CON­SO­LA­RE È IM­POS­SI­BI­LE

Vanity Fair (Italy) - - Next - di DA­RIA BI­GNAR­DI

La per­di­ta di un fi­glio o di una fi­glia è co­me se fer­mas­se il tem­po: si apre una vo­ra­gi­ne che in­ghiot­te il pas­sa­to e an­che il fu­tu­ro. La mor­te, che si por­ta via il fi­glio pic­co­lo o gio­va­ne, è uno schiaf­fo al­le pro­mes­se, ai do­ni e sa­cri­fi­ci d’amo­re gio­io­sa­men­te con­se­gna­ti al­la vi­ta che ab­bia­mo fat­to na­sce­re». Lo ha det­to tem­po fa Pa­pa Fran­ce­sco ma lo pen­sia­mo tut­ti. An­zi non ci pen­sia­mo per­ché la per­di­ta di un fi­glio è una del­le pau­re che più al­lon­ta­nia­mo, è la di­sgra­zia del­le di­sgra­zie, la più gran­de del­le sof­fe­ren­ze. In quel­la vo­ra­gi­ne po­co do­po Ca­po­dan­no è ca­du­to Fran­ce­sco Com­pa­gnuc­ci, ro­ma­no, che ave­va por­ta­to sua fi­glia Ca­mil­la di 9 an­ni a scia­re in Val di Su­sa con dei com­pa­gni di scuo­la. La mo­glie se­pa­ra­ta, ana­to­mo­pa­to­lo­ga, era a Ro­ma per i tur­ni dell’ospe­da­le. Un pa­dre, una fi­glia. Una bella gior­na­ta di so­le. La bam­bi­na ha il ca­sco, l’at­trez­za­tu­ra giu­sta, scia ab­ba­stan­za be­ne. È tut­to sot­to con­trol­lo. Ma la vi­ta non è mai sot­to con­trol­lo. Un pa­dre e una fi­glia in va­can­za con gli ami­ci sul­la ne­ve, al so­le. Men­tre Ca­mil­la scen­de cin­que me­tri da­van­ti al pa­dre su una pi­sta nean­che trop­po dif­fi­ci­le sci­vo­la e fi­ni­sce fuo­ri pi­sta. Ca­de per cin­quan­ta me­tri e va a sbat­te­re con­tro una pa­re­te fran­gi­ven­to, di quel­le che ser­vo­no a non far vo­la­re via la ne­ve. La pa­re­te è di le­gno, sen­za im­bot­ti­tu­re. Un uo­mo di trent’an­ni ci era mor­to un an­no fa e i re­spon­sa­bi­li era­no sta­ti in­da­ga­ti. È suc­ces­so di nuo­vo. Quel­lo di Ca­mil­la è un in­ci­den­te che for­se ha dei re­spon­sa­bi­li. Ma per i suoi ge­ni­to­ri che con­so­la­zio­ne è? La lo­ro è una di­sgra­zia di quel­le che spac­ca­no la vi­ta in due. No­no­stan­te il pa­dre ab­bia chia­ma­to su­bi­to il 118 e si sia fat­to gui­da­re nel ten­ta­ti­vo di ria­ni­ma­zio­ne la bam­bi­na è mor­ta e ora lui si dà ogni col­pa, di­spe­ra­to. Di­ce: «Era sot­to la mia re­spon­sa­bi­li­tà». Ave­va ri­tar­da­to la va­can­za per un’in­fluen­za ma al­la fi­ne era par­ti­to. E non se lo per­do­na. Il sen­so di col­pa è la fa­se più stra­zian­te e do­lo­ro­sa del lut­to. Non so­lo quel­la per­so­na – una par­te di te – ti man­ca da im­paz­zi­re e non puoi nem­me­no im­ma­gi­na­re di non ri­ve­der­la più, ma pen­si di aver­la per­sa per col­pa tua. C’è da im­paz­zi­re. Fran­ce­sco Com­pa­gnuc­ci ha gri­da­to co­sì for­te che l’in­fer­mie­re del 118 che gli ha da­to le istru­zio­ni per la ria­ni­ma­zio­ne ha scrit­to una let­te­ra pub­bli­ca cer­can­do di con­so­lar­lo, di­cen­do­gli che si è com­por­ta­to da eroe. Ma il do­lo­re non si può con­so­la­re: ha so­lo bi­so­gno di tan­tis­si­mo tem­po. Non scom­pa­re mai, ma col pas­sa­re del tem­po di­ven­ta più sop­por­ta­bi­le. Quel­lo per la mor­te di un fi­glio pic­co­lo – un bam­bi­no af­fi­da­to a te – de­ve es­se­re il peg­gio­re dei do­lo­ri. For­se si può tra­sfor­ma­re in un per­cor­so di so­li­da­rie­tà, for­se chi ha fe­de può tro­var­gli un sen­so. Ne La stan­za del fi­glio di Nan­ni Mo­ret­ti nem­me­no lo psi­ca­na­li­sta, pa­dre dell’ado­le­scen­te che muo­re in un’im­mer­sio­ne per­ché il pa­dre ha cam­bia­to pro­gram­ma a cau­sa di un pa­zien­te, ha gli stru­men­ti per ge­sti­re quel che gli ac­ca­de. Nes­su­no li ha. E se qui ne scri­via­mo è so­lo per con­di­vi­de­re con i let­to­ri una paura, una pe­na, una de­so­la­zio­ne. Non per con­so­la­re, che è im­pos­si­bi­le.

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