HO FAT­TO UN SO­GNO

VOGUE (Italy) - - BACK - Ñ di ALESSIA GLA­VIA­NO

Ogni ar­ti­sta ha il suo per­cor­so: quel­lo di Søl­ve Sund­sbø par­te da una pi­sta da sci e ar­ri­va nei ter­ri­to­ri più im­ma­gi­ni­fi­ci del­la fo­to­gra­fia di mo­da. Og­gi fa tap­pa a Milano, a Palazzo Rea­le, do­ve Vo­gue Ita­lia gli de­di­ca una gran­de mo­stra.

«È co­min­cia­to tutto scian­do – per­ché scia­vo mol­to, e con­ti­nuo a far­lo. Lo sci è mol­to in­te­res­san­te per la fo­to­gra­fia: sei im­mer­so in uno spa­zio bian­co, tutto da riem­pi­re. Co­me una te­la vuo­ta. E poi i con­cer­ti: lì in­ve­ce è tutto ne­ro, ne­ris­si­mo, e poi lo riem­pi».

Ogni fo­to­gra­fo, ogni ar­ti­sta, ha com­piu­to un pro­prio per­cor­so che lo ha por­ta­to a es­se­re la per­so­na che è. Per Søl­ve Sund­sbø tutto è co­min­cia­to con que­gli spa­zi vuo­ti da riem­pi­re. Una fac­cen­da di bian­co e ne­ro. Poi so­no ve­nu­ti i co­lo­ri: ÇLen­ta­men­te ma ine­so­ra­bil­men­te so­no en­tra­to nel mon­do del­la mo­da e mi so­no re­so con­to di quan­to sia bello e sti­mo­lan­te la­vo­rar­ci».

Il de­si­de­rio di un’este­ti­ca più rea­li­sti­ca pri­ve­rà la fo­to­gra­fia di mo­da del suo po­te­re di ge­ne­ra­re ma­gi­che il­lu­sio­ni? Pen­sia­mo an­co­ra che un ar­ti­sta deb­ba es­se­re “dan­na­to” per crea­re ope­re im­por­tan­ti? E com’è cam­bia­to il bu­si­ness del­la fo­to­gra­fia di mo­da nell’era del #MeToo? Vo­gue Ita­lia lo ha chie­sto a Søl­ve Sund­sbø: con la sua per­so­na­lis­si­ma vi­sio­ne, ca­rat­te­riz­za­ta da una tec­no­lo­gia all’avan­guar­dia e da sfide am­bi­zio­se alla na­tu­ra bi­di­men­sio­na­le dell’im­ma­gi­ne fo­to­gra­fi­ca, que­sto qua­ran­tot­ten­ne è in­fat­ti l’esem­pio per­fet­to del fa­shion pho­to­gra­pher che fab­bri­ca so­gni. I suoi vi­deo e le sue fo­to­gra­fie ri­fiu­ta­no qual­sia­si ri­gi­da ade­sio­ne al rea­li­smo, apren­do una por­ta su quell’in­can­te­vo­le di­men­sio­ne in cui real­tà e im­ma­gi­na­zio­ne si fon­do­no. Nell’am­bi­to del Pho­to Vo­gue Fe­sti­val di quest’anno, Sund­sbø sarà pro­ta­go­ni­sta di una mo­stra per­so­na­le dal ti­to­lo “Beyond the Still Image”, ospi­ta­ta a Palazzo Rea­le di Milano (15/11-9/12).

Ne­gli ul­ti­mi an­ni, e in par­ti­co­la­re con l’av­ven­to dei so­cial me­dia, sem­pre più per­so­ne han­no pun­ta­to il di­to su una fo­to­gra­fia di mo­da che pro­muo­ve stan­dard di bel­lez­za non rag­giun­gi­bi­li. Il de­si­de­rio di ve­de­re cor­pi au­ten­ti­ci è sen­za dub­bio un cam­bia­men­to po­si­ti­vo e im­por­tan­te, ma pen­so anche che sa­reb­be un er­ro­re se un si­mi­le de­si­de­rio di “verità” fi­nis­se per cen­su­ra­re la fo­to­gra­fia di mo­da. Do­po tutto, per usa­re le pa­ro­le di Ir­ving Penn, la fo­to­gra­fia di mo­da è fat­ta «per ven­de­re so­gni, non ve­sti­ti». Co­sa ne pensa?

