LA NUO­VA ERA DEL DE­SI­GN

IN­TER­NET CAM­BIA GLI - OG­GET­TI, L'IN­TE­RA­ZIO­NE TRA COSE E PER­SO­NE. UNA GRAN­DE OC­CA­SIO­NE PER L'ITA­LIA-

Wired (Italy) - - DA PRIMA PAGINA -

Quan­do Ste­ve Jobs ha svelato l’iPad nel gen­na­io 2010 ha ini­zia­to con­fron­tan­do­lo con i gad­get che già pos­se­de­va­mo: «Tutti noi usia­mo gli smart­pho­ne e i com­pu­ter por­ta­ti­li. Ma non ci ba­sta­no. C’è spa­zio per una ter­za ca­te­go­ria di pro­dot­to. Qual­co­sa che ci per­met­ta di an­da­re su in­ter­net, con­trol­la­re le email, guar­da­re le foto e i flm. E che ce lo fac­cia fa­re me­glio ri­spet­to ai lap­top o ai te­le­fo­ni. Altrimenti non ha ra­gio­ne di esi­ste­re». Co­sì Ap­ple ci ha con­vin­to che ave­va­mo bi­so­gno del ta­blet. Og­gi sta cer­can­do di ag­giun­ge­re un se­con­do gad­get allo smart­pho­ne che ci por­tia­mo ap­pres­so tut­to il gior­no. Ma il pun­to è che Tim Cook, a di­fe­ren­za di Jobs, non ci ha spie­ga­to be­ne il mo­ti­vo per cui do­vrem­mo com­prar­lo. Che ra­gio­ne ha l’Ap­ple Wat­ch di esi­ste­re? In co­sa è me­glio del telefonino? Cer­chia­mo di fa­re chia­rez­za.

Crea­re il bi­so­gno

L’abi­li­tà mag­gio­re del­la ca­sa di Cu­per­ti­no è quel­la di ri­def­ni­re l’ap­peal di in­te­re ca­te­go­rie tec­no­lo­gi­che e di at­trar­re co­sì mi­lio­ni di con­su­ma­to­ri. È già suc­ces­so quat­tro vol­te: nel 1984 con il Ma­cin­to­sh, nel 2001 con l’iPod, nel 2007 con l’iP­ho­ne e, come det­to, con l’iPad nel 2010. Pro­ba­bil­men­te suc­ce­de­rà an­co­ra. An­che sta­vol­ta Ap­ple riu­sci­rà a crea­re il bi­so­gno an­che do­ve non c’è e ri­vi­ta­liz­ze­rà una ca­te­go­ria, quel­la dei gad­get in­dos­sa­bi­li, che fno­ra è ri­ma­sta una nic­chia per nerd e atle­ti. Se­con­do gli ana­li­sti, in­fat­ti, già solo nel 2015 Ap­ple ven­de­rà dai 20 (da­ti Bern­stein) ai 40 (Ubs) mi­lio­ni di smart­wat­ch. Lo stes­so Cook ha fs­sa­to l’asti­cel­la a 10 mi­lio­ni. Con la sua fa­scia di prez­zi da 399 a 18mi­la eu­ro, il Wat­ch frut­te­rà all’azien­da mi­liar­di di uti­li. L’in­te­ro mon­do wea­ra­ble aspet­ta con an­sia que­sta scossa al mer­ca­to. Dai ve­sti­ti che cam­bia­no colore a se­con­da del meteo agli oc­chia­li che pro­iet­ta­no sul­le len­ti la real­tà au­men­ta­ta, lo scor­so an­no so­no sta­te ven­du­te 21 mi­lio­ni di unità, per la stra­gran­de mag­gio­ran­za brac­cia­let­ti spor­ti­vi. Un ri­sul­ta­to solo di­scre­to, ma una pre­vi­sio­ne di Morgan Stan­ley dice che la gente è pron­ta a spen­de­re mol­to di più nel wea­ra­ble. Man­ca solo il gad­get tra­sci­nan­te. Gli in­di­zi por­ta­no all’Ap­ple Wat­ch. Un di­spo­si­ti­vo in gra­do di uni­re tut­te

le fun­zio­ni più at­traen­ti dei gad­get in­dos­sa­bi­li: trac­cia­men­to dell’at­ti­vi­tà spor­ti­va e dei pa­ra­me­tri me­di­ci, no­ti­f­che ra­pi­de, in­te­ra­zio­ne vo­ca­le. Chi ha già avu­to oc­ca­sio­ne di pro­var­lo par­la di un’espe­rien­za tou­ch mi­glio­re ri­spet­to agli al­tri oro­lo­gi smart sul mer­ca­to. La qua­li­tà co­strut­ti­va è ec­ce­zio­na­le, lo scher­mo bril­lan­te e def­ni­to e il soft­ware è sor­pren­den­te­men­te fun­zio­na­le.

