Vanity Fair (Italy)

Dove restano solo i pesci

Il Premio Campiello MARCO BALZANO torna con la storia di un intero paese cancellato dal fascismo

- di ANTONELLA LATTANZI

Andare avanti è l’unica direzione concessa». Siamo in Alto Adige, e sono gli anni del fascismo. Il borgo di Curon è minacciato da tutti i fronti: l’ombra della guerra, il regime che gli vieta la lingua madre – il tedesco – e lo Stato, che vuol costruire una diga che sprofonder­à il paese sott’acqua. Trina vive in un maso con Pa’ e Ma’, e si strugge: insegna di nascosto il tedesco ai bambini del posto, e combatte per rimanere a Curon e continuare a vivere come se non le avessero tolto tutti i sogni. Ma «andare avanti è l’unica direzione concessa», le dice Ma’. E Trina ci prova. Anche quando si sposa e il fascismo le porta via la sua più cara amica. Anche quando deve affrontare la scomparsa di sua figlia, fuggita in Germania con certi parenti. Anche quando l’unico figlio rimastole parte per la guerra al fianco di Hitler. Trina ci prova, sempre, a resistere. In Resto qui (Einaudi, pagg. 180, € 18), suo quarto romanzo, Marco Balzano – vincitore del Premio Campiello 2015 – racconta la storia di una guerra infinita. Quella di un paese per conservare la propria lingua e il proprio posto nel mondo, quella di una donna, a cui è stata strappata la figlia, per imparare a vivere senza di lei. «Specie dopo la vittoria al Campiello», dice Balzano (a destra), che ha 39 anni ed è originario di Milano, «sentivo di volermi mettere alla prova. Cambiare riferiment­o rimanendo me stesso come scrittore, mantenendo cioè la mia cifra stilistica e proseguend­o con temi, per così dire, civili. Incrociare la Storia con le storie». La storia di Resto qui è stato un colpo di fulmine, eppure, dice «io ai colpi di fulmine non credo in generale, non solo per le storie». Oltre la vicenda, reale, del paese sommerso, l’ha affascinat­o l’idea di far parlare una donna e di «impersonar­e la sua voce e la sua intimità». Poiché è Trina che racconta, di un paese e un’identità che si sgretolano, della disperazio­ne della guerra, di una Resistenza tutta particolar­e consumata nel buio, nella povertà, nel freddo, nella fame. Del coraggio che ci vuole per non soccombere sotto il peso dell’assenza di una persona cara. «Parlare a un’assenza», dice lo scrittore, «è come cercare di far parlare il silenzio, e mi pare un obiettivo con cui prima o poi chiunque scriva debba misurarsi». Quando racconta, infatti, Trina lo fa proprio alla figlia perduta e mai dimenticat­a. Perché, anche quando la guerra e poi la diga le tolgono tutto, non smette di credere nelle parole. Per lei «sono un’arma di difesa: le usa fino alla fine, anche quando capisce che non la salveranno». Romanzo tra Storia e invenzione, Resto qui ha in sé alcune sensazioni che riportano a film come Una giornata particolar­e di Scola o Roma città aperta di Rossellini. Riesce, cioè, a riportarci a un tempo non così lontano e che, in quest’epoca di rigurgiti d’odio e razzismo, è fin troppo vicino. I romanzi servono anche a raccontarc­i chi siamo, a ricordarci chi eravamo, a rivelare piccole storie di umanità sofferente, grande speranza, sfacciato coraggio. «Non so trovare nulla che dimostri più chiarament­e la violenza della Storia», dice Balzano a proposito di Curon, cancellato per sempre da interessi che nulla hanno a che fare con la lealtà e la dignità delle persone che lo abitano. «Andare avanti è l’unica direzione concessa. Altrimenti Dio ci avrebbe messo gli occhi di lato. Come i pesci».

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