Quan­do la gen­te di­ce “la di­re­zio­ne è que­sta”, è co­me se stes­se dan­do per scon­ta­to che da quel mo­men­to la di­re­zio­ne sarà sem­pre quel­la. Ma non è ve­ro. Il mon­do del­la fo­to­gra­fia di mo­da cam­bia ogni sei mesi, o per­si­no più velocemente, è in con­ti­nuo mo­vi­men­to. Ci sarà sem­pre una di­na­mi­ca di rea­zio­ne e con­tro­rea­zio­ne. Se il trend di ades­so è “tutto de­ve es­se­re rea­le”, puoi scom­met­te­re che tra tre an­ni ci sarà di nuovo qual­co­sa di ul­tra­gla­mo­rous e

ri­toc­ca­to, per­ché è co­sì che fun­zio­na­no le co­se. Scat­to fo­to­gra­fie di vi­ta quo­ti­dia­na in con­ti­nua­zio­ne, quin­di so­no as­so­lu­ta­men­te a mio agio nel mon­do dell’ul­tra­rea­li­sti­co, ma non scel­go ne­ces­sa­ria­men­te di far­lo quan­do la­vo­ro. Ho quat­tro fi­gli, mi al­zo al mat­ti­no, lo­ro van­no a scuo­la, poi tor­na­no a ca­sa, gli dia­mo da man­gia­re – la vi­ta rea­le, in­som­ma. Quin­di quan­do va­do a la­vo­ra­re ho vo­glia di fa­re altro. Non ho bi­so­gno di sfug­gi­re al gla­mour ed en­tra­re nel­la real­tà. Vo­glio piut­to­sto pas­sa­re da una vi­ta re­la­ti­va­men­te nor­ma­le a un mon­do che ab­bia un po’ più di im­ma­gi­na­zio­ne.

Pensa che al gior­no d’og­gi stia­mo fi­nal­men­te su­pe­ran­do il luo­go co­mu­ne se­con­do cui per es­se­re dei gran­di ar­ti­sti oc­cor­re ave­re uno sti­le di vi­ta estre­mo?

Pen­so che, per mol­ti, tut­te que­ste re­go­le su co­me uno do­vreb­be com­por­tar­si in quan­to ar­ti­sta sia­no solo una scu­sa. In par­ti­co­la­re, sul­la scia del #MeToo, ri­ten­go sia

«La fo­to­gra­fia è uno stru­men­to di co­mu­ni­ca­zio­ne straor­di­na­rio per­ché la­scia uno spa­zio enor­me alla no­stra fan­ta­sia».

Sol­ve Sund­sbo

tem­po di ri­met­te­re in questione il com­por­ta­men­to di per­so­ne che agi­sco­no co­me agi­sco­no uni­ca­men­te per­ché quel­li in­tor­no a lo­ro, o in ge­ne­ra­le la cul­tu­ra, han­no vo­lu­to tro­va­re del­le scu­se per il lo­ro com­por­ta­men­to. Ca­pi­sco che al­cu­ni ar­ti­sti pos­sa­no es­se­re più tor­men­ta­ti di al­tri, e ri­spet­to chi ha bi­so­gno di vivere in un cer­to mo­do per crea­re. Ma non ci so­no re­go­le che di­ca­no che de­vi vivere in un mon­do di fan­ta­sia per crear­ne uno im­ma­gi­na­rio. Un buon esem­pio è quel­lo di Roald Da­hl, che si se­de­va ogni gior­no nel­la sua stan­za, con la pen­na in ma­no, e crea­va uni­ver­si ma­gi­ci dal nul­la. Non sto di­cen­do a nes­su­no co­me de­ve vivere. Ma è tem­po di smet­te­re di scu­sar­si per com­por­ta­men­ti or­ri­bi­li con l’ar­go­men­ta­zio­ne pre­te­stuo­sa che “è co­sì che van­no le co­se”.

