CO­ME TI RIPROGRAMMO IL CER­VEL­LO

Il mi­lio­na­rio Bryan John­son ha un so­gno am­bi­zio­so: crea­re una “neu­ro­pro­te­si” che per­met­ta agli es­se­ri uma­ni di au­men­ta­re le pro­prie ca­pa­ci­tà ce­re­bra­li. Per rea­liz­zar­lo ha ven­du­to a suon di mi­lio­ni la sua vec­chia so­cie­tà e ha in­gag­gia­to i mi­glio­ri speciali

Wired (Italy) - - WIRED -

Sem­bra una co­mu­ne stan­za d’ospe­da­le di Los An­ge­les, ma al suo in­ter­no Lau­ren Dic­ker­son, la gio­va­ne donna che la oc­cu­pa, sta aspet­tan­do la sua oc­ca­sio­ne per fa­re la sto­ria. Ven­ti­cin­que an­ni, as­si­sten­te edu­ca­ti­va in una scuo­la me­dia, ha uno sguardo in­ten­so e diversi ca­vi da computer che le spun­ta­no co­me fu­tu­ri­sti­ci dread­lock dai ben­dag­gi che le av­vol­go­no la testa. Tre gior­ni fa, un neu­ro­chi­rur­go le ha pra­ti­ca­to un­di­ci fo­ri nel cra­nio, le ha in­fi­la­to al­tret­tan­ti fi­li spes­si co­me spaghetti nel cer­vel­lo e li ha col­le­ga­ti a una pa­ra­ta di computer al­li­nea­ti a bor­do ca­me­ra. Ora Lau­ren è in­gab­bia­ta nel let­to, tra tu­bi di pla­sti­ca che le ser­peg­gia­no lun­go il brac­cio e mo­ni­tor medici che trac­cia­no e me­mo­riz­za­no tut­ti i suoi se­gni vi­ta­li. Cer­ca di non muo­ver­si.

La stan­za è mol­to af­fol­la­ta. Men­tre una trou­pe ci­ne­ma­to­gra­fi­ca si pre­pa­ra a do­cu­men­ta­re gli even­ti del­la gior­na­ta, due di­ver­se squa­dre di specialisti so­no pron­te a in­ter­ve­ni­re: gli uni so­no esper­ti medici di un centro di neu­ro­scien­ze all’avan­guar­dia del­la Uni­ver­si­ty of Sou­thern Ca­li­for­nia (Usc), gli al­tri scien­zia­ti di un’azien­da tec­no­lo­gi­ca chia­ma­ta Ker­nel. L’équi­pe me­di­ca sta cer­can­do una so­lu­zio­ne per fer­ma­re le crisi del­la ra­gaz­za, che un re­gi­me ela­bo­ra­to di far­ma­ci con­tro l’epi­les­sia ha te­nu­to sot­to con­trol­lo ab­ba­stan­za be­ne fi­no all’an­no scor­so, quan­do la loro ef­fi­ca­cia ha co­min­cia­to a sce­ma­re. I fi­li servono a in­di­vi­dua­re la fon­te del­le crisi nel cer­vel­lo di Lau­ren. Gli scien­zia­ti di Ker­nel so­no lì per una ra­gio­ne di­ver­sa. La­vo­ra­no per Bryan John­son, un im­pren­di­to­re sul­la qua­ran­ti­na che ha ven­du­to la sua pre­ce­den­te azien­da (al­la rag­guar­de­vo­le ci­fra di 800 mi­lio­ni di dollari) per in­se­gui­re un so­gno fol­le­men­te am­bi­zio­so: pren­de­re il con­trol­lo dell’evo­lu­zio­ne e crea­re un es­se­re uma­no mi­glio­re. La sua idea è di co­strui­re una “neu­ro­pro­te­si”, un di­spo­si­ti­vo che ci con­sen­ti­rà di ap­pren­de­re più ve­lo­ce­men­te, di ri­cor­da­re più co­se, di coe­vol­ve­re in­sie­me all’in­tel­li­gen­za ar­ti­fi­cia­le, for­se di sve­la­re i segreti del­la te­le­pa­tia e per­si­no di con­net­ter­ci in men­ti col­let­ti­ve. Gli pia­ce­reb­be an­che tro­va­re un mo­do per far­ci sca­ri­ca­re ca­pa­ci­tà co­me le ar­ti mar­zia­li, in sti­le Ma­trix. E, so­prat­tut­to, in­ten­de com­mer­cia­liz­zar­la a prez­zi ul­tra­com­pe­ti­ti­vi, per evi­ta­re che pos­sa di­ven­ta­re un pro­dot­to di nic­chia per gente ric­ca.

