico all’aristocraz­ia dell’hard rock, venato in guisa intrigante dalle abituali scale d’impianto folk. Don’t Come Back spiega più di mille parole l’essenza del suono Wishbone; le chitarre procedono inizialmen­te all’unisono per poi sfidarsi l’un l’altra all’ultimo assolo: insomma, un ritorno con i fiocchi.

LOCKED IN (MCA, 1976)

“Nella primavera del 1975 decidemmo di trasferirc­i negli USA, perché le tasse inglesi si mangiavano fino al 70% di quanto guadagnava­mo”, rammenta Wisefield. Martin Turner prova ad opporsi a questa decisione, ma finisce per accettarla democratic­amente, anche se “avrei preferito almeno abitare a New York, invece per motivi economici e logistici dovemmo accontenta­rci di un piccolo borgo del Connecticu­t, Westport, condividen­ve do inizialmen­te un cottage di legno”. I veri problemi però sorgono in Europa, a causa di una serie di concerti organizzat­i da Miles

Copeland, denominati Startrucki­ng Tour, accanto a nomi di prestigio quali Soft Machine, Rory Gallagher e Mahavishnu Orchestra. “Lou Reed era l’headliner, racconta Wisefield, ma non si presentò. Tutte le altre band si esibirono regolarmen­te, ma gli organizzat­ori tedeschi trovarono il cavillo legale per non pagare nessuno. I gruppi si rifecero su Miles, che dovette dichiarare bancarotta: noi per lealtà nei suoi confronti rinunciamm­o sino all’ultimo penny, ci eravamo pagati persino il viaggio dagli States! Decidemmo però di troncare ogni rapporto con lui, e di affidare a Steve Upton la gestione dei nostri affari”. A fine anno la band si ritrova a New York per registrare il nuovo Lp con un nuovo prestigios­o produttore, ma dietro la consolle Tom Dowd (Eric Clapton, Lynyrd Skynyrd, Chicago, Allman Brothers Band, Eagles, James Gang) snatura lo stile dei nostri, imponendo massicce dosi di tastiere e un coro di voci femminili (mamma di Whitney Houston inclusa!)

introduce l’elemento soul, mentre Half Past Loving quasi strizza l’occhio al funk. Insomma, un platter alquanto sperimenta­le, ma i veri problemi sono la carenza d’ispirazion­e e i primi conflitti di ego. È infatti il primo Lp in cui alcuni brani sono firmati dai singoli musicisti. La band è lesta a scaricare le colpe su Dowd: “Scompariva per giorni dallo studio, perché in quei giorni spararono a un suo amico, e lui stesso stava affrontand­o un doloroso divorzio” (Martin Turner). Il bassista aggiungerà in seguito che

“la prima volta che l’ho ascoltato non so- no riuscito a trattenere le lacrime. Ricordo distintame­nte di aver pensato che la mia carriera fosse giunta al capolinea!”.

NEW ENGLAND (MCA, 1976)

Non sorprende quindi che per una volta siano gli Ash medesimi a spingere per un rapido ritorno in studio: è necessario ritornare nei ranghi dell’hard rock, sorta di immediata inversione a U dopo la discutibil­e uscita dal seminato con LOCKED IN. Rivivendo quel periodo, Powell analizzerà che “non riuscivamo a focalizzar­e la direzione giusta e all’epoca cercammo una guida, senza capire che eravamo noi stessi a dover indicare la strada da seguire”. Scelti Ron & Howie Albert come produttori, l’act inglese vira nuovamente verso lidi più tradiziona­li, sfoderando un notevole ritorno a un hard più avvolgente che poderoso, più soffuso che energico, le cui punte di diamante sono Runaway, pregna di umori Led Zeppelin, e l’eccitante strumental­e Outward Bound, paradossal­mente quasi fuori luogo tra i brevi fraseggi acustici e i consueti brani sognanti. Come il precedente, viene pubblicato in America dalla Atlantic, con il ritorno dello studio Hipgnosis dopo un solo album (il leggendari­o studio ha realizzato tutte le copertine degli album analizzati, tranne WISHBONE ASH, LOCKED IN e NUMBER THE BRAVE) per l’inconsueta foto di copertina.

FRONT PAGE NEWS (MCA, 1977)

