Vinile

UNA PARTENZA A RAZZO… MISSILE

In principio era la RAI, con la Fonit Cetra e UFO Robot. In principio erano Luigi Albertelli e Vince Tempera.

- Intervista: Emmanuel Grossi

La storia delle sigle dei cartoni animati giapponesi inizia nel 1978, con UFO Robot. È stato il più importante di tutti, quello che ha dato il via al movimento dei cartoni in Italia. In realtà il primo cartone era stato Heidi, ma la sigla è tedesca, cantata in italiano dalla mia amica Elisabetta Viviani. Il primo vero manga giapponese è stato UFO Robot. Andava in RAI, all’inizio fu Rai Due che comprò quasi tutti i cartoni più importanti, seguirono poi le television­i private e dopo due o tre anni arrivò Canale 5.

Era un genere nuovo e tu iniziasti a lavorarci per caso…

Mancava un mese alla programmaz­ione televisiva e l’azienda RAI che seguiva la parte discografi­ca era la Fonit Cetra. Quel giorno Albertelli ed io eravamo in ufficio, aspettando un cantante che stavamo producendo e che era in ritardo di un paio d’ore, quando telefonaro­no da Roma chiedendo di mandare qualcuno a vedere questo cartone giapponese in corso Sempione, perché bisognava fare la sigla. Non si capiva di che cosa parlasse, perché era ancora in giapponese! Chiedemmo un taxi al dirigente (che era Giampiero Scussel, con cui collaborav­o già da alcuni anni, prima di arrivare alla Fonit Cetra era stato alla Durium e alla Voce del Padrone), andammo a corso Sempione, dove c’è la RAI ancora adesso, e guardammo il filmato di UFO Robot. In bianco e nero, perché i giapponesi usavano il sistema NTSC americano e i nastri venivano letti solo da certe macchine e malamente. Con molta difficoltà riuscimmo a capire di che cosa si trattava: la lotta fra il Bene e il Male, i buoni e i cattivi, con un’illuminazi­one dello spaghetti western italiano, che allora andava di moda in Giappone. Su quella base Luigi ed io decidemmo di scrivere la sigla, però io diedi delle regole alla Fonit Cetra: uno, la tonalità in Do Maggiore; due, che cantava solo il coro, non volevo solisti, in modo che anche la gente da casa potesse cantare; tre, la canzone non doveva essere “per bambini”, ma una canzone normale. Era l’epoca di Rocky con Sylvester Stallone: io mi ci ispirai e composi UFO Robot. In tre minuti Luigi scrisse tutto il testo. Avevamo inventato un genere.

La musica però è firmata anche da Ares Tavolazzi…

Tavolazzi era presente alla registrazi­one, fece una parte di basso molto buona e Scussel ci chiese di far firmare anche lui, e noi accettammo. Suonò anche nel retro del 45 giri, Shooting Star: firmammo insieme anche quello, che andò come sigla di coda.

Ma non fu il solo caso: Quattro supereroi, il retro di Astro Robot contatto Ypsylon, ad esempio ha la musica firmata anche da Bruno Tibaldi, con lo pseudonimo di Kobra…

Bruno era un discografi­co nostro amico. Le copie vendute erano talmente tante che talvolta, nei dischi minori, facevamo partecipar­e anche gli amici.

Perché le sigle dei cartoni animati si rivelarono subito una pentola d’oro… Vendevamo talmente tante copie che a volte non sapevamo neanche dove mettere i soldi. UFO Robot credo stesse sulle 150180.000. I primi due anni Albertelli e io vendemmo più di cinque milioni di dischi di varie sigle. Tanto che un giorno veniamo chiamati dall’amministra­tore delegato della Fonit Cetra. Pensiamo: “Chissà cosa avrà da dirci…”. E lui: “Ragazzi, siete bravissimi”. “Grazie”. “Bellissime canzoni”. “Grazie”. “Vi diamo il disco d’oro, non bagnato d’oro, proprio oro massiccio, per

UFO Robot”. “Grazie, Dottore”. “Però c’è un problema…”. “Ci dica, Dottore”. “Fate canzoni troppo belle, se le fate troppo belle vendiamo troppi dischi e il Ministero – da cui dipendeva la RAI all’epoca – non ci dà i soldi per l’anno prossimo. Dovete farmi vendere di meno.”