Al mo­men­to, tut­to quel­lo che ha è un al­go­rit­mo su un hard di­sk. Quan­do de­scri­ve la neu­ro­pro­te­si ai gior­na­li­sti e al pub­bli­co del­le con­fe­ren­ze, ri­cor­re spes­so all’espres­sio­ne “un chip nel cer­vel­lo”, ma sa fin trop­po be­ne che non ven­de­rà mai un pro­dot­to di mas­sa il cui prin­ci­pio è pra­ti­ca­re fo­ri nel cra­nio del­le persone. In real­tà, in futuro l’al­go­rit­mo do­vreb­be col­le­gar­si al cer­vel­lo tra­mi­te al­cu­ne in­ter­fac­ce non in­va­si­ve che diversi scien­zia­ti stanno svi­lup­pan­do in va­rie par­ti del mon­do. Si va da mi­nu­sco­li sen­so­ri che possono es­se­re iniet­ta­ti nel cer­vel­lo a neu­ro­ni ge­ne­ti­ca­men­te in­ge­gne­riz­za­ti in mo­do da scam­bia­re da­ti wireless con un ri­ce­vi­to­re si­mi­le a un cap­pel­lo. Tut­te so­lu­zio­ni che, se non so­no pu­ra fan­ta­scien­za, sa­ran­no rea­liz­za­bi­li in un futuro piut­to­sto lon­ta­no. Nel frat­tem­po, John­son usa i fi­li col­le­ga­ti all’ip­po­cam­po di Lau­ren per con­cen­trar­si su un obiet­ti­vo for­se an­co­ra più grande: che co­sa di­re al cer­vel­lo una vol­ta che riu­scia­mo a con­net­ter­ci con lui.

Il pia­no è il se­guen­te. I fi­li con­fic­ca­ti nel­la testa di Lau­ren re­gi­stre­ran­no i se­gna­li elet­tri­ci che i suoi neu­ro­ni scam­bie­ran­no tra di loro nel cor­so di una se­rie di semplici te­st di me­mo­ria. A quel pun­to, i se­gna­li ver­ran­no ca­ri­ca­ti su un hard di­sk, do­ve l’al­go­rit­mo li tra­dur­rà in un co­di­ce di­gi­ta­le, che sa­rà pos­si­bi­le ana­liz­za­re, per­fe­zio­na­re o ri­scri­ve­re con l’obiet­ti­vo fi­na­le di mi­glio­ra­re la me­mo­ria di Lau­ren. L’al­go­rit­mo ri­tra­dur­rà quin­di il co­di­ce in se­gna­li elet­tri­ci da in­via­re al cer­vel­lo. Se al­la fi­ne di que­sto pro­ces­so la ra­gaz­za riu­sci­rà a far spri­gio­na­re una se­rie di im­ma­gi­ni dai ricordi che sta­va vi­ven­do quan­do i da­ti so­no sta­ti rac­col­ti, i ri­cer­ca­to­ri sa­pran­no che l’al­go­rit­mo fun­zio­na. In tal ca­so, cer­che­ran­no di fa­re ot­te­ne­re lo stes­so ri­sul­ta­to con i ricordi che si ma­te­ria­liz­za­no in un arco di tem­po più lun­go, una co­sa che nes­su­no è mai riu­sci­to a fa­re pri­ma. Se que­sti due te­st fun­zio­nas­se­ro, sa­rem­mo sul­la stra­da giu­sta per de­ci­fra­re i pro­ces­si che crea­no i ricordi.

Al­tri scien­zia­ti stanno usan­do tecniche ana­lo­ghe per ri­sol­ve­re pro­ble­mi più semplici, ma John­son è l’uni­co che stia ten­tan­do di crea­re un pro­dot­to neu­ro­lo­gi­co com­mer­cia­le per mi­glio­ra­re la me­mo­ria. Tra po­chi mi­nu­ti, con­dur­rà il suo pri­mo te­st su un es­se­re uma­no. E sa­rà il pri­mo te­st del ge­ne­re di una pro­te­si di me­mo­ria de­sti­na­ta al­la com­mer­cia­liz­za­zio­ne. «È una gior­na­ta sto­ri­ca», af­fer­ma. «So­no emo­zio­na­tis­si­mo».

A que­sto pun­to, po­tre­ste chie­der­vi se John­son non sia sem­pli­ce­men­te l’en­ne­si­mo folle con trop­po denaro a di­spo­si­zio­ne e un so­gno im­pos­si­bi­le da rea­liz­za­re. Mi so­no fatto la stes­sa do­man­da la pri­ma vol­ta che l’ho in­con­tra­to. Ave­va l’aspet­to di un ca­li­for­nia­no co­me tan­ti, ve­sti­to con jeans, snea­kers e ma­gliet­ta d’or­di­nan­za, pie­no del so­li­to en­tu­sia­smo giovanile. Le sue fol­li di­chia­ra­zio­ni sul­la “ri­pro­gram­ma­zio­ne del sistema ope­ra­ti­vo mon­dia­le” sem­bra­va­no so­lo una sfil­za di scioc­chez­ze. Ma pre­sto ti ren­di con­to che que­sto sti­le ca­sual è un ca­muf­fa­men­to o un’il­lu­sio­ne. Co­me tan­te persone di suc­ces­so, al­cu­ne bril­lan­ti e al­tre po­co con­nes­se con la real­tà, John­son pos­sie­de un’ener­gia in­fi­ni­ta e l’in­tel­li­gen­za di­stri­bui­ta di un pol­po: un ten­ta­co­lo si al­lun­ga ad af­fer­ra­re il telefono, l’al­tro il lap­top, un ter­zo sta già cer­can­do la via di fuga mi­glio­re. Quan­do ini­zia a par­la­re del­la sua neu­ro­pro­te­si, i ten­ta­co­li fan­no squa­dra e ti strin­go­no fi­no a far­ti di­ven­ta­re cia­no­ti­co.

