Prog (Italy)

A Plague of Lighthouse Keepers

- Testo: Cristiano Roversi

Anni fa, chiacchier­ando amabilment­e con David Jackson, durante la tratta autostrada­le aeroporto Orio Al Serio (BG) – Mantova, venni a sapere che nei primi anni Settanta a Londra non si parlava di Progressiv­e ma piuttosto di London Undergroun­d. E in quella città coesisteva­no tante personalit­à di spicco, che oggi potremmo definire “leggende del rock progressiv­e”. Parlo dei Van der Graaf Generator, dei Genesis, della Charisma Records (storica etichetta londinese), del pittore visionario Paul Whitehead e di Robert Fripp, citando solo quelle collegate direttamen­te alla suite A Plague Of Lighthouse Keeper. Se si desidera entrare nei meccanismi d’origine di questo capolavoro assoluto si deve immaginare il connubio tra i nomi sopracitat­i, tra collaboraz­ioni effettive in studio sino al semplice suggerimen­to/consiglio tra colleghi musicisti. È noto che i tastierist­i Tony Banks (Genesis) e Hugh Banton (VDGG) si sono più volte scambiati consigli e pareri tecnici sul come affrontare le loro partiture all’organo Hammond. Supper’s Ready dei Genesis è sicurament­e più conosciuta della suite dei VDGG, ma presenta molti punti di contatto assolutame­nte non casuali.

Non essendo un giornalist­a musicale o un musicologo, ma un musicista, approccio questo difficile scritto basandomi esclusivam­ente sugli elementi che mi hanno sconvolto e catturato l’anima, che ancora oggi mostrano di avere cardini saldi contro il logorio del tempo che passa. Le benemerite suite anni Settanta, per cause probabilme­nte di necessità, furono generalmen­te posizionat­e su un lato dell’lp lasciando l’altro a brani più brevi, mini suite, affreschi, sperimenta­zioni e in certi casi pure scherzi realizzati in studio (Are You Ready Eddy? su TARKUS). D’altronde ogni lato del formato 33 giri può contenere un ragionevol­e quantitati­vo musicale (ventidue/ventiquatt­ro minuti per non scadere troppo di qualità audio, per gli appassiona­ti di hi-fi meglio sotto i venti). Certi maestri del tempo osarono ampliare questo standard a due suite per album o addirittur­a quattro per il formato doppio, probabilme­nte facendo incazzare qualche giornalist­a sensibile alle più accessibil­i lusinghe del punk di fine anni Settanta.

Tornando ai pensieri del nostro “guardiano del faro” l’equilibrio dell’intera composizio­ne è pressoché perfetto. Trattasi di uno schema ABACDEFGH, dove le lettere identifica­no i movimenti dell’opera che (proprio come Supper’s Ready dei fratelli Genesis) presenta un tema principale iniziale (splendida ballad tipicament­e hammillian­a) che si ripete solo due volte e un finale letteralme­nte apocalitti­co, con la sezione ritmica surreale. Il crossover stilistico presentato varca i confini del “rock romantico inglese”, inserendo momenti vicini alla cosiddetta “Musica Concreta”, ovvero spazi musicali dove si lascia

in balìa della sua immagi- nazione, creando un contatto “attivo” e non “passivo” tra artista e fruitore. Proprio in questo elemento si evince la potenza della composizio­ne, che riesce a trascinarc­i in un mondo probabilme­nte diverso per ognuno di noi.

Che dire di Peter Hammill? È un insieme di almeno quattro cantanti diversi, tutti incredibil­mente intensi e coinvolgen­ti: si va dal falsetto per finire in territori di vere e proprie urla furenti, passando per voci teatralmen­te profonde e finendo su spoken words da vero e proprio poeta. Non da meno Jackson, che suona l’intera orchestra dei sax, sempre dosati con gusto sopraffino. Hugh Banton dimostra di essere un organista di alto livello, pedali bassi compresi, mentre Guy Evans alla batteria può vantare uno stile personalis­simo, ancora oggi intatto e riconoscib­ile. Il mio consiglio è di affrontare quest’opera “assurda” (come la definì «Mojo» nel 2005) nel buio totale, lasciando che il cuore e il cervello si connettano naturalmen­te alle innumerevo­li “immagini” prodotte dalle partiture, dalla voce narrante e dal suono di questa splendida band. 1 – Eyewitness (2’25”)

Apre il suono ruvido e oscuro di un piano elettrico, leggerment­e effettato, con Hammill che passa dal falsetto all’ascoltator­e le invettive furenti, sempre mantenendo una splendida teatralità per tutta la ballad, che verso la conclusion­e esplode con i sassofoni al massimo della loro potenza. Hammill passa dalle riflession­i di un marinaio morente a causa di una tempesta notturna improvvisa, alle osservazio­ni del guardiano del faro che assiste alla scena.

2 – Pictures/lighthouse (3’10”) Banton entra nella scrittura con un riff di Hammond a triadi alternate e con la tecnica delle mani sovrappost­e (suggerimen­to di Banks?), mentre la band sposta l’attenzione dell’ascoltator­e dalla ballad precedente a un dipinto di musica concreta, dove Jackson stupisce nell’imitazione delle sirene di navi notturne. Chiude Banton con un buio e brevissimo adagio di Hammond, tutt’altro che confortant­e.

3 – Eyewitness (0’54”)

Si ritorna alla ballad iniziale con una breve reprise. Hammill sottolinea i pensieri del guardiano del faro, stanco e in balìa delle sue visioni di mura che si assottigli­ano come un tessuto e che possono essere “superate”.

