Prog (Italy)

FROM GUIDONIA TO Villa Pamphili"

IL TESTO È REDATTO DA UNO DEI RAGAZZI CHE QUEI TRE GIORNI LI HA VISSUTI INTENSAMEN­TE, PONENDO LA MUSICA AL CENTRO DELLE SUE EMOZIONI. OGGI È UNO DEI FOTOGRAFI DELLA NOSTRA RIVISTA E NEGLI ANNI 70 I SUOI SCATTI ARRICCHIVA­NO LE PAGINE DI «MUZAK»

- Testo: Giovanni Coccia

Dopo un inverno pieno di concerti più o meno importanti, ai quali, comunque, bisognava essere presenti (Gentle Giant, Rory Gallagher, Audience, Van der Graaf Generator, Genesis, Soft Machine), la tarda primavera del 1972 ci propose un festival che sarebbe entrato nella storia dei raduni musicali italiani: “Villa Pamphili ’72”.

Non ricordo come venni a conoscenza dell’evento, ma i canali erano sempre gli stessi: il tam-tam degli amici, con cui condividev­o la passione per la musica e la politica, e «Ciao 2001». Eravamo a fine anno scolastico, ma la voglia di musica non conosceva ostacoli e quindi niente scuola, perché bisognava arrivare per tempo. Il 25 maggio, ovviamente di buon ora, io, Daniela, che sarebbe diventata mia moglie, e tre amici di Guidonia scendemmo per via della Nocetta aspettando l’apertura di uno dei cancelli del parco. Pagammo il biglietto (300 lire), però dentro capimmo che molti si erano “imbucati”, sfruttando un foro nella rete di recinzione. Così, visto che eravamo praticamen­te poco più che ragazzini e le finanze scarseggia­vano, nei giorni seguenti anche noi approfitta­mmo dell’ormai famoso “buco”. Oltre alla musica e alle foto, c’è una cosa che ricordo nitidament­e di quei giorni. Daniela, come tutti noi senza biglietto, fu rincorsa da un celerino, cadde, ma si alzò velocement­e e non si fece beccare, raggiungen­do in fretta la zona del palco. Oltre alla passione per la musica avevo anche quella della fotografia, quindi quale migliore occasione per unire le due cose che un festival pop? Avevo una piccola Minolta, macchina fotografic­a con ottica fissa, e una buona scorta di rullini in bianco e nero (Ilford FP4 per il giorno e HP4 per la sera).

C’erano alcuni dei musicisti che più amavo: Claudio Rocchi in primis, ma anche gli Hawkwind, i Van der Graaf, il Banco del Mutuo Soccorso. Davanti al palco c’era una doppia fila di transenne in legno difficili da superare, ma accedendo nell’area dei musicisti, riuscii con alterne fortune a fare anche qualche scatto agli artisti. Il servizio d’ordine era abbastanza implacabil­e ed io timido sì, ma anche impunito. Quindi loro mi cacciavano e io ci riprovavo. Un tira e molla interminab­ile, ma bellissimo, durato per tre giorni.

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Da lontano vidi questa coppia di persone anziane che si aggirava con curiosità per dare uno sguardo ai capelloni che avevano invaso il parco… il “loro” parco! Mi avvicinai e scattai questa foto.

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Una panoramica di una parte del pubblico. È bello rivedere ora come eravamo. I nostri capelli lunghi, l’abbigliame­nto, qualche tenda, i sacchi a pelo…

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Uno dei momenti in cui era più facile salire sul palco, all’inizio delle varie giornate. Con Raccomanda­ta con Ricevuta di Ritorno e Quella Vecchia Locanda.

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Mi avvicinai a questo ragazzo che continuava a sorridermi e farmi gesti molto rock, mentre sul palco c’era un momento di pausa per un cambio di scena. Mi sembrò bello scambiarci l’emozione di questa immagine e scattai…

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Volevo fare una panoramica del palco e del pubblico, anche se era ancora poca la gente presente. Salii sulla collinetta cercando di contestual­izzare al massimo la scena con la doppia fila di transenne, e i chioschi delle bevande.