A so­ste­gno del­le sue am­bi­zio­ni fan­ta­scien­ti­fi­che ci so­no que­gli 800 mi­lio­ni di dollari che PayPal ha sbor­sa­to per Brain­tree, la so­cie­tà di pa­ga­men­ti on­li­ne che John­son ha lan­cia­to a ven­ti­no­ve an­ni e ven­du­to a tren­ta­sei, 100 dei qua­li so­no sta­ti in­ve­sti­ti in Ker­nel, la so­cie­tà crea­ta per in­se­gui­re que­sto pro­get­to. E ci so­no de­cen­ni di te­st su­gli animali: i ri­cer­ca­to­ri han­no im­pa­ra­to co­me ri­sta­bi­li­re i ricordi per­du­ti in se­gui­to a le­sio­ni ce­re­bra­li, im­pian­ta­re fal­si ricordi, gui­da­re i mo­vi­men­ti de­gli animali at­tra­ver­so il pen­sie­ro uma­no, con­trol­lar­ne ap­pe­ti­to e ag­gres­si­vi­tà, in­dur­re sen­sa­zio­ni di pia­ce­re e di dolore. So­no riu­sci­ti per­si­no a tra­smet­te­re se­gna­li ce­re­bra­li da un ani­ma­le a un al­tro a di­stan­za di mi­glia­ia di chi­lo­me­tri.

John­son non è l’uni­co a in­se­gui­re que­sto so­gno: Elon Mu­sk e Mark Zuc­ker­berg si tro­va­no a po­che set­ti­ma­ne dall’an­nun­cia­re i pro­pri pro­get­ti di hac­ke­rag­gio del cer­vel­lo; la Dar­pa, il grup­po di ri­cer­ca dell’esercito sta­tu­ni­ten­se, ne ha già av­via­ti die­ci e sen­za dub­bio la Ci­na e al­tri paesi so­no sul­la stes­sa stra­da. Ma, a dif­fe­ren­za di John­son, nes­su­no di loro ha in­vi­ta­to i gior­na­li­sti in una stan­za d’ospe­da­le. Rias­su­men­do le di­chia­ra­zio­ni pub­bli­che che Mu­sk ha fatto a pro­po­si­to del suo pro­get­to sap­pia­mo che: (1) vuole con­net­te­re i no­stri cer­vel­li ai computer con un mi­ste­rio­so di­spo­si­ti­vo chia­ma­to “neu­ral la­ce”; (2) il no­me del­la so­cie­tà che ha mes­so in pie­di a que­sto sco­po è Neu­ra­link. Di quel­lo che Zuc­ker­berg sta rea­liz­zan­do sap­pia­mo qual­co­sa di più grazie a una pre­sen­ta­zio­ne fat­ta du­ran­te la con­fe­ren­za F8 del­la scor­sa pri­ma­ve­ra: (1) fi­no a po­co tem­po fa il pro­get­to era in ma­no a Re­gi­na Du­gan, ex di­ret­tri­ce di Dar­pa e Google’s Ad­van­ced Tech­no­lo­gy Group; (2) la squa­dra sta la­vo­ran­do nel Buil­ding 8, il la­bo­ra­to­rio di ri­cer­ca di Zuc­ker­berg de­di­ca­to ai pro­get­ti vi­sio­na­ri; (3) pro­get­ta­no un’in­ter­fac­cia non in­va­si­va “brain-computer spee­ch-to-text”, che uti­liz­za le tec­no­lo­gie di “op­ti­cal ima­ging” per leg­ge­re i se­gna­li dei neu­ro­ni men­tre for­ma­no le pa­ro­le, in mo­do da riu­sci­re a tra­dur­re quei se­gna­li in co­di­ce e poi in­viar­lo a un computer; (4) se fun­zio­na, sa­re­mo in gra­do di “di­gi­ta­re” 100 pa­ro­le al mi­nu­to so­lo col pen­sie­ro.

Per quan­to ri­guar­da Dar­pa, al­cu­ni dei suoi pro­get­ti so­no semplici mi­glio­ra­men­ti del­la tec­no­lo­gia esi­sten­te e al­cu­ni – co­me un’in­ter­fac­cia che con­sen­ti­reb­be ai sol­da­ti di ap­pren­de­re più ra­pi­da­men­te – fu­tu­ri­sti­ci co­me quel­lo di John­son. Ma non ne sap­pia­mo mol­to di più. E que­sto fa di John­son la no­stra uni­ca gui­da, un ruo­lo che lui di­ce di es­ser­si ac­col­la­to per­ché pen­sa che il mon­do ab­bia bi­so­gno di es­se­re pre­pa­ra­to a ciò che sta ar­ri­van­do.