Ri­cor­do be­ne com’era il bu­si­ness ne­gli an­ni 90, quan­do vi­ve­vo a New York e la­vo­ra­vo co­me as­si­sten­te di fo­to­gra­fi di mo­da. Non pen­so ci pos­sa­no es­se­re giu­sti­fi­ca­zio­ni di al­cun ti­po per il fat­to di mal­trat­ta­re qual­cu­no psi­co­lo­gi­ca­men­te o fi­si­ca­men­te, ma i com­por­ta­men­ti inap­pro­pria­ti non so­no cer­to una no­vi­tà. Co­sa è cam­bia­to? Tutti pos­so­no sbagliare. Ma di­ven­ta un pro­ble­ma quan­do è un in­te­ro si­ste­ma, o il mo­do di la­vo­ra­re di qual­cu­no, a es­se­re ri­pe­tu­ta­men­te sba­glia­to. Siamo tutti es­se­ri uma­ni, ma per me esi­ste un li­mi­te che non può es­se­re ol­tre­pas­sa­to. Quan­do mi so­no tra­sfe­ri­to a Lon­dra, uno dei miei mi­glio­ri ami­ci mi ha det­to: «Se vuoi es­se­re un bra­vo fo­to­gra­fo, de­vi di­ven­ta­re la ver­sio­ne mi­glio­re di te stes­so». Lo sti­le di vi­ta di un fo­to­gra­fo può es­se­re ab­ba­stan­za di­sfun­zio­na­le, per­ché quan­do sei in studio tu sei il re o la re­gi­na, ed è pos­si­bi­le per­der­si den­tro a un po­te­re si­mi­le, in par­ti­co­lar mo­do se non hai qual­co­sa d’altro nel­la tua vi­ta a fa­re da con­trap­pe­so a que­ste di­na­mi­che. Un po­te­re e una re­spon­sa­bi­li­tà sen­za con­trol­lo pos­so­no ge­ne­ra­re mol­ti pro­ble­mi. Ec­co per­ché per me è im­por­tan­te ave­re qual­co­sa al di fuo­ri del­la fo­to­gra­fia di mo­da – qual­co­sa di per­so­na­le – che è più pre­zio­so, che mi met­te a fuo­co.

La na­tu­ra è la sua più gran­de fon­te d’ispi­ra­zio­ne?

Sì, ma anche la mu­si­ca, i li­bri e la scien­za. I miei ami­ci e la mia fa­mi­glia di­co­no che so­no un nerd. Ma tut­te que­ste co­se mi sti­mo­la­no e so­no in­cre­di­bil­men­te cu­rio­so, al pun­to da di­ven­ta­re fa­sti­dio­so. Se qual­cu­no è nel mez­zo di una con­ver­sa­zio­ne, vo­glio sem­pre sa­pe­re di co­sa si sta par­lan­do. Ci so­no per­so­ne ti­mi­de, io so­no cu­rio­so. E pen­so che la cu­rio­si­tà ca­rat­te­riz­zi il mio la­vo­ro, per­ché vo­glio esplo­ra­re.

Mi vie­ne in men­te Da­vid LaC­ha­pel­le quan­do di­ce­va: «Se vuoi la real­tà, pren­di l’au­to­bus».

Pro­prio co­sì. E un altro ar­ti­ta, Si­mon Fox­ton, ha det­to: «Se vuoi la real­tà, guar­da fuo­ri dal­la fi­ne­stra».

Nel­la mo­stra a Milano, a Palazzo Rea­le, ci sa­ran­no fo­to­gra­fie, vi­deo e in­stal­la­zio­ni si­te-spe­ci­fic che chia­ra­men­te fan­no ve­de­re quan­to sia all’avan­guar­dia il mo­do in cui usa la tec­no­lo­gia per spin­ge­re l’im­ma­gi­ne di mo­da ben al di là dei li­mi­ti bi­di­men­sio­na­li. Qual è per lei la prin­ci­pa­le dif­fe­ren­za tra im­ma­gi­ni fis­se e im­ma­gi­ni in mo­vi­men­to?

Pen­so che la for­za dell’im­ma­gi­ne fis­sa de­ri­vi dal fat­to che si trat­ta di un mo­men­to nel tem­po in cui sei tu a do­ver ag­giun­ge­re co­sa è suc­ces­so pri­ma e do­po. Sei in una lo­gi­ca in cui di­ci: «Ora ti do un per­so­nag­gio e un mo­men­to nel tem­po, e tu de­vi im­ma­gi­na­re il re­sto». È que­sto il mo­ti­vo per cui la fo­to­gra­fia è uno stru­men­to di co­mu­ni­ca­zio­ne co­sì straor­di­na­rio: per­ché la­scia uno spa­zio enor­me alla no­stra fan­ta­sia. Anche tra­sfe­ri­re que­sta idea alle im­ma­gi­ni in mo­vi­men­to è una sfida, per­ché de­vi fa­re la stes­sa co­sa, ma in cir­ca 60 se­con­di. È co­me ve­de­re una so­la sce­na trat­ta da un film e im­ma­gi­na­re il re­sto del­la tra­ma.

