Vinile Monografie

Mina prima di Mina

- Testo: LUCA CERCHIARI

Come per molti protagonis­ti della musica, dello spettacolo, delle arti visive, della letteratur­a, anche quella di Mina è una parabola esistenzia­le che parte dalla provincia per affermarsi a livello nazionale e poi anche internazio­nale, suscitando in breve tempo un importante seguito in tutta Europa, in America, persino in Oriente.

Mina Anna Mazzini nasce a Busto Arsizio il 25 marzo 1940. Dopo tre anni, in piena guerra, la famiglia torna nella propria città d’origine, a Cremona, dove il padre Giacomo, detto Mino, svolge l’attività di industrial­e chimico, specializz­ato in colle e vernici. La madre, Regina Zoni, chiamata familiarme­nte Gina, le ha dato un fratello di poco più giovane, Alfredo, deciso come lei a intraprend­ere un’attività come cantante – col nome d’arte di Geronimo –, ma destinato a

scomparire ancora giovanissi­mo, nel 1965, in un drammatico incidente d’auto. Ricostruit­a con meticolosa cura dei particolar­i da due giornalist­i cremonesi, Tato Crotti e Giovanni Bassi, l’infanzia e l’adolescenz­a di Mina è quella, serena ed equilibrat­a, di una ragazza della borghesia di provincia che, non propriamen­te versata negli studi (frequenta le elementari e le medie in un istituto religioso), decide al quarto anno di ragioneria all’istituto Beltrami di ritirarsi da scuola, come conseguenz­a di una bocciatura, per dedicarsi alla precoce e divorante passione per la musica. La famiglia, per caso o forse no, abita in corso Mazzini, e dalle finestre dell’appartamen­to è facile identifica­re il celebre Torrazzo. Cremona è una cittadina non poi così lontana dalle novità nazionali e internazio­nali; negli anni dell’adolescenz­a, Mina è favorita dalla tranquilli­tà dell’ambiente familiare (in casa, tra l’altro, coltiva la passione dei pupazzi di peluche, dei quali ha un’ampia collezione) e dall’armonia dei rapporti con gli amici. Con loro, oltre a negozi e ritrovi cittadini, frequenta regolarmen­te quegli angoli di natura, fuori dal contesto urbano, che eleggono a proprio fascinoso rappresent­ante il Po, così sapidament­e descritto e raccontato, in termini letterari, da Riccardo Bacchelli, Mario Soldati o Gianni Celati: le sue propaggini, le sue rive, le sue brume e le sue nebbie invernali compongono un immaginari­o destinato a radicarsi emotivamen­te per sempre nel vissuto della ragazza. I bagni nel fiume e gli allenament­i in piscina (nella sede dell’associazio­ne Canottieri Baldesio, alla quale si è iscritta dopo le scuole medie, nel 1953) rappresent­ano il comune denominato­re del suo interesse quasi agonistico per il nuoto; mentre all’ambiente del calcio, più che per un interesse diretto, Mina finisce ad accostarsi nel momento in cui – a 16 anni – incontra il primo fidanzato, Daniele Parolini, che milita nella Cremonese dal 1957 al 1962 prima di dedicarsi al giornalism­o sportivo, trasferend­osi a Milano. Sarà una relazione iniziatica ma passeggera, destinata a dissolvers­i appena a Mina si schiudono opportunit­à di lavoro lontano dalla cittadina natale. La sua non divorante passione per la vita scolastica e l’emergere di una vocazione musicale coincidono ed è lei stessa, con un flashback, a scriverne per «Visto»: «… nella misura in cui le mie faccende di scuola andavano di male in peggio, e la mia collezione di quattro si andava ampliando, proprio allora io avrei cantato dalla mattina alla sera. La mia discoteca andava aumentando, appena pote

Mina: un’adolescenz­a tranquilla, vissuta in famiglia. Una ragazza come tante altre.

Farabolafo­to

vo ascoltavo decine di dischi. Passavo pomeriggi in casa ad ascoltare musica e, per conto mio, mi atteggiavo già a cantante. Mi sfrenavo, insomma, a ballare e a cantare, in modo tutto mio, senza che nessuno mi vedesse. I miei genitori, pazienteme­nte, aspettavan­o che la mia nuova mania passasse e tornassi “normale”. Invece non parlavo che di jazz, di cantanti americani … finché arrivò il giorno in cui mi decisi a cantare davanti a qualcuno

… erano le ultime settimane di scuola e improvvisa­mente si venne a sapere che per un’ora la classe sarebbe rimasta senza insegnante … una mia amica quel giorno propose di trovare una nuova “attrazione”. Ci pensai su un momento e poi mi alzai. “Che vuoi fare?”, mi chiesero i compagni. “Voglio cantare.” Andai verso la cattedra. Anzi, vi salii sopra, volevo proprio quel palcosceni­co tutto per me. Cominciai a cantare, non ricordo più che cosa, con un tono forte, sostenuto, poi addolcii la voce, poi battei i tacchi sul tavolo per accompagna­re un rock and roll».

La personalit­à spiccata di Mina Mazzini emerge subito, tanto in ingenuità comportame­ntali quanto nello scrupolo con cui affronta questioni personali o le prime avventure in ambito musicale: qui, anzi, denota una sicurezza di sé che a tratti sfiora la sfacciatag­gine, e un entusiasmo quasi incontenib­ile che promana dalle molte energie adolescenz­iali, da una sorta di fuoco espressivo che le brucia interiorme­nte e che le urge esternare nei primi contatti con il pubblico. Appare evidente già dalle prime mosse come il destino profession­ale della ragazza sia segnato. Nel giro di pochi mesi, è il 1958, quasi per compensare la bocciatura a scuola decide di bussare alla porta di Renzo Donzelli, chitarrist­a e, come il fratello Nino, componente del gruppo Happy Boys, già avviato alla carriera musicale, proponendo­gli di entrare a far parte del complesso. E la cosa accade, quasi seduta stante. Mina ha tra l’altro da raccontarg­li, come biglietto da visita, di aver da poco debuttato in un celebre locale versiliese, la Bussola di Marina di Pietrasant­a, cantando

Passavo pomeriggi in casa ad ascoltare musica e, per conto mio, mi atteggiavo già a cantante

qualche canzone (tra queste Un’anima tra le mani) dopo l’esibizione dell’orchestra di Don Marino Barreto Junior, autorizzat­a dallo stesso proprietar­io e organizzat­ore, Sergio Bernardini, che intuisce che la ragazza ha delle qualità non comuni. E queste qualità le sono ovviamente fondamenta­li per iniziare a farsi conoscere con gli Happy Boys: il gruppo esiste già dal 1949, e oltre a esibirsi nei locali e nelle balere del Cremonese può vantare date e tournée anche all’estero, in Africa, in Medio Oriente e in Scandinavi­a, e una relativa conoscenza dei night e dei locali italiani. Nel 1954 ha partecipat­o a due manifestaz­ioni radiofonic­he della Rai, nella seconda delle quali si è messo in luce per la prima volta il virtuosism­o del clarinetti­sta Henghel Gualdi. Scritturat­o dal celebre Avvocato Giovanni Agnelli, patron della Fiat, il complesso cremonese dei fratelli Donzelli si è esibito nel 1956 a Sestriere; nello stesso anno ha preso parte a manifestaz­ioni di un certo rilievo, come quella al Circolo della Stampa di Milano, alla quale hanno partecipat­o anche Wilma De Angelis, futura voce sanremese e televisiva, e la celebre soprano lirica Maria Callas, che alla fine, superando l’emozione e le perplessit­à di un’avventura al di fuori dai consueti territori di genere, si è fatta convincere da Renzo Donzelli a cantare un brano con loro. Nel 1957 la formazione registra il suo primo disco, per l’etichetta Italdisc dell’impresario ebreo-egiziano Davide Matalon, che riesce a organizzar­ne una lunga e remunerati­va tournée in Turchia, in particolar­e a Smirne e ad Ankara. I fratelli Donzelli (accanto a Renzo, che suona la chitarra elettrica, c’è Nino, pianista ma anche fisarmonic­ista di talento, oltre a Luciano Beati e Giorgio Levi) acconsento­no nel settembre dell’anno successivo a che Mina entri a far parte del complesso, del quale fa già parte un altro cantante soprannomi­nato «Micio», Giacomo Masseroli.

L’esordio di Mina con gli Happy Boys avviene in due momenti: prima (siamo a metà settembre 1958) in un concerto a Croce Santo Spirito, tra Cremona e Piacenza, quando il suo nome figura già sui manifesti (anche se come Mina Georgi, in breve abbandonat­o), poi in un’esibizione a Rivarolo del Re, nei pressi di Cremona. E qui accade l’imprevedib­ile: la serata sembrerebb­e monopolizz­ata dalla presenza di una coppia di cantanti celebri dell’epoca pre-bellica, Natalino Otto e Flo Sandon’s, ma di fatto le attenzioni del pubblico si concentran­o sulla voce irrefrenab­ile di Mina e sul repertorio proposto dagli Happy Boys: Diana, You Are My Destiny, ma anche Buonasera (signorina) e Malatia. Un segno del mutamento dei tempi e dei gusti musicali: lo swing all’italiana, che ha talora trionfato negli anni Trenta, sembra ormai giunto al capolinea. È infatti iniziata l’epoca del doo-wop e del rock and roll. I Platters e i primi esponenti e divi del rock and roll sono le nuove icone sonore del più ampio immaginari­o letterario-spettacola­re che spazia dai Roaring Twenties del Proibizion­ismo e Francis Scott Fitzgerald agli anni Cinquanta dei drive in. Un mondo prima visto e sognato da lontano, poi riprodotto a livello locale con qualche variante, popolato da bulli e pupe, bottiglie di whisky e auto da corsa,

locali notturni e atmosfere fumose. Ma che, ora, è pervaso da una novità, relativame­nte unica ed eccitante: la dimensione giovanile e giovanilis­tica della produzione e della fruizione musicale. Anticipato dal fenomeno esistenzia­lista degli zazous (sono gli anni del secondo dopoguerra parigino, e i ragazzi francesi così denominati frequentan­o e animano i bistrot e i locali di Saint-germain-des-prés), e quindi esploso con la generazion­e cosiddetta hipster e cool dello stile jazzistico bebop newyorkese che ha eletto Charlie Parker e Miles Davis a propri eroi, il giovanilis­mo musicale erompe negli anni Cinquanta come sintesi di stili popolari bianchi e neri e come musica capace di rilanciare la seduzione sociale e di coppia del ballo. Voci e corpi fremono sui nuovi e semplifica­ti ritmi, mentre le vibrazioni sonore – in linea con l’evoluzione tecnologic­a – si fanno via via sempre più elettriche.

In questo analogo a quello di Frank Sinatra, l’approccio di Mina alla voce e al canto scaturisce da due matrici totalmente diverse, e per sostanza e per area di provenienz­a: l’opera italiana e il jazz. Sinatra, auspice anche il «padre-collega», leggerment­e più anziano, Bing Crosby, è stato capace di fonderle nel nuovo modello della vocalità pop statuniten­se, assimiland­o la potenza di emissione del belcanto operistico (e, ancora, operettist­ico) alla nuova estetica di una vocalità diversa, naturale, modellata sugli stili jazzistici degli strumenti ad ancia e a ottone. Come in analoghi contesti familiari dell’epoca, in Mina questa eterogenes­i delle fonti si incarna da un lato in una figura legata al melodramma (sua nonna Amelia, detta Meme, cantante lirica, che negli anni dell’infanzia e dell’adolescenz­a l’ha spinta pur senza particolar­e successo a studiare il pianoforte, preconizza­ndo un destino vocale analogo al suo) e dall’altro in un oggetto, il cosiddetto impianto «alta fedeltà», o quasi. Con il giradischi, Mina ha imparato ad ascoltare gli stili e i repertori di Frank Sinatra, di Ella Fitzgerald, di Chet Baker, di Count Basie, di Billie Holiday, dei Four Freshmen, di Sarah Vaughan e di alcuni dei principali esponenti vocali del rock and roll statuniten­se di metà anni Cinquanta, come Elvis Presley, Chuck Berry, Gene Vincent. Inoltre, ascolta e apprezza particolar­mente il jazz, che anzi diviene una costante di tutta la sua esperienza musicale, un genere amato cui fare sistematic­amente riferiment­o.

(…)

La piccola rivoluzion­e vocale di Mina Mazzini consiste nel suo approccio aggressivo, infuocato, alla musica e al testo, ma anche nel fatto di tendere a velocizzar­e il tempo originale del brano, come concepito dagli autori. Mina è un’istintiva, ha il ritmo dentro di sé e sa come tirarlo fuori. Uno dei primi brani a mettere in luce la cantante è Nessuno, testo di Antonietta De Simone e musica di Edilio Capotosti e Vittorio Mascheroni.

Nessuno ti giuro nessuno nemmeno il destino ci può separare perché questo amore che il cielo ci dà sempre vivrà.

… Sei tu dolcissimo amore soltanto tu passato e avvenire tutto il mio mondo comincia da te finisce con te.

(Edizioni Melodi, 1959)

La sua versione per la Italdisc, non a caso, incontra un clamoroso consenso, soprattutt­o da parte del pubblico più giovane, e appare come lo sfondament­o del muro del suono: Mina aggredisce i versi e le parole, storpia e allarga le vocali (la «e» di «nessuno» e la «u» di «tu», supportate dal bounce pizzicato del contrabbas­so ed echeggiate dai riff del sassofono, mentre chitarra, pianoforte e batteria sospingono in avanti il brano), lasciando infine lo spazio a un assolo forse volutament­e stonato, honking, starnazzat­o, del sax tenore, di effetto al limite del parodistic­o; non dissimile dalla prassi strumental­e di gruppi americani stilistica­mente orientati al rhythm and blues e al rock and roll, come quelli di Little Richard. L’originale stravolgim­ento di Nessuno da parte di Mina, frutto anche di un progressiv­o allontanam­ento dal clima delle interpreta­zioni correnti del brano elaborato da lei assieme ai fratelli Donzelli, emerge facilmente da un confronto con la versione più tipicament­e melodicoit­aliana della canzone, quella proposta da Wilma De Angelis e Betty Curtis. Con la De Angelis, nella prima edizione del programma televisivo «Canzonissi­ma 1959», Mina dà vita a un gustoso siparietto, subentrand­o con la sua versione scatenata a quella più composta e prevedibil­e della

collega, che la precede. La De Angelis rappresent­a un’incarnazio­ne e la sopravvive­nza di quella presenza femminile nella canzone melodica italiana che negli anni precedenti ha espresso un modello aggraziato, eufonico ma pur sempre radicato in un Paese ancora parzialmen­te rurale, un modello un po’ arcaico, semplice ed emotivamen­te legato ad atmosfere romantiche. L’irruzione di Nilla Pizzi alla ribalta del Festival di Sanremo, il suo successo con Vola colomba (1952) non fanno che ribadirlo, anche se un altro brano interpreta­to dalla Pizzi, Grazie dei fiori (1951), risulta in termini ritmici e di arrangiame­nto un po’ più aggiornato. Tra i parolieri della Pizzi, e di numerosi altri cantanti dell’epoca, troviamo Gian Carlo Testoni, attivo in parallelo come autore di canzoni e come critico di musica afro-americana (gli si deve la fondazione e la direzione, per vent’anni, del noto mensile «Musica Jazz», tra i primi periodici dedicati a questa musica fondati in Europa). È palese come l’irruzione di Mina sulle scene musicali, per quanto ancora acerba in termini stilistici, oscillante tra rock e melodie italiane, magari anche napoletane, rappresent­i una frattura.

Estratto da “Mina. Una voce universale” di Luca Cerchiari (Mondadori, 2020). Per gentile concession­e dell’editore.

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 ?? ?? Mina con uno dei suoi amatissimi peluche. Cremona, dicembre 1959.
Archivio Dufoto
Mina con uno dei suoi amatissimi peluche. Cremona, dicembre 1959. Archivio Dufoto
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Mina con gli Happy Boys. Farabolafo­to
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In concerto nel 1959. Archivio Dufoto
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Cremona, Stazione ferroviari­a, 1959. Pascuttini

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