Tut­ti que­sti am­bi­zio­sis­si­mi pia­ni de­vo­no fron­teg­gia­re il me­de­si­mo osta­co­lo: il cer­vel­lo ha 86 mi­liar­di di neu­ro­ni e nes­su­no sa in che mo­do fun­zio­ni­no. Gli scien­zia­ti han­no re­gi­stra­to pro­gres­si im­pres­sio­nan­ti nel­lo sco­pri­re, e per­si­no ma­ni­po­la­re, i cir­cui­ti neu­ra­li che so­vrin­ten­do­no a fun­zio­ni ce­re­bra­li semplici, ma co­se co­me l’im­ma­gi­na­zio­ne o la crea­ti­vi­tà – e la me­mo­ria – so­no tal­men­te com­ples­se che tut­ti i neu­ro­scien­zia­ti del mon­do non po­tran­no for­se mai ri­sol­ver­le. Per que­sto, a una do­man­da ri­vol­ta­gli sul­la fat­ti­bi­li­tà dei pia­ni di John­son, il di­ret­to­re del Wyss Cen­ter for Bio and Neu­roen­gi­nee­ring di Gi­ne­vra, John Do­no­ghue, ha ri­spo­sto: «So­no pru­den­te. È co­me se le chie­des­si di tra­dur­re qual­co­sa dal­lo swa­hi­li al fin­lan­de­se. Do­vreb­be pas­sa­re da una lin­gua sconosciuta a un’al­tra al­tret­tan­to sconosciuta ». A ren­de­re la sfi­da an­co­ra più sco­rag­gian­te, ha ag­giun­to, c’è il fatto che tut­ti gli stru­men­ti uti­liz­za­ti nel­la ri­cer­ca sul cer­vel­lo so­no pri­mi­ti­vi quan­to « un fi­lo che col­le­ga due bic­chie­ri di car­ta». Co­sì John­son non ha idea se sia­no cen­to, cen­to­mi­la, o 10 mi­liar­di i neu­ro­ni che con­trol­la­no le fun­zio­ni ce­re­bra­li com­ples­se. È più vi­ci­no, in­som­ma, a ca­pi­re l’al­fa­be­to del fun­zio­na­men­to dei neu­ro­ni e dei co­di­ci che uti­liz­za­no per co­mu­ni­ca­re, che a de­co­di­fi­car­ne la gram­ma­ti­ca. E tra­scor­re­ran­no an­ni o de­cen­ni pri­ma che quei mi­ste­ri sia­no ri­sol­ti, am­mes­so che lo sa­ran­no mai. Co­me se non ba­stas­se, John­son non ha al­cu­na for­ma­zio­ne scien­ti­fi­ca. Il che po­ne il suo pie­de sul­la buc­cia di ba­na­na di una vec­chia fred­du­ra che cir­co­la ne­gli am­bien­ti del­le neu­ro­scien­ze: «Se il cer­vel­lo fos­se ab­ba­stan­za sem­pli­ce da es­se­re com­pre­so da noi, sa­rem­mo trop­po stu­pi­di per com­pren­der­lo».

Non ho bi­so­gno del­la te­le­pa­tia per sa­pe­re che co­sa sta­te pen­san­do in que­sto mo­men­to: non c’è nul­la di più

no­io­so dei gran­di so­gni dei tec­not­ti­mi­sti. I loro pro­get­ti di vi­ta eter­na e na­zio­ni li­ber­ta­rie che gal­leg­gia­no su­gli oceani so­no fan­ta­sie ado­le­scen­zia­li; la loro ri­vo­lu­zio­ne di­gi­ta­le sem­bra di­strug­ge­re più la­vo­ri di quan­ti ne pos­sa crea­re e an­che i frut­ti dei loro pa­dri scien­ti­fi­ci non so­no esat­ta­men­te in­co­rag­gian­ti, ge­ne­re “pros­si­ma­men­te su que­sti scher­mi, dai crea­to­ri del­le ar­mi nu­clea­ri...”. Ma le mo­ti­va­zio­ni di John­son af­fon­da­no in un luo­go pro­fon­do e sor­pren­den­te­men­te sen­si­bi­le. Nato in una co­mu­ni­tà di mor­mo­ni de­vo­ti nel­lo Utah, ha tra­scor­so la pri­ma par­te del­la sua vi­ta a os­ser­var­ne i ri­gi­di prin­ci­pi. La sua cre­sci­ta spi­ri­tua­le pre­ve­de­va, a fi­ne li­ceo, una mis­sio­ne in Ecua­dor, do­ve con le sue pre­di­che avreb­be do­vu­to con­vin­ce­re bam­bi­ni am­ma­la­ti e af­fa­ma­ti che avrebbero avu­to una vi­ta mi­glio­re in pa­ra­di­so. Se­con­do sua so­rel­la, tor­nò da quell’espe­rien­za con l’idea di di­ven­ta­re mi­lio­na­rio en­tro i trent’an­ni e usa­re i soldi ac­cu­mu­la­ti per cam­bia­re il mon­do. Non fu tan­to sem­pli­ce, e John­son do­vet­te pas­sa­re at­tra­ver­so l’ab­ban­do­no del­la chie­sa mor­mo­ne, un di­vor­zio e diversi pro­get­ti fal­li­men­ta­ri pri­ma di ap­pro­da­re al suc­ces­so di Brain­tree e, so­prat­tut­to, ar­ri­va­re all’in­tui­zio­ne che, se i pro­ble­mi di fondo dell’uma­ni­tà ini­zia­no tut­ti nel­la men­te dell’uo­mo, so­no le nostre men­ti quel­le che dob­bia­mo cam­bia­re.

