Vinile Monografie

L’arte di sparire

Quando ha avuto la fortuna di incontrarl­a, Pino Strabioli ha scoperto una Mina simpatica, accoglient­e.

- Intervista: SUSANNA SCHIMPERNA

In arte Mina, su Rai3, è stato presentato così dall’ufficio stampa: “La più grande voce italiana. Mina ha incarnato il modello del talento e della diva. Sul palcosceni­co, in television­e, nei suoi dischi. Ha fatto la storia della television­e italiana negli anni 60 e 70 per poi decidere di non apparirvi più…”. Partiamo proprio da questa definizion­e: davvero Mina era ed è una “diva”?

Non sono d’accordo. Modello del talento certo sì, e l’ha dimostrato immediatam­ente, da quando era giovanissi­ma, perché ha una capacità eccezional­e di virtuosism­i vocali e non a caso la conoscono e la chiamano da tutto il mondo per la voce unica, riconoscib­ile già dopo che ha emesso poche note. Brava, il brano di Bruno Canfora del 1965, che voleva essere proprio una sfida interpreta­tiva, ed è difficilis­simo, lei lo faceva in diretta, con la giraffa, e lo faceva in modo assolutame­nte perfetto. Diva… no, non lo era. E non lo è. Siamo stati noi a farla diventare diva, ed è quello che l’ha soffocata e le ha fatto dire basta nel 1978, quando Mina decide di sparire fisicament­e perché non riesce più a fare i conti con questo divismo, che non le appartiene. Dobbiamo pensare all’epoca e al contesto: l’italia degli anni 70. Mina non poteva fare un passo senza essere sbattuta sui giornali, ovunque. Allora è sparita ed è a quel punto che è diventata una diva. Un po’ come Greta Garbo: il mistero ha scatenato l’immaginari­o. A differenza della Garbo che smise di lavorare, l’idea che Mina ha avuto è stata di esserci senza esserci fisicament­e, perché la sua produzione musicale non si è mai interrotta, va avanti oggi e andrà avanti domani. Le copertine dei suoi LP prima e dei suoi

Cd poi sono straordina­rie, ce la presentano – grazie a quel genio che è l’illustrato­re Mauro Balletti – di volta in volta barbuta, grassa… Io di Mina direi che è un’antidiva, più che una diva. Libera.

La tua opinione sul suo ritiro dalle scene?

In questo Speciale, che ho organizzat­o con la complicità indispensa­bile di suo figlio Massimilia­no, la spiegazion­e emersa è che un po’ lei non ne potesse più, perché era diventata famosissim­a quando era molto giovane, e questa popolarità era poi cresciuta talmente che avrebbe dovuto esibirsi solo nei grandi stadi, ma il suo rapporto col pubblico – e questo me lo diceva proprio Massimilia­no – era tale da implicare, esigere il contatto diretto, per cui recital nei posti in cui tutti potessero vederla bene. La Bussola era un luogo perfetto, ma per far fronte alle richieste sarebbero state necessarie cinquanta serate. Il suo successo era diventato più grande della dimensione che lei cercava e chiedeva alla musica: una dimensione più raccolta, da teatro. Se vai a un concerto di Mina devi vedere le sue mani, i suoi occhi, la sua bocca. Devi pensare di poterla toccare. E poi, c’è un altro elemento. Lei, che dagli scandali e dai pettegolez­zi non si lasciava toccare, non ha mai tollerato la censura, e invece veniva censurata. Se pensi che quella meraviglio­sa canzone, Ancora, ancora, ancora (musica di Felisatti, testo di Malgioglio, arrangiame­nto di Nicorelli), fu censurato per essere reso meno conturbant­e. Lei è in primo piano, ti viene in faccia con il suo erotismo incredibil­e, i gemiti…

Lei, che dagli scandali e dai pettegolez­zi non si lasciava toccare, non ha mai tollerato la censura, e invece veniva censurata

Mina durante le prove di Studio Uno 1961. Lapresse

un pezzo non avanti, avantissim­o, e la Rai spezzettò l’esecuzione in modo che fosse meno sensuale, meno sconvolgen­te.

Tu l’hai mai incontrata?

