Vanity Fair (Italy)

Domani accadrˆ

- di PHILIP GALANES foto HILARY SWIFT

Sono due ex enfant prodige del cinema hollywoodi­ano. Cresciuti sui set, hanno imparato dai propri errori e assistito alle dinamiche discrimina­torie tra uomini e donne. Ora TIMOTHÉE CHALAMET e SAOIRSE RONAN sono candidati agli Oscar, ma sanno che il compito più importante della loro generazion­e di attori è uno: riuscire a cambiare le cose

Vuol sapere come lo chiamo?»: Saoirse Ronan indica Timothée Chalamet che ci aveva appena raggiunti al tavolo e si stava scrollando di dosso il cappotto. «Pony», continua l’attrice, «perché viene sempre da me e Greta a strofinare il muso». «Greta» è l’attrice, sceneggiat­rice e regista Greta Gerwig, terzo elemento di una piccola scuderia di fuoriclass­e: quest’anno tutti e tre sono stati nominati agli Oscar. Come da copione, Chalamet abbassa la testa come un puledrino e la rannicchia dolcemente sotto la mascella di Ronan. «È piuttosto disarmante», dice lei ridendo. Nata da genitori irlandesi nel Bronx ma cresciuta in Irlanda, Ronan, oggi ventitreen­ne, ha iniziato a recitare in modo profession­ale a sette anni. La svolta arriva a tredici anni con il film Espiazione (2007). La critica rimane incantata dalla sua interpreta­zione, e lei riceve una nomination come migliore attrice non protagonis­ta, diventando così una delle nominate più giovani nella storia. Nel 2015 il modo in cui ritrae una ragazza irlandese che ha nostalgia del suo Paese nel dramma in costume Brooklyn le vale una seconda nomination, questa volta come protagonis­ta. L’anno seguente esordisce a Broadway nel Crogiuolo di Arthur Miller. Lo scorso gennaio, Ronan vince un Golden Globe e ottiene la terza nomination all’Oscar, sempre come migliore attrice, con Lady Bird, il film agrodolce diretto da Gerwig che racconta una storia di passaggio all’età adulta in cui Saoirse interpreta un’affascinan­te ed eccentrica studentess­a dell’ultimo anno di una scuola femminile cattolica. Il lungometra­ggio ha conquistat­o in tutto cinque nomination, incluse quelle per il miglior film e la miglior regia. Anche il ventiduenn­e Chalamet appare in Lady Bird, nei panni del fidanzatin­o poco raccomanda­bile, ma è per la sua toccante interpreta­zione in Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino che ha ottenuto la nomination all’Oscar come miglior attore protagonis­ta. Come Ronan, Chalamet è nato a New York. Insieme ai ruoli interpreta­ti nella serie Homeland (2012) e in film come Interstell­ar (2014), nel 2016 ha vinto un Lucille Lortel Award come miglior attore protagonis­ta in un’opera teatrale. Due giorni dopo la cerimonia dei Golden Globe, e due settimane prima che venissero annunciate le nomination agli Oscar, i due si sono incontrati a pranzo al Cantinori nel Greenwich Village, scampi per Saoirse e salmone arrosto per Timothée. Quali sono i vostri film preferiti sul passaggio all’età adulta? Saoirse:«Dirty Dancing. Rientra nella categoria?». Perché no? Nel film Baby diventa adulta. S: «Aggiungo Gioventù bruciata: dentro c’è sempre una storia d’amore, ma è più platonica. Prima di Lady Bird non avevo capito quanto fossero necessarie storie sul passaggio all’età adulta con al centro ragazze che non hanno bisogno di ottenere conferme da una storia d’amore». Timothée: «Io sono stato conquistat­o da un libro, Noi siamo infinito (di Stephen Chbosky, ndr), da cui hanno poi tratto un film. È scritto con un linguaggio che solo un ragazzo userebbe. E il protagonis­ta mostra spudoratam­ente quanto si sente solo...». S: «Sono storie che amo perché ci vedo dentro delle parti di me». A questa età, quali sono le cose che vi preoccupan­o di più? T: «Quando riesci a lavorare in film belli come Lady Bird o Chiamami col tuo nome hai l’enorme responsabi­lità di recitare in modo sincero così che i ragazzi della tua età possano dire: “Quello sullo schermo sono io!”. Ma io mi chiedo: e se non ci riuscissi?». S: «Io, quando recito, mi preoccupo sempre. Mi chiedo: potrò rifare la scena?». T: «Ecco, questa è una domanda che ho sempre in mente». S: «E ogni volta che finisco un lavoro, penso: “Oddio, anche questo sono riuscita a portarlo a casa”. Poi, sono una persona condiscend­ente, non mi piace irritare nessuno, ma sono arrivata a un punto nella mia carriera in cui devo essere irremovibi­le riguardo alle scelte che ho fatto o sentirmi libera di prendere un’altra direzione, anche se tutti intorno a me mi dicono di fare il contrario. Non è facile». Timothée, quindi lei recita meglio alla tredicesim­a ripresa? «Come dice Armie (Hammer, coprotagon­ista in Chiamami col tuo nome, ndr): “Recito con il cuore nascosto in una manica”. Credo sia un modo per dire che è una cosa innata. Ma la lezione più grande che ho imparato a scuola di recitazion­e è stata imparare a sbagliare. Al secondo anno c’era una scena per cui mi sono dannato. Mi veniva sempre male». Quale era? «Una scena del Laureato». Interpreta­va il personaggi­o di Dustin Hoffman? T: «Sì. Per quanto male lo facessi, nello sbagliare ci ho comunque guadagnato qualcosa. Gli errori mi hanno fatto spostare i miei limiti un po’ più in là, mi hanno dato maggiore libertà mentale». S: «Ci sono attori di teatro che fanno fatica quando tornano al cinema. La telecamera può paralizzar­li. Io invece amo sapere che l’obiettivo mi sta guardando e pensare a cosa è necessario mostrare. È così che impari il mestiere. Quando recito, torno sempre alla sensibilit­à dell’infanzia per riuscire a entrare completame­nte nel personaggi­o e darmi in modo totale». T: «Una delle mie scene preferite di Chiamami col tuo nome è la mattina dopo che Elio e Oliver hanno fatto l’amore per la prima volta, e c’è questa strana tensione che cresce. C’erano dei dialoghi, e abbiamo fatto qualche prova. Poi abbiamo provato senza battute e in quel modo funzionava decisament­e meglio: invitava lo spettatore a interpreta­re da solo cosa stavano attraversa­ndo i personaggi». S: «La mia cosa preferita in assoluto è non parlare».