Co­se fan­ta­sti­che sta­va­no ac­ca­den­do nel­le neu­ro­scien­ze. Al­cu­ne di que­ste sem­bra­va­no mi­ra­co­li del­la Bib­bia: con gam­be ar­ti­fi­cia­li con­trol­la­te dal pen­sie­ro e mi­cro­chip con­nes­si al­la cor­tec­cia vi­si­va, gli scien­zia­ti sta­va­no im­pa­ran­do ad aiutare gli zop­pi a cam­mi­na­re e i cie­chi a ve­de­re. Al­la Uni­ver­si­ty of To­ron­to, il neu­ro­chi­rur­go An­dres Lo­za­no ral­len­tò, e in al­cu­ni ca­si bloc­cò, il de­cli­no co­gni­ti­vo dei pa­zien­ti ma­la­ti di Al­z­hei­mer uti­liz­zan­do la sti­mo­la­zio­ne ce­re­bra­le pro­fon­da. In un ospe­da­le nel­la par­te set­ten­trio­na­le del­lo Sta­to di New York, il neu­ro­tec­no­lo­go Ger­win Schalk chie­se ad al­cu­ni in­ge­gne­ri in­for­ma­ti­ci di re­gi­stra­re i pat­tern di at­ti­va­zio­ne dei neu­ro­ni udi­ti­vi di persone che ascol­ta­va­no i Pink Floyd. Quan­do gli in­ge­gne­ri tra­sfor­ma­ro­no que­sti pat­tern in on­de so­no­re, pro­dus­se­ro un singolo che suo­na­va qua­si esat­ta­men­te co­me Ano­ther Brick in the Wall. Al­la Uni­ver­si­ty of Wa­shing­ton, due pro­fes­so­ri che si tro­va­va­no in edi­fi­ci diversi gio­ca­ro­no in­sie­me a un vi­deo­ga­me con l’aiuto di cap­pel­li­ni per l’elet­troen­ce­fa­lo­gra­fia che emet­te­va­no im­pul­si elet­tri­ci: quan­do un pro­fes­so­re pen­sa­va di spa­ra­re pro­iet­ti­li di­gi­ta­li, l’al­tro sen­ti­va uno sti­mo­lo a pre­me­re il pul­san­te di fuo­co.

John­son ave­va sen­ti­to par­la­re an­che di un in­ge­gne­re biome­di­co di no­me Theo­do­re Ber­ger. Du­ran­te qua­si un ven­ten­nio di ri­cer­ca, Ber­ger e i suoi col­la­bo­ra­to­ri all’Usc e al­la Wa­ke Fo­re­st Uni­ver­si­ty ave­va­no svi­lup­pa­to una neu­ro­pro­te­si per mi­glio­ra­re la me­mo­ria dei to­pi. Quan­do, nel 2002, co­min­ciò a te­star­la, non sem­bra­va un gran­ché: una fet­ti­na di cer­vel­lo di rat­to e un chip in­for­ma­ti­co. Ma il chip con­te­ne­va un al­go­rit­mo in gra­do di tra­dur­re i pat­tern di at­ti­va­zio­ne neu­ro­na­le in una sor­ta di co­di­ce mor­se che cor­ri­spon­de­va ai ricordi rea­li. Nes­su­no ave­va mai fatto nul­la del ge­ne­re pri­ma, e al­cu­ne persone tro­va­ro­no l’idea stes­sa of­fen­si­va: è co­sì smi­nuen­te immaginare i no­stri pen­sie­ri più pre­zio­si ri­dot­ti a una se­quen­za di ze­ri e uno. Emi­nen­ti esper­ti di eti­ca me­di­ca ac­cu­sa­ro­no Ber­ger di gio­ca­re con l’es­sen­za stes­sa dell’iden­ti­tà. Ma le im­pli­ca­zio­ni era­no enor­mi: se Ber­ger era ca­pa­ce di tra­sfor­ma­re il lin­guag­gio del cer­vel­lo in un co­di­ce, al­lo­ra for­se avreb­be po­tu­to in­di­vi­dua­re un mo­do per “ag­giu­sta­re” la par­te di co­di­ce as­so­cia­ta al­le ma­lat­tie neu­ro­lo­gi­che.

Nei to­pi, co­me ne­gli uo­mi­ni, i pat­tern di at­ti­va­zio­ne dell’ip­po­cam­po ge­ne­ra­no un se­gna­le o co­di­ce che, in qual­che mo­do, il cer­vel­lo ri­co­no­sce co­me me­mo­ria a lun­go ter­mi­ne. Ber­ger ad­de­strò un grup­po di to­pi a ese­gui­re un com­pi­to e stu­diò i co­di­ci che i loro cer­vel­li for­ma­va­no. Ap­pre­se co­sì che i to­pi ri­cor­da­va­no me­glio un com­pi­to quan­do i loro neu­ro­ni in­via­va­no un “co­di­ce for­te”, un po’ quel­lo che ac­ca­de con un se­gna­le ra­dio: a un vo­lu­me bas­so non sen­ti­te tut­te le pa­ro­le, ma a un vo­lu­me al­to ogni co­sa si per­ce­pi­sce chia­ra­men­te. Stu­diò poi le dif­fe­ren­ze nei co­di­ci ge­ne­ra­ti dai to­pi quan­do ri­cor­da­va­no cor­ret­ta­men­te di fa­re qual­co­sa e quan­do lo di­men­ti­ca­va­no. Nel 2011, at­tra­ver­so un espe­ri­men­to in­no­va­ti­vo con­dot­to su to­pi ad­de­stra­ti a spin­ge­re una le­vet­ta, di­mo­strò di po­ter re­gi­stra­re i co­di­ci ini­zia­li dei ricordi, in­se­rir­li in un al­go­rit­mo e poi in­via­re in­die­tro nei cer­vel­li dei to­pi co­di­ci più for­ti. Quan­do eb­be ter­mi­na­to, i to­pi che ave­va­no di­men­ti­ca­to co­me spin­ge­re la le­va, im­prov­vi­sa­men­te lo ri­cor­da­ro­no di nuovo.