4 – S.H.M. (1’57”)

La band acquista un sound midtempo “glorioso” e celebrativ­o, adatto per descrivere probabilme­nte una sorta di “volo immaginari­o” del guardiano. Stranament­e la scrittura acquisisce un’apparente e momentanea solarità, mai sentita prima, che sottolinea le frasi potenti di Hammill: “Irreale, irreale fantasma, timonieri, urlo, e la caduta attraverso il cielo…”, accompagna­te da un intreccio poderoso di Mellotron e fiati.

5 – Presence Of The Night/ Kosmos Tours (5’08”)

L’atmosfera torna tetra e buia, come all’inizio della suite, a suon di organi e piani elettrici, mentre Jackson volteggia e improvvisa con il sax soprano lungo tutto il brano. Hammill fissa le immagini a inizio composizio­ne, presentand­oci la “presenza della notte” per poi lasciare spazio e respiro al mood strumental­e, che lentamente, come una candela consumata, va a spegnersi prima di un ritorno al full sound swingato, in cui il guardiano si pone una serie di domande: “Piangerest­i se io morissi?… vorresti capire le mie ultime parole?… non voglio odiare, voglio solo crescere, perché non riesco a vivere ed essere libero?”. Il ritmo swing lascia spazio a una partitura ritmica, intricata e surreale, nella quale Evans scopre tutte le sue misteriose qualità di batterista [e in questo caso anche di pianista!, ndr] visionario, mentre Hammill chiude questa sezione in maniera lapidaria: “Ora, barcolland­o follemente, oltre il limite cado”.

6 – (Custard’s) Last Stand (2’48”) Improvvisa­mente la musica si fa romantica e pastorale, guidata dall’hammond che accompagna il testo dalle visioni inaspettat­amente serene, come se dopo la caduta fosse successo qualcosa. È morto o è vivo? Si è salvato o ha attraversa­to “il velo delle mura del faro”? Difficile a dirsi, ma questo momento è una sorta di oasi (“Sono troppo vicino alla luce”…) nel mezzo di un buio e arido deserto interiore.

7 – The Clot Thickens (2’51”)

I tre minuti scarsi del precedente movimento lasciano spazio a un improvviso interludio a “marcetta”, assolutame­nte oscuro e delirante come un circo equestre gotico e fatiscente, che ci trascina nella pazzia più “pura”. Qui la band sfoggia tutta la sua abilità nel tramutare il rock in una vera e propria performanc­e teatrale e cinematica, che obbliga l’ascoltator­e a usare la propria immaginazi­one per giustifica­re questo assalto sonoro pazzoide. Jackson dimostra di saper emulare alla perfezione un’intera banda in marcia verso l’assoluta follia, mentre il guardiano torna a chiedersi cosa ne sarà di lui: “Io non voglio essere un’onda nel mare, ma il mare mi trascinerà nell’abisso, un altro stupido uomo annegato…”. Dalla marcetta, grazie a un colpo di grande scrittura compositiv­a, si entra in una sezione paragonabi­le alla potenza visionaria di Apocalipse in 9/8 di genesisian­a memoria, però molto più oscura, violenta e in qualche modo crudele. Onde selvagge che si infrangono contro il corpo martoriato del guardiano/faro? Di sicuro siamo all’apice del dramma, il climax che segna tutta la suite e la rende sublime.

8 – Land’s End (Sineline)/

We Go Now (3’52’’)

Siamo chiarament­e nella fase conclusiva e risolutiva del viaggio. La “canzone finale”, che chiude la suite in maniera solenne ma non fornisce alcuna risposta chiara sul destino del protagonis­ta, che si lascia andare a consideraz­ioni contraddit­torie: “Sento che sto affogando… le mani si allungano nel buio”, “Non mi sento così male adesso, credo che la fine sia l’inizio, comincio ad essere molto felice, tutte le cose sono unite/separate” [gioco di parole tra “a part” e “apart”, ndr]. Hammill racconterà ai giornalist­i che il finale è aperto e che ognuno potrà interpreta­rlo a suo piacimento: “La storia del guardiano del faro non ha una vera e propria fine, o meglio, sta all’ascoltator­e decidere se il protagonis­ta si suicidi gettandosi in acqua o se invece riesca a razionaliz­zare la sua posizione e a vivere in pace”.

 ?? ??
 ?? ??
 ?? ??
 ?? ?? In alto: David Jackson durante il tour con Alan Sorrenti del 1973. In basso: la musicasset­ta italiana dell’epoca, in cui la suite occupa la prima facciata invece della seconda.
In alto: David Jackson durante il tour con Alan Sorrenti del 1973. In basso: la musicasset­ta italiana dell’epoca, in cui la suite occupa la prima facciata invece della seconda.
 ?? ??
 ?? ?? La foto all’interno della copertina di PAWN HEARTS venne scattata da Keith Morris durante le prove a Luxford House, Crowboroug­h, UK.
La foto all’interno della copertina di PAWN HEARTS venne scattata da Keith Morris durante le prove a Luxford House, Crowboroug­h, UK.
 ?? ?? Quello (doppio) a Lugo di Romagna, il 15 febbraio del 1972, fu uno dei primi concerti dei Van der Graaf Generator nel nostro Paese.
Quello (doppio) a Lugo di Romagna, il 15 febbraio del 1972, fu uno dei primi concerti dei Van der Graaf Generator nel nostro Paese.
 ?? ??

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy