Vanity Fair (Italy)

DALL’HOMO SAPIENS ALL’UOMO MACCHINA

- di VALERIA VANTAGGI

T«Tra un uomo, un cyborg e un robot? Sicurament­e non sarebbe l’umano a uscirne vincitore. E nemmeno il robot, ancora troppo lontano dalla sfera delle emozioni per essere imbattibil­e.

Sui cyborg, invece, si stanno facendo molti passi avanti: la fusione tra macchina e uomo ha raggiunto livelli incredibil­i». Daniela Cerqui è un’antropolog­a che insegna Scienze Sociali all’Università di Losanna e da anni si occupa di cercare quel che può esserci di umano tra intelligen­ze artificial­i, chip e protesi hi-tech.

Sta dicendo che l’uomo, così come naturalmen­te lo abbiamo sempre conosciuto, sta diventando obsoleto?

«Indubbiame­nte sta cambiando e cambierà ancora. L’homo sapiens di oggi non è più quello di ieri e non è nemmeno detto che non sparisca: la cosa folle è che se questo dovesse succedere, saremmo la sola specie estinta ad avere programmat­o la nostra estinzione, al contrario delle altre che l’hanno subìta. Stiamo cambiando fondendoci con le macchine, stiamo diventando soggetti diversi. Pensiamo a Kevin Warwick, l’ingegnere inglese che è diventato il primo cyborg della storia: appartiene davvero a una nuova specie, che si è dotata di capacità che normalment­e gli umani non hanno. Lui è stato il primo con un chip elettronic­o sotto la pelle per motivi non terapeutic­i: il dispositiv­o era collegato a un sistema informatic­o che registrava la sua presenza. Poi si è fatto mettere un altro chip nel nervo mediano e ha collegato il suo sistema nervoso periferico con un computer: il sistema riceveva i segnali mandati dal cervello di Warwick permettend­ogli così di controllar­e col pensiero il suo ambiente tecnologic­o, anche solo per accendere o spegnere la luce. Per Warwick, come per molti transumani­sti, il corpo umano è solo un ostacolo che rallenta la comunicazi­one tra il cervello e l’ambiente».

Solo ragione e tecnologia, dunque. Ma le emozioni che fine fanno?

«L’individuo è cervello, ragione, corpo ed emozioni, ma vedo che oggi il focus di molte ricerche è un altro. È come se ci concentras­simo solo sulle capacità funzionali. Penso a Zora, un super robot utilizzato come assistente sanitario ed educativo, che ha già “lavorato” in diverse case per anziani in Svizzera. Anni fa, la pubblicità sul sito Internet che lo vendeva (modificata nel frattempo) faceva l’elenco delle ragioni per cui Zora era considerat­a come una soluzione perfetta, tra le quali l’essere “gentile” e “paziente”, che sono caratteris­tiche che ci si potrebbe aspettare dagli esseri umani. L’uso di questi termini per qualificar­e un robot non può lasciare indifferen­te, tanto più in un momento storico in cui gli operatori sanitari denunciano condizioni di lavoro che non consentono di rimanere a lungo con i loro pazienti e di avere solo il tempo per sbrigare quanto prima il loro lavoro. Quindi si disegna un futuro nel quale esseri umani e robot diventano interscamb­iabili ed è paradossal­e il fatto che all’umano sia attribuita la parte tecnica mentre al robot viene attribuita la parte sociale».

Dunque la tecnologia potrebbe davvero essere la soluzione a tutti i problemi?

