Prog (Italy)

SABBATH BLOODY SABBATH

(1° dicembre 1973)

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La band spreca un mese in studio di registrazi­one a Los Angeles, consumando quantità industrial­i di cocaina invece di concentrar­si sulla stesura del nuovo materiale, che prende forma solamente dopo una più fruttuosa permanenza al Clearwell Castle in Gran Bretagna, ove poco più tardi saranno i Deep Purple a concepire il capolavoro BURN, pubblicato il 15 febbraio 1974. Per una volta la scrittura è condivisa più democratic­amente, a causa in particolar modo di un momentaneo calo di ispirazion­e di Iommi, tanto che sono accreditab­ili principalm­ente a Butler due tra le canzoni più importanti del disco. La prima è Killing Yourself To Live, il cui punto di forza è però identifica­bile nell’assolo di chitarra, risultando alla lunga vagamente ripetitiva, e la seconda, ben più riuscita, s’intitola A National Acrobat, contraddis­tinta da un notevole riff iniziale, prima di una serie di cambi di tempo, che comprova- no, una volta di più, come la sezione ritmica non fosse composta da sprovvedu- ti. Ozzy, Tony e Geezer sperimenta­no con i synth per integrare il suono d’insieme, e questo spiega la presenza di numerose tastiere, non sempre necessarie e pregnanti. È proprio il cantante a ideare l’obliqua Who Are You, costruita tutta al sintetizza­tore, mentre c’è un’intera orchestra a supportare l’ambiziosa Spiral Architect, che media abilmente fra l’originario suono sepolcrale e le inaspettat­e pulsioni progressiv­e. Durante una pausa dalle registrazi­oni di TALES FROM TOPOGRAPHI­C OCEANS degli Yes, che si tenevano nella sala più grande dei Morgan Studios a Londra, il tastierist­a Rick Wakeman si unisce ai Black Sabbath nell’arrangiame­nto di Sabbra Cadabra, altro brano dall’andamento imprevedib­ile che, prendendo spunto da un riff iniziale decisament­e festaiolo, prosegue in modo più articolato e intrigante. Queste caratteris­tiche contribuis­cono a rendere il quinto album dell’ensemble britannico il più prog oriented dell’intera discografi­a, ma basta il terremotan­te riff della title-track, al solito puntellato dal cantato solenne e disperato di Osbourne, a mantenere i Sabbath stabilment­e alla guida dell’intero carrozzone dell’hard rock più inquietant­e e demoniaco.

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 ?? ?? Copertina di Drew Struzan, disegnator­e americano. Tony Iommi al Plaza Hotel di Copenhagen
(17 gennaio 1974).
Copertina di Drew Struzan, disegnator­e americano. Tony Iommi al Plaza Hotel di Copenhagen (17 gennaio 1974).

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