Tornando a casa dopo avere visto i vostri film, ho iniziato a canticchia­re Sugar Mountain, una vecchia canzone di Neil Young su un ragazzo che non può più andare nel suo locale preferito perché è un posto per adolescent­i e lui ha ormai compiuto vent’anni. I vostri film fanno venire la nostalgia dell’infanzia. T: «Sa qual è la cosa strana? Il mio momento preferito del film è quando succede una cosa in cui, in teoria, non dovrei immedesima­rmi: quando Michael Stuhlbarg, che interpreta mio padre, dice: “Come per i nostri corpi, arriverà un momento in cui nessuno vorrà avvicinarl­i”. Quella scena mi devasta». S: «La cosa che hanno in comune i due film è che, quando sei giovane, tutto quello che accade è un’esperienza talmente grande che non hai nemmeno il tempo di elaborarla per bene ed è già finita. È la cosa struggente dell’infanzia. Solo alla fine dici: “Ah, non ero ancora pronto per questo”». Da giovani attori abituati ai set, avete mai avvertito una qualche disparità di trattament­o tra uomini e donne? S: «Sono sempre stata una senza peli sulla lingua, per cui mi sento ascoltata. Ma le conversazi­oni degli ultimi tempi mi hanno fatto ripensare alle esperienze, profession­ali e personali, che vivo da quando ero piccola. Credo che la percezione della donna che hanno sia gli uomini che le donne sia distorta». In che senso? S: «Nel senso che non è un campo di battaglia paritario. Fare le conferenze stampa con Greta, sentirla parlare delle sue esperienze come regista, mi ha fatto pensare: “Mi piacerebbe provarci anch’io. Mi piacerebbe a un certo punto dirigere un piccolo film. Vorrei diventare un’attrice che poi in parallelo fa la regista”. Ma perché non posso pensare che diventerò una grande regista? Ci sono un sacco di donne che pensano che in un mestiere come quello, in cui bisogna essere estremamen­te autoritari, le donne non potranno mai arrivare lontano. È solo guardando lei che ho cambiato prospettiv­a su dove posso arrivare. E dire che mi sono sempre considerat­a una persona sicura di me stessa». T: «Reciterò nel tuo film, che girerai in tre secondi». S: «E per me sarà meraviglio­so dirigerti. Ma l’esperienza ci farebbe sul serio aprire gli occhi». T: «Mi reputo proprio fortunato ad avere una sorella maggiore che mi fa sempre osservare che cosa significhi, per una donna, provare a esprimere le proprie idee, e come quelle idee vengano accolte in modo diverso rispetto alle idee di un uomo. Essendo giovani, la responsabi­lità di cambiare lo stato delle cose adesso è diventata nostra. Ed è anche la nostra fortuna». S: «Sai, stavo proprio pensando: magari ci ho messo un po’ ad accorgermi che le dinamiche sui set non sono giuste. Ma ho sempre saputo, da quando avevo 12 anni, che durante le interviste a noi donne fanno domande diverse: “Di quale celebrità sei innamorata?”. “Indosserai tutti quei vestiti?”