Vanity Fair (Italy)

PROGRESS MIRO IN

Non vuole essere un uomo, Miro, ma nel corpo femminile si sente morire. Non ama le definizion­i, ma se deve darne una è quella di PERSONA NON BINARIA. Da due anni sta plasmando la sua identità con pazienza e coraggio. E sta imparando a conoscersi

- di FEDERICO ROCCA foto PASQUALE PINO

Avrebbe potuto essere Miró da subito e – chissà – forse sarebbe stato tutto un po’ più facile: «La mia mamma, che allora era una bella pazza anche lei, quando sono nato aveva pensato di chiamarmi come il pittore. Poi, ha cambiato idea». Un nome, sfrondato dell’accento, del quale si riappropri­erà dopo un po’ di anni e di vita, proprio come della sua identità, che sta oggi riplasmand­o con pazienza ed entusiasmo. E coraggio.

Di sé parla al maschile, ma se ci incrociass­imo per strada – lo ammetto – non avrei dubbi nel rivolgermi a lui al femminile; e difatti nel corso dell’intervista mi sbaglierò spesso e mi scuserò altrettant­o. Ben vengano i dubbi, quindi. Miro è una bella persona di 32 anni, con la consapevol­ezza di dimostrarn­e un pugno di meno. Capelli biondi, anzi tinti di biondo. Occhi come calamite, incornicia­ti dalle sopraccigl­ia selvagge e nere. Il suo modo di parlare è fluido e ammaliante come una musica, che il lieve accento romano rende solo un po’ più swingata. Fa il performer, un po’ per il teatro, un po’ per la moda. Il 16 maggio volerà in Belgio, con la compagna Giulia, per sottoporsi a un intervento di rimozione del seno e delle ghiandole mammarie, e avvicinars­i così a quell’idea di sé che sta

imparando a conoscere. Miro non si sente né uomo né donna.

Se proprio una definizion­e deve darla, allora sceglie quella di persona non binaria.

Come si chiamava prima di essere Miro?

«Il that name non si dice mai».

Da quando è Miro?

«Ufficialme­nte dal 28 febbraio 2020, due anni che sembrano dieci. Ho fatto coming out a una cena, prima del lockdown. Agli amici ho confessato: so che è difficile, ma vorrei che da oggi – se ce la fate – mi chiamaste Miro».

Il nome è stato solo la punta dell’iceberg.

«Serviva un punto di partenza. Ero imbarazzat­o, ma anche confuso. Non capivo bene cosa fossi, provavo a informarmi come lei, su internet (ho stampato ed evidenziat­o pagine di ricerche sul tema labirintic­o delle identità non binarie e le tengo, rassicuran­ti, accanto a me, ndr), per capire chi fossi davvero.

Ho passato 4 o 5 anni a fare ricerca, un po’ come si fa a teatro: poi a un certo punto sali sul palco e inizia lo spettacolo.

E non sai nemmeno bene come ci sei arrivato a quella roba lì».

Ha iniziato a scrivere il suo copione che era già adulto.

«Se mi sentissero gli adolescent­i di oggi penserebbe­ro: “Sto vecchio sfigato!”. Lo scarto generazion­ale è incredibil­e, i giovanissi­mi non hanno più paura del giudizio e del non sentirsi integrati».

Perché ci è arrivato – mi permetta – così tardi?

«Non avevo modelli di riferiment­o. La moda, per assurdo, è stata uno spiraglio di felicità per me: all’estero sfilano e lavorano molti trans non binary, che mi hanno fatto scoprire la possibilit­à di autodeterm­inare la propria identità, di percorrere una strada che non ricade nel binarismo della nostra società».

Quale strada?

«Nella nostra vita abbiamo due soli modelli di riferiment­o: maschio e femmina. Il mondo si basa su queste due categorie. Il genere è un costrutto puramente sociale, che non ha niente a che fare con la nostra identità. Pensi a cosa succedereb­be, invece, se avessimo la libertà di lasciare quest* bambin* crescere e scegliere. Se li mettessimo in una stanza bianca con tutti i giochi, e i vestiti, e i nomi del mondo e dicessimo loro: ecco, adesso costruitev­i! Io tutto questo l’ho fatto a 30 anni».

È come se lei vivesse ora la sua adolescenz­a.

«Lo dico sempre: ho 13 anni.

Sto imparando a conoscermi, a guardarmi, a fare l’amore, a capire che cosa davvero mi piace. Ho capito che non mi interessav­a essere un uomo, che non volevo la barba e tutto il resto. Ma ho anche capito che nel modello femminile stavo male, stavo morendo. Il mio corpo non andava bene per me. Andavo in palestra, dimagrivo, cercavo di cancellare le mie forme, i fianchi, il seno...».

Non si sente né uomo né donna, o si sente entrambi?

«Porpora Marcascian­o, ex presidente del Movimento Identità Trans, ha scritto: “Tra gli etero mi sentivo gay, tra i gay mi sentivo trans, tra le persone trans mi sentivo oltre o altro”. Ecco. Mi sento in viaggio. Quello che la società ti dice, invece, è che non puoi essere un tutto, devi scegliere. Perché se non scegli, non può incasellar­ti».

Parla di se stesso al maschile.

«Io vorrei un neutro, un they. In italiano non è possibile, e allora essendo io – pare – molto femminile scelgo le desinenze maschili come rafforzati­vo. Per controbila­nciare».

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Miro, 32 anni. Il 16 maggio, in Belgio, si sottoporrà a un intervento di rimozione del seno e delle ghiandole mammarie. LA MIA STRADA
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