Casa Ivo­ry & Co.

UNA vil­la OTTAGONALE DEL 1805: 19 STAN­ZE ARREDATE CO­ME il SET Di UNA vi­ta. DO­VE CREA Film CON Gli AMI­CI «INSEGUENDO la BEL­LEZ­ZA»

Style - - Sommario - di Car­lo An­ne­se - fo­to di Si­mon Wa­tson

PREN­DE AN­CO­RA ap­pun­ti sui car­ton­ci­ni bian­chi che si fa met­te­re da par­te dal­la la­van­de­ria di fi­du­cia. Tra­scri­ve le sce­neg­gia­tu­re su una mac­chi­na per scri­ve­re elet­tro­ni­ca, co­me 40 an­ni fa. E se l’ispi­ra­zio­ne ar­ri­va di not­te o al mat­ti­no pre­sto, ap­pe­na sve­glio, Ja­mes Ivo­ry an­no­ta tut­to a ma­no, sdra­ia­to sul let­to ros­so car­mi­nio che do­mi­na la sua stan­za. In­tor­no, nien­te com­pu­ter né stru­men­ti tec­no­lo­gi­ci, ma gran­di li­bri il­lu­stra­ti, al­cu­ni og­get­ti trat­ti dai set dei suoi film – da Casa Ho­ward a Quel che re­sta del gior­no – e qual­che pre­zio­sa mi­nia­tu­ra: te­sti­mo­nian­ze di un’esi­sten­za lun­ga e in­ten­sa, all’in­se­gna del­la bel­lez­za.

Su quel­la mac­chi­na per scri­ve­re bian­ca, Ja­mes Ivo­ry ha com­po­sto an­che i dia­lo­ghi e le at­mo­sfe­re di Chia­ma­mi col tuo no­me, il film di Lu­ca Gua­da­gni­no che do­po il suc­ces­so al ci­ne­ma ora ar­ri­va in ho­me vi­deo. Lo ha fat­to con lo stes­so me­to­do di sem­pre, usan­do for­bi­ci e na­stro ade­si­vo per ta­glia­re e in­col- la­re stri­sce di te­sto fin­ché non si ri­tie­ne sod­di­sfat­to. Il ri­sul­ta­to è sta­to l’oscar per la sce­neg­gia­tu­ra a 89 an­ni, il più an­zia­no vin­ci­to­re di un pre­mio nel­la sto­ria dell’aca­de­my. «An­che per que­sta pel­li­co­la, co­me per Ca­me­ra con vi­sta, l’am­bien­ta­zio­ne in Ita­lia è sta­ta fon­da­men­ta­le» di­ce Ivo­ry. «La gen­te ama que­sto Pae­se, e an­ch’io ci so­no sta­to co­sì spes­so da aver as­sor­bi­to un po’ del vo­stro gu­sto, qua­si sen­za ac­cor­ger­me­ne. Do­po aver vi­sto i miei film, mol­ti pen­sa­no che io sia in­gle­se o che ab­bia un’este­ti­ca pro­fon­da­men­te eu­ro­pea. In­ve­ce so­no so­lo un ame­ri­ca­no che ha viag­gia­to pa­rec­chio, dall’in­dia all’estre­mo Orien­te, ed è sta­to in­fluen­za­to da ciò che ha vi­sto».

La sua gran­de casa nel­la val­le dell’hud­son, a due ore da Ma­n­hat­tan, ne è la sin­te­si per­fet­ta. Co­strui­ta nel 1805 per un po­li­ti­co dell’epo­ca, è un gio­iel­lo in sti­le fe­de­ra­li­sta di for­ma ottagonale. Di­stri­bui­ta su 560 me­tri qua­dri, og­gi ha 19 stan­ze, ma quan­do Ivo­ry la com­prò, nel 1975, era di­vi­sa in set­te ap­par­ta­men­ti: lui e il suo com­pa­gno di vi­ta e di la­vo­ro Ismail Mer­chant ne oc­cu­pa­ro­no uno, di quat­tro lo­ca­li, al se­con­do pia­no. Da al­lo­ra è ini­zia­to un re-

stau­ro, sot­to la cu­ra di Je­re­miah Ru­sco­ni (uno sto­ri­co lo­ca­le che è sta­to an­che di­ret­to­re ar­ti­sti­co del film Gli eu­ro­pei) du­ra­to 40 an­ni, e so­lo da po­co si può con­si­de­ra­re con­clu­so.