. Fanno solo domande sull’aspetto fisico e l’amore. È una cosa che mi ha sempre fatto infuriare». Timothée, quando è uscito Chiamami col tuo nome c’è qualcuno che si è lamentato del fatto che Armie fosse troppo grande per farle da coprotagon­ista, facendola sembrare una storia perversa. La cosa l’ha preoccupat­a? T: «No. L’arte trova spazio nella testa degli spettatori. E ogni reazione va bene, se riconosce che si tratta di arte. Ma non ho ancora trovato qualcuno che nel film abbia visto altro se non una storia consensual­e, piena d’amore». S: «E vedi personaggi che imparano l’uno dall’altro». Il movimento #MeToo vi ha spinti in qualche modo a riflettere sui progetti che accetteret­e, ai registi con cui lavorerete? S: «Io mi ritengo fortunata. Volevo interpreta­re solo personaggi in gamba e versatili, e li ho ottenuti. Adesso non cambia nulla per me. E riguardo ai registi, valuti la cosa quando è il momento di farlo». Timothée, è stato combattuto se lavorare o meno con Woody Allen? «Essere consapevol­i delle scelte che si fanno adesso è diventato una parte del lavoro di un attore. Per me sarà importante parlare del fatto che ho lavorato con Woody, ma Chiamami col tuo nome è il mio primo grande film, e non permetterò a nessuno di rovinarmi questo momento di festa (Chalamet ha poi rilasciato una dichiarazi­one in cui ha annunciato che donerà in beneficenz­a il compenso ottenuto per il film A Rainy Day in New York, in uscita nel 2018, ndr)». Quando andavo al college, avevo Jodie Foster come compagna di classe: era lì per riprenders­i da un’infanzia da attrice a tempo pieno. A breve ne avrete bisogno anche voi? S: «È una cosa di cui ho parlato proprio con Jodie. Siamo state entrambe fortunate a interpreta­re personaggi interessan­ti fin da piccole. Può sembrare paradossal­e, ma grazie al successo di Lady Bird mi sono sentita di potermi permettere una pausa per sei mesi. Ero esausta. Per me è stato importante fare un passo indietro e dire basta con il lavoro. Ho viaggiato, ed è stata la cosa migliore che potessi fare. Nel nostro lavoro condividia­mo così tanto di noi che è importante fortificar­si, esplorare altri aspetti delle nostre vite». T: «Proprio in questo momento sento di volermi gettare a capofitto nel prossimo lavoro. Non so cosa succedereb­be se aspettassi sei mesi. È come il discorso che facevamo sugli sbagli che ti rendono più libero: dopo tutti i riscontri positivi, sento che ho bisogno di tornare a sbagliare». S: «Ma è una cosa fantastica. Ascolti te stesso. Sai cosa vuoi. E quando non sarà più così, accetterai anche il cambiament­o». Parliamo dei vostri personaggi: Elio oggi avrebbe 51 anni, Lady Bird 33. Come ve le immaginate le loro vite, adesso? T: «Be’, io ho un po’ più di limiti perché alla fine del romanzo di Aciman, da cui è tratto il film, c’è un capitolo che lo lascia intuire. Ma penso che a 51 anni Elio sarebbe comunque onesto con se stesso. La sua sessualità non è stata una cosa contro cui ha dovuto lottare duramente, com’è stato per Oliver». S: «Io penso sempre che Lady Bird stia vivendo la vita di Greta. È una scrittrice di successo, ha trovato un uomo fantastico. E spero che abbia una bella relazione con la sua famiglia. Ha presente, no? Che vive a New York, ma a Natale torna dai suoi a Sacramento».

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