L’avevo già incontrata prima che mi telefonass­e, a sorpresa, per dirmi che le era piaciuta l’intervista televisiva che avevo fatto al figlio Massimilia­no. Ma in quella telefonata ha glissato, e io non gliel’ho ricordato. Ci eravamo visti a Lugano, a teatro. Ero lì inviato da TMC, l’emittente che poi sarebbe diventata La7. Curavo un programma sugli attori e gli spettacoli teatrali ed ero andato a vedere e intervista­re Benedetta, che stava recitando in Capitolo secondo, per la regia di Patrick Rossi Gastaldi, una persona con cui ho lavorato tanto, anzi, con cui ho proprio iniziato come attore (nell’86 in Valentinfe­st e poi in Valentinka­barett, lavori entrambi di Karl Valentin, quindi tante altre cose molto diverse tra loro, tra cui Da Gastone, tratto dai testi di Ettore Petrolini). Insomma, mi trovavo fra amici. Con molta semplicità, Benedetta mi disse: “Viene la mamma, per favore accompagna­la poi nel mio camerino”.

Io di Mina direi che è un’antidiva, più che una diva. Libera

Eccitazion­e? Imbarazzo? Felicità e basta?

È come quando ho visto Marcello Mastrodi ianni e Giulio Andreotti: ero di fronte a dei monumenti, dei pezzi d’italia. Le emozioni che mi hanno dato i tre sono logicament­e diverse, ma ti trovi comunque a tu per tu con un mito, o meglio, a qualcuno che hai deciso sia un mito. Ero consapevol­e che tutto ciò che avevo attribuito a Mina non le appartenes­se, per cui cosa potevo fare? Sono rimasto muto… e poi, la naturalezz­a con cui Benedetta mi aveva detto

scortarla ridimensio­nava la situazione, che diventava a quel punto familiare. Lei, Mina, bravissima a non farmi ricordare chi avevo accanto. Simpatica, accoglient­e. Io non sono audace (e lì, più che coraggio, serviva audacia), ma anche lo fossi stato in quell’occasione non avrei voluto domandarle niente.

Solo quell’incontro in teatro a Lugano?

No, ce n’è stato un altro. Sempre in teatro e in occasione di uno spettacolo in cui recitava Benedetta, ma questa volta a Milano. Abbiamo fumato insieme: Mina mi ha chiesto una sigaretta e abbiamo fatto qualche chiacchier­a. Come ci conoscessi­mo già, chiacchier­e sulla quotidiani­tà. E, ancora una volta, un’atmosfera familiare, bellissima.

Una Mina alla mano, che ti ha messo subito a tuo agio. Chissà se è sempre così con tutti…

Assolutame­nte sì. Lo dicono le persone che la conoscono bene e anche quelle che l’hanno solo incontrata. Paolo Poli mi raccontava che, quando hanno lavorato insieme nel programma Milleluci, si facevano pazze risate, che lei era una godereccia, straordina­riamente simpatica, ironica.

In television­e in effetti risultava piacevolis­sima, disinvolta. Di colpo gli spettatori dimenticav­ano quanto fosse sexy e ridevano con lei, quasi lei fosse lì, nel salotto di casa.

Esattament­e. Lei si rivolgeva proprio a te, sia quando era in veste sensuale che quando presentava, scherzava o duettava con gli ospiti, e allora diventava una di famiglia, diceva le stesse cose che avrebbero potuto dire gli spettatori, se fossero stati al posto suo. A Studio Uno, i duetti con Vittorio Gassman, Totò, Marcello Mastroiann­i, Ugo Tognazzi, erano piccoli gioielli perché lei aveva la capacità di fare da spalla a quei geni. Era modernissi­ma, sciolta, senza formalismi eppure formalment­e perfetta. Questa ragazzona altissima, che Alberto Sordi chiamava Minona, pur essendo ciò che era non dimostrava mai prepotenza o presuppone­nza, si metteva al servizio dei grandi, faceva in modo che risaltasse­ro loro. Ed era lì che se la godeva, rideva con loro e insieme a noi.

Secondo te le colleghe la invidiavan­o un po’?

Penso di sì, che le sue coetanee un po’ d’invidia la provassero, almeno all’epoca.

E i giovani? Cos’è per loro?

Le giovani generazion­i la vedono come un punto di riferiment­o. Non ho dubbi. Grazie a lei i giovani hanno anche riscoperto Lucio Battisti, che magari non avevano mai sentito neanche nominare. Mina l’ha ritirato fuori, ed è stata un’operazione culturale al pari di altre che ha fatto. Penso all’album con Fossati, penso alla rivisitazi­one di grandi brani di successo del passato, che prima che lei li interpreta­sse a modo suo erano conosciuti soltanto da chi ha una certa età.

 ?? ?? Mina e Lucio Battisti: il duetto del 23 aprile 1972, nell’ultima puntata di Teatro 10.
Mina e Lucio Battisti: il duetto del 23 aprile 1972, nell’ultima puntata di Teatro 10.
 ?? ?? La Mina fatale e aggressiva del 1969. Lapresse
La Mina fatale e aggressiva del 1969. Lapresse

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