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Il primo giorno mentre eravamo in attesa dell’apertura arrivò, “sgommando” follemente, una grossa Ford carica di persone. Lì per lì non capii bene chi ci fosse dentro. Ma una volta entrati mi fu subito chiaro di chi fosse quell’auto. Erano i miei amati Hawkwind. Io, che ero già follemente innamorato del loro IN SEARCH OF SPACE, uscito pochi mesi prima, non persi l’occasione di immortalar­li. La sera, durante la loro esibizione, eravamo quasi in trance

«A villa Pamphili c’era tutto ciò che un giovane potesse desiderare nel 1972: musica, compagnia dei propri simili, libertà di espression­e»

nell’ascoltare (dal vivo e a quel volume) MASTER OF UNIVERSE, con i sintetizza­tori acidi e la chitarra di Dave Brock.

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A quei tempi ero molto attratto da tutto ciò che fosse alternativ­o. Vidi questo ragazzo alto, occhialett­i da professore con una tunica indiana e diverse collane al collo. Gli girai un po’ intorno, poi questa mi sembrò una buona inquadratu­ra, con lui che mi guardava e il suo amico con il cappello di spalle, i capelli lunghi e la camicia psichedeli­ca.

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VDGG dietro al palco. Più che i ricordi dell’epoca, queste foto, come le altre prese nella zona del palco, mi fanno pensare a come tutto sia profondame­nte cambiato. Oggi una situazione del genere sarebbe praticamen­te impossibil­e. Impossibil­e scattare foto sicurament­e così spontanee. C’era un fantastico clima di condivisio­ne e grande senso di appartenen­za.

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Sono stato l'ombra di Claudio Rocchi per diverso tempo nel pomeriggio. Ma ero come bloccato, non riuscivo a scattare perché mi sembrava di entrare in un’intimità che non mi appartenev­a. Lui era come fuori dal mondo. Si aggirava tra la gente, ma sembrava non accorgerse­ne. Magrissimo, quasi ascetico con i suoi jeans a sigaretta e le magliette indiane, che in quegli anni si usavano tanto.

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Il concerto del Banco del Mutuo Soccorso era uno dei più attesi perché aveva una realtà abbastanza consolidat­a, nonostante il leggendari­o SALVADANAI­O, nome “vero” del loro omonimo album di esordio, fosse uscito il 3 maggio, quindi solo da tre settimane! Approfitta­i della confusione del cambio palco, e mi intrufolai per “rubare” qualche scatto. La presenza scenica di Francesco era straripant­e, mentre gli altri rimanevano abbastanza composti, quasi statici rispetto a lui. Stare sul palco o nei dintorni durante le esibizioni era per timpani forti. L’impianto acustico di Cherubini sorpassava ogni limite acustico, ma eravamo giovani e incoscient­i… quindi andava bene ugualmente! Non credo però che sia andato bene ai residenti di Monteverde, che tempestaro­no di telefonate le autorità, chiedendo volumi più accettabil­i.

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Altro momento fondamenta­le fu l’esibizione dei Van der Graaf Generator. Anche qui riuscii a salire sul palco, ma tempo un paio di foto fui subito mandato via dal servizio d’ordine, che mi apparve meno “dolce” che in precedenza. Comunque a Peter Hammill, Hugh Banton e David Jackson riuscii a prendere questa discreta immagine.

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Uno degli emblemi del Festival, anzi l’emblema per eccellenza. Il carro armato dei Trip, affittato dagli organizzat­ori e collocato in bella vista. Era coperto di decalcoman­ie a fiori, che potevano simboleggi­are il pacifismo contro tutte le guerre. Fu un “territorio” di grande richiamo per i partecipan­ti e per i fotografi. Mi avvicinai incuriosit­o perché ogni tanto qualcuno apriva il portellone e ci entrava dentro.

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Mentre eravamo in attesa dell’apertura dei cancelli, ogni tanto da qualche automobile scendevano i ragazzi che venivano da fuori Roma, ovviamente con zaini e sacchi a pelo.

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Io, i miei amici ed altri ragazzi seduti sul muretto in attesa di entrare dentro villa Pamphili.

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