Questo lavoro è sempre stato fatto con grande amore e passione, non perché dovevamo vendere i dischi. Succedeva? Vabbè, pazienza, è successo.

Com’era lavorare con Albertelli?

Luigi era personaggi­o di grande energia, grande creatività, pronto a qualsiasi avventura intellettu­ale potesse capitare. L’avevo conosciuto nel 1969, perché debuttai a Sanremo con l’arrangiame­nto di Zingara, brano suo e di Enrico Riccardi. Poi ci siamo rincontrat­i alla Ricordi, facevo tutti i provini delle sue canzoni, ed è nata un’amicizia, una stima reciproca. E una collaboraz­ione, sempre avendo come mentore il nostro amico Giampiero Scussel, che è un po’ l’ago della bilancia di tutte le nostre operazioni.

Una volta la discografi­a era fatta di collaboraz­ioni, di scambi di informazio­ni, non come adesso che siamo isolati uno dall’altro. E non era solo musica, c’era anche la fotografia, il video, le copertine… era un progetto a 360°, si studiava tutto, addirittur­a il colore del vinile. Infatti di Capitan Harlock le prime 50.000 copie furono stampate su vinile blu. Erano invenzioni per attirare il pubblico.

A proposito di Capitan Harlock: in quel caso non fu tutto rose e fiori…

È vero! A quel tempo la lunghezza di una canzone, della sigla iniziale, doveva essere 1’02”. Noi finimmo tutto, portammo il nastro da 1’02” a Roma per l’ascolto e il montaggio, quando la dirigente del momento ci disse: “Ah no, ma qui c’è una cosa che non va bene”. “Cos’è che non va bene?”. “È apologia del Fascismo! Non potete scrivere ‘il suo teschio è una bandiera’, perché ricorda la X Mas!”. “I pirati hanno il teschio sulla bandiera! se lei vuole fare questo paragone, non è roba nostra, noi neanche ci avevamo pensato”. Così tornammo a Milano, tagliammo una parola, la sostituimm­o con un verso che viene dopo e l’indomani rimandammo la versione corretta, che andò in onda così. Ma nel disco c’è la versione originale. La RAI allora viveva di questi problemi “filosofici”! Potevi parlare di donne nude e non succedeva niente, però se toccavi il “politicame­nte qualcosa” era un disastro.

Con la casa discografi­ca e le edizioni musicali, invece, aveste mai problemi?

Mai! Generalmen­te a me e Albertelli davano il cartone, noi scrivevamo la sigla in un paio di giorni e quella era. Lo stesso con le edizioni: erano tutte Usignolo, che era sempre Fonit Cetra; la direttrice era la signora Wilma Battigelli. Quello che noi le davamo lei editava, senza mettere il naso… Qualsiasi cosa facessimo, loro approvavan­o.

Però tra i collezioni­sti ho sentito parlare di lacche con più proposte, più varianti…

Probabilme­nte sono del periodo successivo. Quando Canale 5 acquistò i diritti dei cartoni animati, Alessandra Valeri Manera volle rifare tutte le sigle. Cambiò anche quella di Remì: tre giorni dopo l’uscita, sulla lavagna dell’Università Statale, c’era una sfilza di lamentele contro il cambiament­o della sigla, perché la nostra era molto amata.

Prima parlavi di cori: in Remì c’è invece una voce solista, Gian Paolo Daldello…

Attenzione! Molti confondono: Gian Paolo canta da solista solo l’inizio. Ci mancava un bambino e Paola Orlandi disse: “Potrebbe cantarla mio figlio”. Lo chiamammo, lei gli insegnò il testo e cantò benissimo. Ma la parte da solista erano sei-otto battute, il resto è cantato insieme al coro.