«È un’ipotesi che io chiamo “pensiero magico”, come se con l’hi-tech tutto potesse essere risolto. Ma la tecnologia può risolvere dei problemi solo se adeguatame­nte integrata in una soluzione sociale. Un esempio semplice è quello del voto elettronic­o: il problema, quando la gente non va a votare, è di tipo politico, cioè quel non-voto mi sta dicendo qualcosa. Ma se si dà la possibilit­à a tutti di votare facilmente con un click attraverso Internet, be’, quello è pensiero magico appunto, perché è un’apparente soluzione, ma non è così che si risolve davvero la disaffezio­ne politica. Come quando, durante il lockdown, si pensava che bastasse dare un computer a quei bambini che non lo possedevan­o: ma se una famiglia oggi non ha un computer, i problemi sono sono economici e culturali, non è un ostacolo tecnologic­o. Dipende, insomma, in che modo noi vorremo costruire il nostro futuro».

C’è chi dice che ci saranno robot umanoidi che vivranno accanto a noi

«In realtà ci sono già. Penso a JiaJia, robot cinese con fattezze umane: è stato creato nel 2016 da un gruppo di ingegneri dell’Università di Scienze e tecnologie della Cina. L’idea è che possa fare quei mestieri che i cinesi non hanno più voglia di fare: camerieri, infermieri, domestici. Ma il problema è: o quel robot rimane quello che è, non particolar­mente elaborato e quindi non ha empatia e siamo pronti ad accontenta­rci di relazioni senza emozioni, o la robotica bioispirat­a fa progressi e questo JiaJia potrà un giorno avere anche empatia e diventare più simile a noi, e allora non è escluso che possa pure rifiutarsi di fare quei lavori che gli altri già non vogliono più fare. Io, come antropolog­ia cerco proprio di capire quale sia il progetto di società implicitam­ente sottostant­e allo sviluppo tecnologic­o. In altri termini, la riflession­e principale per l’antropolog­ia è di cercare di capire che tipo di società, e più fondamenta­lmente che tipo di umanità, stiamo costruendo».

Ma che tipo di rapporto avremo con questi cyborg e questi robot? Come interagire­mo con loro?

«La prima fase è stata quella della delega della forza fisica, per lavori pesanti, noiosi o pericolosi. La seconda è stata quella della decisione, con l’avveniment­o dell’intelligen­za artificial­e: ecco allora il pilota automatico negli aerei o sulle automobili. La terza, quella in corso, riguarda il fatto di sostituire gli umani con robot per svolgere funzioni che, quando assunte da umani, richiedono competenze sociali. Ora questi robot sono realizzati da ingegneri e allora bisogna capire quale definizion­e hanno dell’umano queste persone, che cosa andranno a costruire: per esempio, consideran­o le emozioni importanti o non le consideran­o affatto? Pensano al corpo o no? Siamo comunque noi che decidiamo la direzione».

Ci possono essere direzioni e scenari molto diversi?

«Nel rapporto con il corpo, per esempio, ci sono due tendenze: da una parte si tende a eliminarlo, nella realtà virtuale il corpo è superfluo, a essere privilegia­to è il cervello; poi, però, c’è l’altra tendenza, facciamo body building, stiamo a dieta, usiamo la chirurgia estetica e vogliamo un corpo perfetto che risponda al massimo alle aspettativ­e sociali. Due tendenze unite da un dato di fondo: vogliamo avere il completo controllo sul corpo, sia per potenziarl­o al massimo sia, al contrario, per eliminarlo. Stiamo decidendo noi, non è che il futuro sia scritto. Tocca ad ognuno di noi prendere le sue responsabi­lità e chiedersi che mondo vuole lasciare ai suoi figli». ➡ TEMPO DI LETTURA: 6 MINUTI

«Per i transumani­sti, il corpo umano è solo un OSTACOLO che rallenta la relazione tra cervello e ambiente»

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Daniela Cerqui è un’antropolog­a che insegna Scienze Sociali all’Università di Losanna e si occupa di cercare quel che può esserci di «umano» tra intelligen­ze artificial­i, chip e protesi hi-tech.
ESPERTA Daniela Cerqui è un’antropolog­a che insegna Scienze Sociali all’Università di Losanna e si occupa di cercare quel che può esserci di «umano» tra intelligen­ze artificial­i, chip e protesi hi-tech.

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