Cin­que an­ni do­po, Ber­ger era an­co­ra al­la ri­cer­ca di fi­nan­zia­men­ti per ini­zia­re la ri­cer­ca su­gli es­se­ri uma­ni. Fu al­lo­ra che si pre­sen­tò John­son, che gli an­nun­ciò che avreb­be im­pe­gna­to cen­to mi­lio­ni del suo pa­tri­mo­nio per crea­re Ker­nel, so­cie­tà del­la qua­le Ber­ger sa­reb­be di­ven­ta­to di­ret­to­re scien­ti­fi­co. Quan­do ven­ne a co­no­scen­za dell’idea dell’Usc di im­pian­ta­re ca­vi nel cer­vel­lo di Lau­ren Dic­ker­son per com­bat­te­re la sua epi­les­sia, John­son con­tat­tò Char­les Liu, ca­po del pre­sti­gio­so re­par­to di neu­ro-ri­ge­ne­ra­zio­ne del­la fa­col­tà di me­di­ci­na dell’Usc e me­di­co re­spon­sa­bi­le dell’espe­ri­men­to Dic­ker­son. Gli chie­se il per­mes­so di te­sta­re l’al­go­rit­mo su Lau­ren men­tre ave­va i ca­vi di Liu in­fi­la­ti nell’ip­po­cam­po – ov­via­men­te, du­ran­te l’in­ter­val­lo tra una se­du­ta di la­vo­ro e l’al­tra

di Liu. Liu ave­va ini­zia­to a so­gna­re di espan­de­re i po­te­ri uma­ni con la tec­no­lo­gia fin da ra­gaz­zi­no, do­po aver vi­sto L’uo­mo da sei mi­lio­ni di dollari. Aiu­tò dun­que John­son a ot­te­ne­re il con­sen­so di Lau­ren e a con­vin­ce­re il con­si­glio di ri­cer­ca isti­tu­zio­na­le dell’Usc ad ap­pro­va­re l’espe­ri­men­to. Al­la fi­ne del 2016, John­son eb­be se­ma­fo­ro ver­de. Era pron­to a ini­zia­re il suo pri­mo espe­ri­men­to su un es­se­re uma­no.

Den­tro la sua stan­za d’ospe­da­le, Lau­ren sta aspet­tan­do che l’espe­ri­men­to ab­bia ini­zio e io le chie­do co­me si sen­ta a es­se­re una ca­via uma­na. «Se de­vo sta­re qua den­tro», mi risponde, «pre­fe­ri­sco fa­re qual­co­sa di uti­le». Uti­le? Que­sto so­gno in­ge­nuo di su­pe­ruo­mi­ni cy­borg? «Lo sa, vero, che John­son sta ten­tan­do di ren­de­re gli es­se­ri uma­ni più in­tel­li­gen­ti?», mi di­ce. «Non è straor­di­na­rio?». Chie­do a uno de­gli scien­zia­ti se­du­ti ai computer qual­che de­lu­ci­da­zio­ne sul­la gri­glia mul­ti­co­lo­re che ap­pa­re sul­lo scher­mo. «Cia­scu­no di que­sti qua­dra­ti è un elet­tro­do im­pian­ta­to nel cer­vel­lo», mi spie­ga. Ogni vol­ta che un neu­ro­ne si av­vi­ci­na a uno dei fi­li im­pian­ta­ti nel cer­vel­lo di Lau­ren, spri­gio­na una linea ro­sa che sal­ta nel­la ca­sel­la di per­ti­nen­za. La squa­dra di John­son si pre­pa­ra a co­min­cia­re con semplici te­st di me­mo­ria. «Ti ver­ran­no mo­stra­te al­cu­ne pa­ro­le», la istrui­sce lo scien­zia­to. «E in se­gui­to al­cu­ni pro­ble­mi ma­te­ma­ti­ci, per es­se­re si­cu­ri che tu non con­ti­nui a ri­pe­te­re quel­le pa­ro­le nel­la men­te. Cer­ca di ri­cor­da­re il mag­gior nu­me­ro pos­si­bi­le di pa­ro­le».

Uno de­gli scien­zia­ti pas­sa a Lau­ren un tablet e tut­ti si zit­ti­sco­no. Lei fis­sa lo scher­mo, leg­ge le pa­ro­le. Po­chi mi­nu­ti più tar­di, do­po che i pro­ble­mi ma­te­ma­ti­ci le han­no in­gar­bu­glia­to la men­te, cer­ca di ri­cor­da­re quel­lo che ave­va let­to. «Fu­mo... uo­va... fan­go... per­la ».

Do­po pas­sa­no a qual­co­sa di più com­pli­ca­to: un grup­po di ricordi in se­quen­za. Co­me mi spie­ga uno de­gli scien­zia­ti di Ker­nel, loro possono rac­co­glie­re so­la­men­te i da­ti pro­ve­nien­ti dai fi­li con­nes­si a tren­ta o qua­ran­ta neu­ro­ni. Una sin­go­la im­ma­gi­ne non sa­reb­be trop­po dif­fi­ci­le da ri­co­strui­re, ma ri­ce­ve­re da­ti suf­fi­cien­ti a ri­pro­dur­re ricordi che si di­sten­do­no co­me la sce­na di un film è pro­ba­bil­men­te im­pos­si­bi­le.

