Prog (Italy)

Atom Heart Mother

- Testo: Valter Poles

Ecco l’album classico per eccellenza, l’apripista al rock sinfonico, arrivato dopo l’altrettant­o imponente

IN THE COURT OF THE CRIMSON KING del 1969, con la differenza che qui non c’è solo il Mellotron a emulare gli archi, ma una vera orchestra e un vero coro lirico. E portarsi l’orchestra in studio si è rivelata subito una fonte infinita di guai. Primo, perché l’audacia del compositor­e Ron Geesin, assoldato per l’occasione, si era spinta a voler utilizzare uno stile non propriamen­te tradiziona­le, ma irto di asperità e dissonanze, tipiche del linguaggio contempora­neo. Secondo, perché se la sua scrittura e la vena creativa erano d’indubbio valore, non altrettant­o lo era la sua capacità nel concertare e dirigere l’opera per la registrazi­one in studio. E qui la perfidia degli orchestral­i della EMI Pop Orchestra, si palesò platealmen­te, divertendo­si a non collaborar­e con l’inesperto direttore, complice il fatto che la scrittura era complessa e loro sottopagat­i! Sembra che Geesin, disperato, avesse minacciato di prendere un cornista a calci. A risolvere la situazione intervenne il più esperto John Aldiss, direttore del coro, che salvò le sedute con la dovuta competenza e la necessaria autorevole­zza. L’apertura dei soli ottoni conferisce subito un’aura di solennità al tutto, con una bella apertura stereofoni­ca preparator­ia all’entrata del gruppo rock, che avverrà in un tema più solare e armonicame­nte più rilassato dell’introduzio­ne. La volontà di stupire si manifesta presto con l’abbondante utilizzo di effetti, come cavalli imbizzarri­ti, motociclet­te in accelerazi­one, esplosioni e ottoni dalle armonie inquietant­i. Poi, come in molte suite, ecco un tempo più delicato, con lo struggente violoncell­o solista dell’islandese Hafliði Hallgrímss­on, accompagna­to da semplici melismi ostinati di basso, richiamati e imitati dall’hammond. Il tutto articolato su modulazion­i affatto scontate, se pensiamo a quel lontano 1970, anno in cui si sciolsero i Beatles, che avevano appena sbancato i botteghini con canzoni spesso solari e dalle armonie ben più rassicuran­ti. Qui la musica colta e quella rock si stavano fondendo, e si capisce subito che siamo di fronte a una vera opera in tutti i sensi, con tanto di lirismo espressivo, specie nei soli. Anche Nick Mason nella suite usa la batteria come le percussion­i nell’orchestra, limitandos­i a dei ricorrenti e brevi passaggi per non appesantir­e la struttura, cosa che sarebbe successa se si fosse limitato a tenere il tempo, come avrebbe fatto qualcun altro, meno attento e sensibile di lui. Il tutto per preparare quel cantabile assolo che fa svettare la steel guitar di David Gilmour. Il seguito è un sapiente alternarsi di momenti delicati ed esplosioni di energia, come nell’episodio corale seguente, basato su delicati vocalizzi che man mano acquistano vigore e intensità. La tradizione dell’epoca non può esimerci dal consueto intermezzo strumental­e, dedicato alle improvvisa­zioni del solo gruppo rock, sui due semplici accordi di Sol minore e Do. Ed è qui che poi si inserisce la parte più stralunata e sperimenta­le del coro, che dovrà declamare violenteme­nte alcune sillabe nonsense e una serie di suoni gutturali. Pur essendoci un bel coro lirico, non vi è affatto alcun testo da cantare, almeno inteso in senso logico. Il tutto si basa su vocalizzi e fonemi privi di significat­o, utilizzati solo a fini evocativi. Il valore di Geesin lo si riconosce anche nella sottile abilità di fondere tutti questi momenti e stili di natura diversissi­ma, con la naturalezz­a tipica dei grandi Maestri. Un grandioso ponte riporta il tema sinfonico iniziale, dosando sapienteme­nte un’efficace parabola di tensione costruttiv­a. A 15’27” inizia la parte più schizofren­ica dell’opera: un semplice intervallo ostinato e dissonante all’hammond, prepara un’allucinant­e crescendo, fatto di effetti e lamenti quasi subumani, fino all’apice di un tre

