Al fu­tu­ro non si tor­na

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Sia­mo nel 2015. Trent’an­ni fa sem­bra­va un an­no ab­ba­stan­za lon­ta­no nel fu­tu­ro da am­bien­tar­ci il se­con­do ca­pi­to­lo di una del­le tri­lo­gie fan­ta­scien­ti­f­che più po­po­la­ri di sem­pre. Par­lia­mo di Ri­tor­no al fu­tu­ro di Ro­bert Ze­mec­kis che ci dà oc­ca­sio­ne di toc­ca­re quel­lo che pro­ba­bil­men­te è il te­ma più esplo­ra­to dal­la fan­ta­scien­za: i viag­gi nel tem­po. C’è un aspet­to, in par­ti­co­la­re, con cui que­sto flm gio­ca pa­rec­chio e che pos­sia­mo pro­va­re ad ap­pro­fon­di­re: quel­lo dei pa­ra­dos­si che pos­so­no na­sce­re se si al­te­ra la sto­ria. L’esem­pio più ce­le­bre è quel­lo del ti­zio che va in­die­tro nel tem­po e uc­ci­de suo non­no, ren­den­do quin­di impossibile la pro­pria nascita. Ma se il ti­zio non è mai na­to, come ha fat­to ad an­da­re in­die­tro nel tem­po e uc­ci­de­re suo non­no? Mal di te­sta a tut­to spia­no, se si pren­de la co­sa sul se­rio. Ri­tor­no al fu­tu­ro non ci pro­va nem­me­no, an­zi si di­ver­te a far­ci ve­de­re la ma­no di Mar­ty McF­ly che scom­pa­re e riap­pa­re, una vec­chia foto che cam­bia mentre la si os­ser­va, un al­ma­nac­co che pas­sa di ma­no in ma­no e di epo­ca in epo­ca, e co­sì via.Tut­ta ro­ba che, per la scienza, non do­vreb­be ac­ca­de­re: il pas­sa­to è pas­sa­to e non si può al­te­ra­re. Come se ne esce? Un’op­zio­ne sa­reb­be quel­la di esclu­de­re la pos­si­bi­li­tà dei viag­gi nel tem­po. E pe­rò, per quan­to ne sap­pia­mo, non ci so­no mo­ti­vi fsi­ci per giu­sti­f­ca­re que­sta scel­ta. Esi­sto­no an­zi cir­co­stan­ze ipo­te­ti­che in cui la teo­ria del­la re­la­ti­vi­tà di Einstein am­met­te ciò che i fsi­ci chia­ma­no “cur­ve tem­po­ra­li chiu­se”. Per ca­ri­tà, nes­su­no co­strui­rà mai dav­ve­ro una De­Lo­rean in gra­do di por­tar­ci nel Far We­st (pec­ca­to), pe­rò ai fsi­ci le con­trad­di­zio­ni, an­che se solo teo­ri­che, non piac­cio­no: van­no afron­ta­te e pos­si­bil­men­te ri­sol­te. Tra quel­li che ci han­no pro­va­to c’è Ste­phen Ha­w­king. Nel 1992, il fsi­co pro­po­se una “con­get­tu­ra di pro­te­zio­ne del­la cro­no­lo­gia”, ipo­tiz­zan­do che tra i tas­sel­li an­co­ra man­can­ti per una de­scri­zio­ne com­ple­ta del­la real­tà ci sia pro­prio un prin­ci­pio che im­pe­di­sca la for­ma­zio­ne di cur­ve tem­po­ra­li chiu­se, co­sì da “ren­de­re l’uni­ver­so un po­sto si­cu­ro per gli sto­ri­ci”. Su una linea leg­ger­men­te di­ver­sa c’è il “prin­ci­pio di au­to-con­si­sten­za” pro­po­sto dal rus­so Igor No­vi­kov: i viag­gi nel pas­sa­to re­ste­reb- bero teo­ri­ca­men­te am­mis­si­bi­li, ma nel­la pra­ti­ca qua­lun­que azio­ne che pre­ve­da l’al­te­ra­zio­ne del­la sto­ria avreb­be zero pro­ba­bi­li­tà di ve­ri­f­car­si. In pra­ti­ca, un ti­zio che pro­vas­se a uc­ci­de­re suo non­no non ci riu­sci­reb­be. Un’ul­te­rio­re pos­si­bi­li­tà sa­reb­be quel­la ba­sa­ta sull’idea che i di­ver­si esi­ti di ogni even­to fsi­co si rea­liz­zi­no in real­tà pa­ral­le­le, come nel­la “in­ter­pre­ta­zio­ne a mol­ti mon­di” pro­po­sta da Hu­gh Eve­rett III. In que­sto ca­so, il viag­gia­to­re nel tem­po si ri­tro­ve­reb­be in un di­ver­so ra­mo del­la linea tem­po­ra­le, un uni­ver­so con una sto­ria di­ver­sa da quel­la da cui pro­vie­ne e le con­trad­di­zio­ni sa­reb­be­ro ag­gi­ra­te. Qua­lun­que sia la so­lu­zio­ne che la na­tu­ra ha scel­to per evi­ta­re i pa­ra­dos­si dei viag­gi nel tem­po, una co­sa sem­bra chia­ra: con la fan­ta­scien­za ci si di­ver­te di più.

Astrof­si­co all’uni­ver­si­tà di Ro­ma Tor Ver­ga­ta. Il suo ul­ti­mo li­bro è Cer­ca­to­ri di me­ra­vi­glia e blog­ga su ke­ple­ro.org

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