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Style - - Interiors -

EOFFROY VAN HULLE ha scel­to di vi­ve­re nell’an­ti­ca ca­sa di fa­mi­glia a Mal­de­gem, nel­la re­gio­ne di Gand, in Bel­gio. Un tuf­fo nel pas­sa­to del­le Fian­dre orien­ta­li che per­mea non so­lo l’abi­ta­zio­ne dell’in­te­rior de­si­gner, ma an­che tutto il suo la­vo­ro, ca­rat­te­riz­za­to da un’ar­mo­nio­sa vi­ci­nan­za di ele­men­ti d’ar­re­do e og­get­ti an­che dia­me­tral­men­te di­ver­si. «Ri­cor­do che fin da bam­bi­no ave­vo una for­te fa­sci­na­zio­ne per gli in­ter­ni. Ho sem­pre sa­pu­to che que­sta in­cli­na­zio­ne mi avreb­be ac­com­pa­gna­to per tut­ta la vi­ta» rac­con­ta Van Hulle, che pro­vie­ne da una fa­mi­glia di eba­ni­sti che si oc­cu­pa del­la la­vo­ra­zio­ne ar­ti­sti­ca del le­gno da sei ge­ne­ra­zio­ni. La tra­di­zio­ne del me­stie­re, il ri­spet­to per i ma­te­ria­li e le an­ti­che tec­ni­che ar­ti­gia­na­li so­no sta­te tra­man­da­te di pa­dre in fi­glio, in una sto­ria di pas­sio­ne e de­di­zio­ne. È il pro­get­ti­sta fiam­min­go stes­so a evi­den­zia­re l’im­por­tan­za del­la di­scen­den­za nel­la for­ma­zio­ne del suo sti­le at­tua­le. «Mio non­no ave­va un ne­go­zio nel qua­le all’epo­ca, ol­tre al­la ven­di­ta, si oc­cu­pa­va an­che del­la pro­du­zio­ne dei mo­bi­li. L’in­te­res­se per i de­co­ri e le la­vo­ra­zio­ni ar­ti­sti­che è nel mio dna. L’ar­re­da­men­to per me non è so­lo un hob­by, è la mia vi­ta».

Nel­la sua ca­sa, Geof­froy Van Hulle ha sa­pu­to espri­me­re al me­glio la sua abi­li­tà: ogni stan­za è com­po­sta da og­get­ti di co­lo­ri, for­me e ma­te­ria­li più di­spa­ra­ti. Il ve­ro fil rou­ge è pro­prio l’eclet­ti­smo, ma, no­no­stan­te la gran­de va­rie­tà di ele­men­ti pre­sen­ti, i sin­go­li pez­zi rie­sco­no a con­trad­di­stin­guer­si e, con­tem­po­ra­nea­men­te, a dia­lo­ga­re tra lo­ro in to­ta­le ar­mo­nia, at­tra­ver­so un rap­por­to di scam­bio re­ci­pro­co. Il crea­ti­vo bel­ga ama la con­ta­mi­na­zio­ne dei ma­te­ria­li, de­gli sti­li e del­le di­ver­se cor­ren­ti ar­ti­sti­che, e non man­ca di evi­den­zia­re co­me gli in­ter­ni deb­ba­no sa­per par-

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