In at­te­sa che gli in­qui­li­ni li­be­ras­se­ro gli ap­par­ta­men­ti, Ivo­ry è en­tra­to pie­na­men­te in pos­ses­so dell’edi­fi­cio nel 2010 e ha vo­lu­to da­re una for­te im­pron­ta per­so­na­le. Pri­ma al­la strut­tu­ra, con trom­pel’oeil lus­su­reg­gian­ti sul­le pa­re­ti dei sa­lo­ni che raf­fi­gu­ra­no la val­le dell’hud­son nell’ot­to­cen­to, car­te da pa­ra­ti con mo­ti­vi geo­me­tri­ci co­lo­ra­tis­si­mi e sul­le por­te fre­gi in ges­so fat­ti a Bue­nos Ai­res. Poi è pas­sa­to all’ar­re­da­men­to, pun­teg­gia­to con ele­gan­za da ci­me­li di fa­mi­glia, ope­re ri­ce­vu­te in do­no da ami­ci ar­ti­sti, mo­bi­li pro­ve­nien­ti da­gli ap­par­ta­men­ti di Lon­dra e Pa­ri­gi do­ve ha vis­su­to in pas­sa­to. E so­prat­tut­to trac­ce dei pe­rio­di sto­ri­ci e del­le cul­tu­re da cui è sta­to af­fa­sci­na­to: l’ar­te afri­ca­na, ef­fet­to del­le ri­cer­che per il film Sur­vi­ving Pi­cas­so, il re­vi­val dell’an­ti­co sti­le egi­zio e i di­pin­ti in­dia­ni in mi­nia­tu­ra di cui è un gran­de esper­to. Di re­cen­te Ivo­ry ha ven­du­to la sua col­le­zio­ne al Lou­vre di Abu Dha­bi per di­ver­si mi­lio­ni di dol­la­ri, tut­ta­via ri­man­go­no an­co­ra dei ca­po­la­vo­ri, co­me l’im­ma­gi­ne de­vo­zio­na­le del XIX se­co­lo con Kri­sh­na im­mer­so in un ma­re di fio­ri di lo­to.

Ovun­que lo si posi, lo sguar­do è cat­tu­ra­to dal­la sto­ria e dal­la bel­lez­za («la ri­cer­ca del­la bel­lez­za è il mo­ti­vo prin­ci­pa­le per cui fac­cio film» di­ce). Ma an­che da un’osti­na­ta ri­nun­cia a cer­te comodità mo­der­ne: nes­sun si­ste­ma cen­tra­liz­za­to di aria con­di­zio­na­ta, ad esem­pio, né dop­pi ve­tri al­le fi­ne­stre. Co­me se Ivo­ry vo­les­se cri­stal­liz­za­re i mo­men­ti mi­glio­ri tra­scor­si in que­sto ma­nie­ro in­sie­me a Mer­chant e ai col­la­bo­ra­to­ri di una vi­ta. Ini­zial­men­te rifugio pri­va­to nei wee­kend, la casa sull’hud­son si è tra­sfor­ma­ta poi in una co­mu­ni­tà crea­ti­va, do­ve Ruth Pra­wer Jhab­va­la scri­ve­va sce­neg­gia­tu­re sul gran­de let­to, Mer­chant cu­ci­na­va ci­bo in­dia­no, Ri­chard Rob­bins, au­to­re di tan­te co­lon­ne so­no­re, suo­na­va il pia­no­for­te, e do­ve so­no na­ti i film. Una sor­ta di Bloom­sbu­ry – ha det­to qual­cu­no ri­cor­dan­do il grup­po lon­di­ne­se di in­tel­let­tua­li dei pri­mi del No­ve­cen­to, tra cui Vir­gi­nia Woolf e l’eco­no­mi­sta John May­nard Key­nes – ma sen­za le lo­ro in­fe­del­tà e tradimenti.

«HO VIAG­GIA­TO MOL­TO E SPES­SO SO­NO STA­TO IN­FLUEN­ZA­TO DA TUT­TO CIÒ CHE HO VI­STO»

Ja­mes Ivo­ry, 90 an­ni il 7 giu­gno, è re­gi­sta (di una tren­ti­na di film), sce­neg­gia­to­re (ot­to vol­te, tra cui Chia­ma­mi col tuo

no­me che gli è val­so un Oscar) e pro­dut­to­re.

QUAT­TRO DE­CEN­NI DI RE­STAU­RI PER UNA VIL­LA GIO­IEL­LO IN STI­LE FE­DE­RA­LI­STA

Una gran­de casa dal­la for­ma ottagonale nel­la val­le dell’hud­son, scel­ta per di­ven­ta­re il rifugio pri­va­to per Ivo­ry e Ismail Mer­chant, suo com­pa­gno di vi­ta e la­vo­ro scom­par­so nel 2005.

La casa non è do­ta­ta di al­cun com­fort par­ti­co­la­re. In com­pen­so, ovun­que si tro­va­no trac­ce dei pe­rio­di sto­ri­ci e del­le cul­tu­re di cui Ivo­ry è ap­pas­sio­na­to; dall’ar­te afri­ca­na ai di­pin­ti in­dia­ni in mi­nia­tu­ra di cui è an­che esper­to.

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