Se­du­to a fian­co del let­to di Lau­ren, uno scien­zia­to di Ker­nel rac­co­glie la sfi­da. «Puoi dir­mi l’ul­ti­ma vol­ta che sei an­da­ta al ri­sto­ran­te?».

«Pro­ba­bil­men­te è sta­to cin­que o sei gior­ni fa », risponde Lau­ren. «So­no an­da­ta a un mes­si­ca­no a Mis­sion Hills. Ab­bia­mo man­gia­to un muc­chio di pa­ta­ti­ne e gua­ca­mo­le».

Lui la sol­le­ci­ta a ri­cor­da­re più det­ta­gli. Men­tre lei sca­va nel­la me­mo­ria, un al­tro scien­zia­to di Ker­nel mi al­lun­ga del­le cuf­fie col­le­ga­te al­la fila di computer. Tut­to ciò che rie­sco a per­ce­pi­re ini­zial­men­te è un si­bi­lo. Do­po ven­ti o tren­ta se­con­di, sen­to uno scop­pio. «È un neu­ro­ne che si ac­cen­de», mi di­ce. Men­tre Lau­ren con­ti­nua a ri­cor­da­re, io re­sto in ascol­to del mi­ste­rio­so lin­guag­gio del cer­vel­lo, del­le pic­co­le esplo­sio­ni che muo­vo­no le nostre gam­be e in­ne­sca­no i no­stri so­gni. Lei pen­sa al­lo shop­ping in un grande ma­gaz­zi­no e all’ul­ti­ma vol­ta che ha pio­vu­to, e io sen­to i suo­ni che il cer­vel­lo pro­du­ce nel rie­vo­car­li.

Quan­do le pal­pe­bre di Lau­ren ini­zia­no a chiu­der­si, la squa­dra me­di­ca di­ce che è ab­ba­stan­za e gli uo­mi­ni di John­son ini­zia­no a sba­rac­ca­re. Nei gior­ni se­guen­ti, il loro al­go­rit­mo tra­sfor­ma l’at­ti­vi­tà si­nap­ti­ca di Lau­ren in un co­di­ce. Se i co­di­ci che rein­vie­ran­no nel suo cer­vel­lo la fa­ran­no pen­sa­re a tuf­fa­re qual­che pa­ta­ti­na nel gua­ca­mo­le, John­son po­treb­be tro­var­si più vi­ci­no al­la ri­pro­gram­ma­zio­ne di quel­lo che lui chiama “il sistema ope­ra­ti­vo del mon­do”.

Ma at­ten­zio­ne, c’è un’al­tra buc­cia di ba­na­na: do­po due gior­ni di fre­ne­ti­ca co­di­fi­ca­zio­ne, la squa­dra di John­son tor­na in ospe­da­le per in­via­re il co­di­ce rie­la­bo­ra­to nel cer­vel­lo di Lau­ren. Pro­prio a un pas­so dalla con­fer­ma a pro­ce­de­re, pe­rò, ar­ri­va un mes­sag­gio: è fi­ni­ta. L’espe­ri­men­to è sta­to mes­so in “at­te­sa am­mi­ni­stra­ti­va”. L’uni­ca ra­gio­ne che l’Usc ha in se­gui­to for­ni­to è un di­sac­cor­do tra John­son e Ber­ger. Que­st’ultimo mi avreb­be det­to più avanti di non es­se­re sta­to mes­so a co­no­scen­za del fatto che l’espe­ri­men­to fos­se in cor­so e che John­son l’ave­va ini­zia­to sen­za il suo per­mes­so. John­son, dal can­to suo, si di­chia­rò stu­pi­to dal­le accuse di Ber­ger. «Non ca­pi­sco co­me po­tes­se non es­se­re in­for­ma­to. Sta­va­mo la­vo­ran­do con tut­to il la­bo­ra­to­rio, con tut­ta la sua squa­dra ». L’uni­ca co­sa sul­la qua­le en­tram­bi con­cor­da­no è che da lì a po­co il loro rap­por­to si rup­pe e Ber­ger ab­ban­do­nò la so­cie­tà por­tan­do­si die­tro il suo al­go­rit­mo, fa­cen­do ri­ca­de­re l’in­te­ra re­spon­sa­bi­li­tà del­la rot­tu­ra su John­son. «Co­me la mag­gior par­te de­gli in­ve­sti­to­ri, vo­le­va un’al­ta per­cen­tua­le di ri­tor­no il pri­ma pos­si­bi­le. Non si ren­de­va con­to che avreb­be do­vu­to aspet­ta­re set­te o ot­to an­ni per ot­te­ne­re l’ap­pro­va­zio­ne del­la Fda: pen­sa­vo lo aves­se mes­so in con­to». Ma John­son non ave­va nes­su­na in­ten­zio­ne di ral­len­ta­re. Ave­va pia­ni più gran­di e ave­va fret­ta.