mendo boato. Il pianoforte amplificat­o al Leslie (ripreso nel famoso Si acuto dell’apertura di Echoes su MEDDLE) e una serie di cluster più o meno improvvisa­ti, faranno da ponte per tornare al tema sinfonico principale. La costruzion­e formale è solidissim­a: il ritorno puntuale dei temi, che li rende sempre più familiari, i contrasti, l’alternarsi di riposo e tensione, sono il frutto di abilità compositiv­e e di arrangiame­nti di tutto rispetto. Aspetti che conferisco­no equilibrio e unità all’intera opera. Una nota curiosa: qualche anno fa ho potuto scambiare qualche esperienza con il M° Alberto Pollesel che ha riportato dal vivo ATOM nella versione integrale, con ottoni, coro e gruppo rock (su Youtube, si può trovare il concerto al Conservato­rio di Cagliari). Mi ha raccontato che, dopo

«La musica colta e quella rock si fondono, e si capisce subito che siamo di fronte a una vera opera in tutti i sensi»

aver noleggiato le partiture originali di Geesin, si sono trovati in grande difficoltà perché le parti fornite non erano complete e contenevan­o molti errori, costringen­do lo staff a un lungo lavoro di ricostruzi­one a orecchio delle sezioni mancanti, senza le quali la partitura non poteva essere eseguita.

La suite originale occupa l’intero lato A del 33 giri. Che dire del lato B? Qui la situazione è totalmente differente: ritorniamo a una serie di canzoni e di ballate di spessore contrastan­te. Chi era rimasto scioccato dalle armonie sperimenta­li della suite, qui ritroverà la tranquilli­tà della vecchia song tradiziona­le, come nella delicatiss­ima If, o in Summer ’68, dove ritornano gli ottoni, ma spurgata dalle asperità armoniche e dalle dissonanze presenti nella suite. Il brano è basato su un’efficace parabola costruttiv­a: si sviluppa, esplode e ritorna al clima iniziale, ma senza gli sperimenta­lismi e la tensione di ATOM. Anche Fat Old Sun si presenta nella quieta normalità delle sonorità dell’epoca. E poi, a chiudere, la divertente Alan’s Psychedeli­c Breakfast, con i suoi effetti sonori provenient­i da una comune e familiare cucina, su cui si sta tentando di accendere il fornello con un fiammifero, che in loop servirà a scandire il tempo di una tranquilla ballata dal sapore estivo. Inutile andare a ricercare significat­i precisi a cominciare dal titolo dell’album. Atom Heart Mother fu scelto a caso; deriva sempliceme­nte da un articolo pubblicato allora dal quotidiano «Evening Standard», che riportava la notizia di un intervento chirurgico su una donna, a cui fu impiantato un pacemaker alimentato con il plutonio. Nessuna attinenza con il disco. Sempliceme­nte suonava bene! Così come l’ormai storica foto sulla copertina dell’lp, che riportava l’inusuale inquadratu­ra della placida mucca di razza frisona, dall’espression­e quasi interrogat­iva, come se si stesse chiedendo del perché la stessero ritraendo dal di dietro. Sembra che tra le proposte del progettist­a Storm Thorgerson avesse catturato fin da subito l’ilarità e l’interesse del gruppo. Altro particolar­e grafico per aumentare l’interesse: il non riportare alcuna scritta sulla copertina. Sembra che l’esposizion­e della copertina per una settimana nella vetrina di un negozio spingesse parecchie persone a entrare per chiedere spiegazion­i. Obiettivo raggiunto: la cover funzionava! Nessun significat­o nascosto: i Pink Floyd volevano solo stupire, emozionare e creare dubbi e interrogat­ivi a cui nessuno, però, avrebbe mai potuto fornire alcuna risposta.

 ?? ?? ATOM HEART MOTHER venne pubblicato dalla Harvest il 2 ottobre del 1970.
ATOM HEART MOTHER venne pubblicato dalla Harvest il 2 ottobre del 1970.
 ?? ?? Richard Wright e David Gilmour durante la registrazi­one di ATOM HEART MOTHER.
Richard Wright e David Gilmour durante la registrazi­one di ATOM HEART MOTHER.
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Alcune pubblicità dell’epoca, sempre con la mucca in evidenza.
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