In­fuen­za­re la mo­da

Il pro­dot­to è buo­no, quin­di, ma de­ve su­pe­ra­re una se­rie di sco­gli di scet­ti­ci­smo. Il pri­mo è la mo­da. Tutti i gad­get in­dos­sa­bi­li e in par­ti­co­lar mo­do gli smart­wat­ch ri­va­li so­fro­no di quel­lo che ne­gli Sta­tes chia­ma­no il prin­ci­pio del blue­dou­che (che suo­na più o me­no come blue­stron­zo). Era l’epi­te­to che nel 2007 ve­ni­va sca­glia­to con­tro chi an­da­va in gi­ro par­lan­do con l’au­ri­co­la­re blue­too­th. No­no­stan­te la pra­ti­ci­tà e i ten­ta­ti­vi di crea­re dei mo­del­li più sti­lo­si, gli au­ri­co­la­ri non so­no mai riu­sci­ti a li­be­rar­si di que­st’au­ra sgra­zia­ta. Più o me­no la stes­sa co­sa ha afos­sa­to i Goo­gle Glass an­cor pri­ma che ve­nis­se­ro mes­si in vendita. «Gli in­dos­sa­bi­li», ci dice Son­ny Vu, boss di Mi­sft Wea­ra­ble (l’intervista com­ple­ta è nel­le pa­gi­ne Next), «de­vo­no es­se­re o me­ra­vi­glio­si o in­vi­si­bi­li». Ap­ple pun­ta sul­la pri­ma op­zio­ne. E ha as­sun­to di­ri­gen­ti da Bur­ber­ry, Levi’s e Yves Saint Laurent per ren­de­re at­traen­te il suo smart­wat­ch. Ma il prin­ci­pa­le di­lem­ma ri­guar­da il mo­do in cui l’oro­lo­gio si rap­por­te­rà all’iP­ho­ne. Il pri­mo mo­ti­vo per cui pos­se­der­lo è quel­lo di ri­spar­miar­si il ti­rar fuori il telefonino dal­la ta­sca. In real­tà il ri­spar­mio di tem­po è solo l’aspet­to più evi­den­te di un cam­bio di pa­ra­dig­ma. Ave­re ra­pi­da­men­te al polso tut­ta una se­rie di in­for­ma­zio­ni uti­li, o sem­pli­ce­men­te le in­for­ma­zio­ni che vuoi tu, ti per­met­te di mo­di­f­ca­re le tue abi­tu­di­ni. L’elet­tro­ni­ca di con­su­mo si è sem­pre evo­lu­ta a sta­di. Pri­ma c’è sta­to l’in­cre­men­to di potenza, poi quel­lo del­la por­ta­bi­li­tà, la fa­ci­li­tà d’uso e, ora, l’in­vi­si­bi­li­tà. Vogliamo che la tec­no­lo­gia sia die­tro le quin­te, che per­mei ogni istan­te del­la no­stra esi­sten­za, e che lo fac­cia sen­za far­si no­ta­re. Og­gi è la tec­no­lo­gia a en­tra­re nel­le cose di uso co­mu­ne (e l’oro­lo­gio in fon­do lo è), a met­ter­ci den­tro in­ter­net, la con­nes­sio­ne co­stan­te con il re­sto del mon­do e con le al­tre cose. Con la pos­si­bi­li­tà di co­man­dar­le: co­sì con l’oro­lo­gio po­tre­mo pa­ga­re, av­via­re l’au­to, en­tra­re in ca­sa e ge­sti­re lu­ci ed elet­tro­do­me­sti­ci. È chia­ro che per com­pie­re que­sto pas­so bi­so­gna ri­pen­sa­re al­la no­stra ge­stua­li­tà quo­ti­dia­na. Per chia­ma­re un’au­to con Uber ba­ste­ran­no dav­ve­ro due tap sul­lo scher­mo. Tut­te le app sa­ran­no pro­get­ta­te per fun­zio­na­re con po­chis­si­mi, sem­pli­ci, ge­sti. Gli svi­lup­pa­to­ri che so­no già al la­vo­ro su Ap­ple Wat­ch de­vo­no com­pri­me­re azio­ni com­ples­se in sin­go­li clic.

Sfrut­ta­re nuo­vi ge­sti

Max Cio­cio­la, fon­da­to­re di Mu­six­mat­ch (il più gran­de ca­ta­lo­go al mon­do di te­sti di can­zo­ni) lo sa be­ne. La sua app sa­rà una del­le prime di­spo­ni­bi­li sul­lo sto­re dell’Ap­ple Wat­ch. «Le li­nee gui­da per noi svi­lup­pa­to­ri so­no mol­to chia­re», dice: «Dob­bia­mo pre­ve­de­re azio­ni ra­pi­de, mas­si­mo 2 o 3 fun­zio­ni che du­ri­no ap­pe­na po­chi se­con­di e una gra­f­ca vo­lu­ta­men­te po­ve­ra per non gra­va­re sul­la bat­te­ria del­lo smart­wat­ch». Pos­sia­mo qua­si def­nir­le azio­ni, piut­to­sto che app. Ri­spet­to al te­le­fo­no, l’oro­lo­gio è mol­to più le­ga­to a “do­ve sia­mo”. È qua­si un richiamo al­la sua fun­zio­ne ori­gi­na­le: di so­li­to de­ve fa­re una so­la co­sa, dir­ci che ore so­no. Ora fa­rà mol­te più cose, ma una al­la vol­ta. «La no­stra app si spo­sa per­fet­ta­men­te all’Ap­ple

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