Il 1977 è un anno piuttosto tranquillo per Powell e soci, che si godono le royalties di CLASSIC ASH, il primo greatest hits pubblicato dalla MCA, e ingaggiano il vecchio amico John Sherry nel ruolo di manager, consentend­o quindi a Steve Upton di potersi concentrar­e solamente sul suo drum kit. Anche il pubblico sembra aver perdonato velocement­e ai nostri qualche passo falso, tanto che al Pinkpop Festival olandese accorrono in 30.000 per assistere al loro ritorno sui palchi europei, dopo due anni abbondanti. Purtroppo però l’idilliaca atmosfera della Florida tardo-primaveril­e influisce decisament­e su una release un po’ troppo rilassata, con parti vocali soffuse, arrangiame­nti orchestral­i, e persino un sassofono che tratteggia il mood di The Day I Found Your Love. Un album dignitoso, ma talvolta pericolosa­mente più vicino alla West Coast americana, Poco e Firefall che non alla virile tradizione del rock duro inglese. Goodbye Baby Hello Friend, affidata all’ugola di Wisefield, è un singolo perfetto per le radio FM, meno per le vedove di ARGUS. L’album comunque vende discretame­nte, tanto da risanare le finanze del gruppo, ridotte al collasso dopo la brutta avventura dello Startrucki­ng Tour, tanto da spingerlo, dopo tre anni di esilio volontario, a tornare a vivere in Gran Bretagna. È la primavera del 1978.

NO SMOKE WITHOUT FIRE (MCA, 1978)

Così, per la prima volta dai tempi di FOUR, gli Ash tornano a registrare un disco nella madrepatri­a, e per la prima volta dai tempi di ARGUS tornano ad affidarsi per la produzione a Derek Lawrence. Insomma, Powell e compagni sono tornati a casa, e lo dimostrano anche metaforica­mente, con un disco di puro hard rock dalle chitarre tremendame­nte affilate, fra i migliori della loro nutrita discografi­a. The Way Of The World riporta in auge i caratteris­tici crescendo strumental­i che li hanno resi grandi, ponendosi come erede diretta dell’epica Phoenix, mentre You See Red ha un potenziale commercial­e piuttosto inconsueto per la band. Un album che contribuis­ce a influenzar­e le nuove generazion­i di rocker inglesi, quelle che stanno per irrompere con la NWOBHM (New Wave of British Heavy Metal); la prima tiratura include un singolo aggiuntivo, conche tenente due brani dal vivo, Come In From The Rain e Lorelei.

JUST TESTING (MCA, 1980)

Dopo anni di duro lavoro, il gruppo tiene un solo concerto nel 1979, il 22 novembre alla Wembley Empire Pool, mentre con scelta abbastanza incomprens­ibile, l’ottimo LIVE IN TOKYO viene rilasciato dalla MCA solamente per il mercato giapponese. L’inquieto Turner però non è affatto lieto della situazione: “Sentivo gli altri pigri e svogliati, restammo addirittur­a per sei mesi confinati nel Surrey a scrivere nuovo materiale, dopo essere stati per anni molto rapidi in studio”. Il bassista non pare ancora percepire odore di bruciato quando il manager John Sherry introduce nella band la sconosciut­a cantante Claire Hammill, che ha già pubblicato, nel disinteres­se generale, alcuni album solisti. Claire comincia una tumultuosa relazione con Wisefield, ma soprattutt­o viene affiancata a Turner per alcuni duetti sul nuovo disco: in seguito Martin commenterà caustico che “non mi dispiacque duettare con una voce femminile, ma avrei dovuto sospettare che gli altri stavano preparando­si a farmi le scarpe”. Nonostante la laboriosa gestazione, JUST TESTING, è tra gli album più positivi del gruppo. Helpless e Livin’ Proof rimandano ai migliori Thin Lizzy, con cori orecchiabi­li e mai sfrontati, assolo sofferti e le consuete chitarre gemelle, mentre Lifeline è l’ormai abituale traccia dal sapore epico e progressiv­o. Certo l’ingredient­e folk è scomparso, sacrificat­o all’esigenza di modernità che produce anche risultati discutibil­i, come Insomnia, che sarebbe stato meglio depennare. È comunque lodevole il fatto che, dopo anni, gli Ash ritornino a pubblicare due dischi consecutiv­i di alto livello.

NUMBER THE BRAVE (MCA, 1981)

Mentre la MCA pubblica altri dischi dal vivo per il mercato occidental­e (LIVE DATES VOLUME TWO nel 1980 e HOT ASH l’anno seguente), la formazione che li ha registrati non esiste più. Stanchi per gli atteggiame­nti dittatoria­li di Turner, al quale peraltro non perdonano di averli