C’è anche l’idea che la sua ar­te, che sia fo­to­gra­fia o film, non deb­ba per for­za se­gui­re una nar­ra­zio­ne li­nea­re. Pen­so che que­sto ab­bia anche a che ve­de­re con il fat­to che non mi pia­ce che mi si di­ca co­sa de­vo fa­re. E non mi pia­ce nean­che di­re alle per­so­ne co­sa do­vreb­be­ro pen­sa­re o me­no. Cre­do che la­scian­do a chi guar­da il film o l’im­ma­gi­ne que­sto ti­po di spa­zio, scatti una for­ma di ri­spet­to ver­so lo spet­ta­to­re che mi pia­ce mol­to.

Co­me fo­to­gra­fo di mo­da, ha bi­so­gno di un bra­vo sty­li­st, un buon par­ruc­chie­re e un buon ma­ke-up ar­ti­st. Sui suoi set, quan­to in­ter­fe­ri­sce con le scel­te di que­sti mem­bri de­ci­si­vi del team?

Di­pen­de dal ti­po di la­vo­ro. Ma, co­me sa be­ne, i mi­glio­ri fo­to­gra­fi han­no i mi­glio­ri hair e ma­ke-up ar­tists. Pren­da la re­la­zio­ne di Steven Mei­sel con Guido Pa­lau e Pat McG­ra­th. La com­bi­na­zio­ne tra il mi­glior ma­ke-up e hair sty­ling con il mi­glior fo­to­gra­fo. È dav­ve­ro in­cre­di­bi­le. Ten­do a tor­na­re a la­vo­ra­re con lo stes­so grup­po di per­so­ne per­ché c’è ri­spet­to re­ci­pro­co e un lin­guag­gio con­di­vi­so. Pos­so dare dei sug­ge­ri­men­ti, ma non è il mio pun­to forte. Se pen­so a Mert e Mar­cus, Mert pro­ba­bil­men­te po­treb­be fa­re il trucco e i ca­pel­li. Lui è bra­vis­si­mo, ma io non ne so­no ca­pa­ce.

Qua­li fo­to­gra­fi l’han­no mag­gior­men­te ispi­ra­ta?

Penn e Ave­don so­no sem­pre i due cui tutti guar­da­no. Co­me chi fa mu­si­ca è in­fluen­za­to dai gran­di com­po­si­to­ri, è la stes­sa co­sa. Ov­via­men­te per me è sta­to mol­to im­por­tan­te Nick Knight, per­ché la­vo­ra­vo per lui. Quan­do stavo co­min­cian­do a in­te­res­sar­mi alla fo­to­gra­fia di mo­da, Nick ave­va un ruo­lo di pun­ta nel­la tra­sfor­ma­zio­ne di que­sto ti­po di fo­to­gra­fia.

Che cos’è la bel­lez­za per lei?

La bel­lez­za è so­prav­va­lu­ta­ta. La bel­lez­za per me è ca­ri­sma e gen­ti­lez­za. Quan­do in­con­tria­mo una per­so­na ca­ri­sma­ti­ca, que­sta per­so­na è ca­pa­ce di far scom­pa­ri­re il mon­do in­te­ro. È un do­no in­cre­di­bi­le, e Ave­don lo ave­va. L’ho in­con­tra­to solo per un pa­io di mi­nu­ti, ma è sta­to co­me se il mon­do in­te­ro fos­se scom­par­so e aves­se la­scia­to solo lui e me. Con la bel­lez­za suc­ce­de la stes­sa co­sa. Non la so de­fi­ni­re, ma quan­do la ve­di la ri­co­no­sci.•

Sot­to. Chi­we­tel, da In­ter­view, set­tem­bre 2015. Nel­la pa­gi­na ac­can­to. Ele­na in Gaul­tier, da Nu­mé­ro #91, 2007. In aper­tu­ra. Mis­sion, Erin O’Con­nor, apri­le 2017. Nel­la pa­gi­na se­guen­te. Dia­na, da i-D magazine (in­ver­no 2014). Tut­te le im­ma­gi­ni so­no espo­ste nel­la mo­stra de­di­ca­ta a Sund­sbØ a Palazzo Rea­le, Milano (15/11-9/12), nell’am­bi­to del Pho­to Vo­gue Fe­sti­val (15-18/11).

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