Un brano da solista fu invece Na-no na-no, la sigla di Mork & Mindy con Robin Williams, cantata da Bruno D’Andrea. Io avevo scritto questo rock‘n’roll e Luigi mi disse: “Io avrei un cantante di Tortona, che fa il liscio…”. “Vabbè, fallo venire”. Io non mi sono mai fatto problemi su chi canta, basta che sappia cantare! Io e Luigi siamo sempre stati così.

Perché hai sempre puntato molto sulle esecuzioni corali?

Non mi piaceva usare la voce solista, come invece accadde in seguito con Cristina D’Avena, perché mi sembrava di stare allo Zecchino d’Oro e a me lo Zecchino non piaceva. I bambini sono sempre più svegli di come li vogliono far sembrare (non parliamo poi di quelli di oggi!). Lo aveva capito benissimo Walt Disney: per le sue canzoni aveva Louis Armstrong, Peggy Lee, dei nomi fantastici americani che cantavano per i bambini. E io mi dissi: perché non può essere così anche in Italia? Facciamo le canzoni da adulti per

i bambini! Luigi ed io scoprimmo un mercato, perché il bambino, quando guardava la television­e, aveva di fianco a sé la mamma, che ai tempi spesso non lavorava. E la mamma era la prima acquirente dei nostri dischi: s’innamorava della canzone, tramite il bambino, e comprava il 45 giri al negozio. Io avevo i figli piccoli e mi divertivo a scrivere canzoni importanti per loro. Come Hello Spank: mi ha sempre divertito molto la storia di questo cagnolino che sembra un tostapane! Mi faceva morire dal ridere… All’epoca prendevamo il coro anche perché con il coro cantano tutti, uomini e donne. Albertelli aveva l’esclusiva per l’Italia dei cori di Coca Cola e Fanta: andammo avanti una decina di anni, lui come direzione artistica e io preparando i cori e facendo le registrazi­oni delle pubblicità. E abbiamo sempre usato, anche per le sigle, il coro di Paola Orlandi, nel quale di volta in volta io inserivo delle voci differenti, un po’ perché avevo degli artisti in erba, come Fabio Concato, da far lavorare, un po’ perché talora avevo bisogno di quel timbro di voce al posto di quell’altro. E oltre a Concato ci sono stati Marco Ferradini, Silvio Pozzoli, Gianni Balestra…

Secondo te, perché le sigle di quei cartoni animati sono così amate ancora oggi, a distanza di quarant’anni?

Quando sei un bambino, tutto quello che ti entra nel cervello ti rimane per tutta la vita, molto più di altre cose. Io ero memore della mia infanzia, quando mi entrò dentro la canzone di Peter Pan… se a un bambino di cinque anni entra dentro UFO Robot, o Daitan 3, gli resta per sempre…

Io ancora lavoro con 45-48enni, che quando sanno che io ho scritto UFO Robot impazzisco­no! Per una quindicina d’anni ho accompagna­to nei concerti Guccini, con cui collaboro da una vita: a volte ci presentava e, voltandosi, mi faceva capire di suonare UFO Robot.

Appena la sentivano, i ragazzi del pubblico cominciava­no a cantare.

E lui: “Ma cos’è UFO Robot?”. “Ma sai, Francesco, quella canzoncina che abbiamo scritto io e Tavolazzi…” (c’era anche Ares sul palco) “Non è possibile che hai scritto una canzone su un robot e diecimila persone ti acclamano…” Lui ci giocava, però aveva ragione!

In concerto faccio anche Anna dai capelli rossi, che dicevano “somigliass­e” a Rivers Of Babylon dei Boney M. Invece i Boney M, dalla Germania, non mi hanno mai fatto causa, perché anche loro sapevano benissimo da dove arrivava la canzone: è un canto popolare, dove la partenza è Bandiera rossa,

la stessa melodia raddoppiat­a di note. E nei concerti suono con la sinistra Bandiera rossa

e con la destra Anna dai capelli rossi…

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Vince Tempera
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Luigi Albertelli
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Ares Tavolazzi
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Francesco Guccini e Vince Tempera in concerto.
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