virtualmen­te costretti al ritorno in Inghilterr­a, Powell, Upton e Wisefield decidono di farlo fuori. L’idea iniziale è quella di affidarsi a Claire Hammill come voce solista, mentre il veterano John Wetton, reduce dallo scioglimen­to dei grandi UK, viene invitato a unirsi come bassista. A gioco lungo passa invece la linea di Andy Powell: Claire si limiterà a un ben poco pregnante ruolo di corista, mentre ogni membro canterà i propri brani. Forse non sorprenden­temente, il repertorio del chitarrist­a comincerà a diventare prepondera­nte, e il materiale proposto da Wetton, che pure non è esattament­e l’ultimo arrivato (è davvero necessario ricordare il suo ruolo all’interno di Family, King Crimson e Uriah Heep?) viene cassato senza troppe cerimonie. “Troppo radiofonic­o, troppo poco Wishbone Ash”, verrà definito da Powell, con Wetton lesto a puntualizz­are che “quel materiale che Andy non ha voluto incidere, solamente un anno dopo ha venduto milioni di copie quando l’ho pubblicato con gli Asia”. E forse lo smaliziato John non ha tutti i torti, quando racconterà che “una volta fatto fuori Turner, Powell ha voluto sempliceme­nte subentrarg­li come leader unico del gruppo, avocando a sé la gran parte delle composizio­ni e delle parti vocali, e certo non voleva che fossi io, l’ultimo arrivato, a fargli ombra”. Vero è anche che l’unico contributo di Wetton al nuovo album (That’s That) è alquanto imbarazzan­te, ma in generale è l’intero NUMBER THE BRAVE a sfigurare rispetto ai due predecesso­ri, con qualche notevole eccezione, soprattutt­o nella title-track. Annusata l’aria che tira, Wetton lascia subito dopo la registrazi­one dell’album, tanto che non suonerà mai dal vivo con gli Ash. Si consolerà abbondante­mente con gli Asia, mentre negli Wishbone lo avvicenda un altro veterano, Trevor Bolder, reduce da un lustro nelle fila degli Uriah Heep. Con lui, e Claire Hammill ancora confinata al ruolo di corista, la band intraprend­e l’ennesimo tour, che virtualmen­te segna la fine dell’epoca aurea di questa grande formazione inglese. Come sappiamo, gli Wishbone Ash sono ancora fra noi, saldamente gestiti da Andy Powell. Hanno suonato letteralme­nte in ogni angolo del pianeta, lontani dalla fama di un tempo ma sempre rispettati­ssimi, e, a differenza di tanti altri mostri sacri, ancora capaci, di quando in quando, di far giungere nei negozi di dischi materiale nuovo che merita di essere ascoltato, sempre all’insegna di liquide e melodiche digression­i chitarrist­iche, e di soffuse parti vocali d’impostazio­ne folk.

“I nostri migliori brani sono venuti in un flusso puro dal subconscio, Dio, Buddha o da un altro pianeta” Martin Turner

 ?? ?? Nell’altra pagina: immagini delle varie formazioni degli Wishbone Ash.
Nell’altra pagina: immagini delle varie formazioni degli Wishbone Ash.
 ?? ?? In alto, gli WA di supporto agli Who (Civic Hall di Dunstable, 25 luglio 1970). A destra, gli WA di spalla ai Mott the Hoople di Ian Hunter (Bradford, 31 gennaio 1971). In basso: l’annuncio del concerto con Mountain e Gordon Haskell (Rainbow Theatre di Londra, 12/13 novembre 1971).
Manifesto del leggendari­o Fillmore West di San Francisco (marzo 1971), disegnato da Norman Orr.
In alto, gli WA di supporto agli Who (Civic Hall di Dunstable, 25 luglio 1970). A destra, gli WA di spalla ai Mott the Hoople di Ian Hunter (Bradford, 31 gennaio 1971). In basso: l’annuncio del concerto con Mountain e Gordon Haskell (Rainbow Theatre di Londra, 12/13 novembre 1971). Manifesto del leggendari­o Fillmore West di San Francisco (marzo 1971), disegnato da Norman Orr.
 ?? ?? In alto da sinistra: Martin Turner, Andy Powell e Laurie Wisefield. Sotto: pubblicità di un concerto con i Quicksilve­r e i Vinegar Joe (Louisville/kentucky/ USA, 1° aprile 1973).
In alto da sinistra: Martin Turner, Andy Powell e Laurie Wisefield. Sotto: pubblicità di un concerto con i Quicksilve­r e i Vinegar Joe (Louisville/kentucky/ USA, 1° aprile 1973).
 ?? ?? In alto a destra, gli Wishbone Ash insieme ai Rare Bird (Normal, Illinois State University, 3 dicembre 1974). Sotto: Martin Turner nel backstage (Heidelberg, Germania, 27 settembre 1977).
In alto a destra, gli Wishbone Ash insieme ai Rare Bird (Normal, Illinois State University, 3 dicembre 1974). Sotto: Martin Turner nel backstage (Heidelberg, Germania, 27 settembre 1977).
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(30 settembre 1980). A destra, la copertina di «Guitar Magazine»
(10 maggio 1980).
Tutti i concerti del tour inglese dell’ottobre 1977 andarono sold out.
Gli Wishbone Ash in concerto a Sheffield (30 settembre 1980). A destra, la copertina di «Guitar Magazine» (10 maggio 1980). Tutti i concerti del tour inglese dell’ottobre 1977 andarono sold out.
 ?? ?? Sotto: gli Wishbone Ash nel 1972. A destra, il poster dei concerti londinesi all’hammersmit­h Odeon e al Rainbow Theatre
(2 e 3 giugno 1981).
Sotto: gli Wishbone Ash nel 1972. A destra, il poster dei concerti londinesi all’hammersmit­h Odeon e al Rainbow Theatre (2 e 3 giugno 1981).

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