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#MEN­SWEAR

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ORSE CE LA DO­VREM­MO PREN­DE­RE con gli scrit­to­ri di fan­ta­scien­za. Ci han­no fat­to cre­de­re che la tec­no­lo­gia avreb­be por­ta­to so­lo van­tag­gi al­le no­stre vi­te. Avrem­mo avu­to mag­gior­do­mi-ro­bot e la­vo­ra­to dav­ve­ro tre ore al gior­no, co­me ave­va pro­no­sti­ca­to l’eco­no­mi­sta John May­nard Key­nes nel 1928. La real­tà, in­ve­ce, è che og­gi si la­vo­ra più di die­ci an­ni fa, si sta con­nes­si not­te e gior­no, do­me­ni­che com­pre­se, sen­za stac­ca­re qua­si mai, e il ri­po­so è un de­si­de­rio ir­rea­liz­za­bi­le.

Ari­sto­te­le di­ce­va che il tem­po li­be­ro è ne­ces­sa­rio: do­vreb­be es­se­re il mo­men­to del­la ri­fles­sio­ne, del­la con­tem­pla­zio­ne e del pen­sie­ro, lon­ta­no da qual­sia­si ob­bli­go ser­vi­le. Se­con­do l’eti­ca pro­te­stan­te con­tem­po­ra­nea, al con­tra­rio, è so­lo un in­ter­val­lo – pos­si­bil­men­te bre­ve – tra una sca­den­za e una riu­nio­ne. Una sor­ta di li­ber­tà prov­vi­so­ria, men­tre si vi­ve per la­vo­ra­re e non vi­ce­ver­sa. Ec­co per­ché riu­sci­re a ri­ta­gliar­si un wee­kend equi­va­le a una con­qui­sta: è un ces­sa­te il fuo­co nel­la bat­ta­glia con­tro il tem­po, uno spa­zio da pro­teg­ge­re e va­lo­riz­za­re, nel qua­le ri­pren­de­re con­tat­to con se stes­si e so­prat­tut­to con la na­tu­ra. E po­co im­por­ta se sia frut­to di una con­ven­zio­ne. Quel­lo che con­ta è riu­sci­re a go­der­ne, a eva­de­re

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