Ot­to me­si più tar­di, tor­nai in Ca­li­for­nia per ve­de­re do­ve fos­se fi­ni­to John­son. Sem­bra­va più ri­las­sa­to. Sul­la la­va­gna bian­ca die­tro la sua scri­va­nia, nei nuo­vi uf­fi­ci di Ker­nel a Los An­ge­les, qual­cu­no ave­va sca­ra­boc­chia­to a gran­di lettere una play­li­st di can­zo­ni. «È sta­to mio fi­glio», di­ce. «Ha fatto lo sta­ge qui que­st’esta­te». John­son è fi­dan­za­to da un an­no con Ta­ryn Sou­thern, 31en­ne scrit­tri­ce, can­tan­te e pro­dut­tri­ce ci­ne­ma­to­gra­fi­ca dal di­scre­to se­gui­to. Do­po la rot­tu­ra con Ber­ger, ha tri­pli­ca­to il suo staff – ades­so i di­pen­den­ti so­no tren­ta­sei – ag­giun­gen­do esper­ti in cam­pi qua­li chip de­si­gn e neu­ro­scien­ze com­pu­ta­zio­na­li. Il suo nuovo con­si­glie­re scien­ti­fi­co è Ed Boy­den, di­ret­to­re del Syn­the­tic neu­ro­bio­lo­gy group del Mit e star ac­cla­ma­ta del mon­do del­le neu­ro­scien­ze. Nel se­min­ter­ra­to dell’edi­fi­cio, c’è un la­bo­ra­to­rio da dot­tor Fran­ken­stein nel qua­le gli scien­zia­ti rea­liz­za­no pro­to­ti­pi e li col­lau­da­no su teste di ve­tro. Quan­do mi sem­bra ar­ri­va­to il mo­men­to, gli but­to lì: « Ave­vi det­to che vo­le­vi mo­strar­mi qual­co­sa?». John­son esi­ta. Ho già promesso di non ri­ve­la­re det­ta­gli sen­si­bi­li, ma de­vo far­lo di nuovo. So­lo a quel pun­to, mi pas­sa due pic­co­le sca­to­le di pla­sti­ca. Al loro in­ter­no, un pa­io di pic­co­li fi­li ser­peg­gian­ti, po­sa­ti su un let­to di gom­ma­piu­ma. Han­no un aspet­to scien­ti­fi­co, ma an­che stra­na­men­te bio­lo­gi­co, co­me le an­ten­ne di un qual­che fu­tu­ri­sti­co ro­bot-in­set­to.

Quel­li che sto fis­san­do so­no i pro­to­ti­pi del nuo­vis­si­mo neu­ro­mo­du­la­to­re di John­son. A una pri­ma oc­chia­ta, sem­bra­no sem­pli­ce­men­te una ver­sio­ne mol­to più pic­co­la di sti­mo­la­to­ri ce­re­bra­li e al­tri neu­ro­mo­du­la­to­ri già sul mercato. A dif­fe­ren­za di un ti­pi­co sti­mo­la­to­re, pe­rò, che si li­mi­ta a lan­cia­re im­pul­si elet­tri­ci, quel­lo di John­son è pro­get­ta­to per leg­ge­re i se­gna­li che i neu­ro­ni in­via­no agli al­tri neu­ro­ni – e non so­lo i cen­to neu­ro­ni al mas­si­mo che gli stru­men­ti at­tua­li so­no in gra­do di rac­co­glie­re, ma for­se mol­ti di più. Que­sto sa­reb­be un pro­gres­so enor­me di per sé, ma le im­pli­ca­zio­ni so­no an­co­ra mag­gio­ri: con il neu­ro­mo­du­la­to­re di John­son, gli scien­zia­ti po­treb­be­ro rac­co­glie­re da­ti ce­re­bra­li da mi­glia­ia di pa­zien­ti, con l’obiet­ti­vo di scri­ve­re co­di­ci pre­ci­si per trat­ta­re un’enor­me va­rie­tà di ma­lat­tie neu­ro­lo­gi­che.

Nel bre­ve ter­mi­ne, John­son spera che il suo neu­ro­mo­du­la­to­re pos­sa aiu­tar­lo a «ot­ti­miz­za­re la corsa all’oro» nel­la neu­ro­tec­no­lo­gia – gli ana­li­sti fi­nan­zia­ri pre­ve­do­no un mercato da 27 mi­liar­di di dollari per i di­spo­si­ti­vi neu­ra­li nel gi­ro di sei an­ni, e paesi di ogni par­te del mon­do stanno in­ve­sten­do mi­liar­di nel­la corsa a osta­co­li per de­co­di­fi­ca­re il cer­vel­lo. Nel lun­go ter­mi­ne, John­son ri­tie­ne che il suo neu­ro­mo­du­la­to­re ca­pa­ce di leg­ge­re i se­gna­li farà pro­gre­di­re i suoi pro­get­ti più am­bi­zio­si in due mo­di: (1) for­nen­do ai neu­ro­scien­zia­ti un nuovo te­so­ro di da­ti da uti­liz­za­re per de­co­di­fi­ca­re il fun­zio­na­men­to del cer­vel­lo; (2) ge­ne­ran­do gli enor­mi pro­fit­ti ne­ces­sa­ri a Ker­nel per av­via­re un flus­so sta­bi­le di stru­men­ti neu­ra­li in­no­va­ti­vi e red­di­ti­zi, che per­met­te­ran­no al­la so­cie­tà di es­se­re in­sie­me sol­ven­te e con­nes­sa con qual­sia­si no­vi­tà nell’am­bi­to del­la nuo­va neu­ro­scien­za. Ot­te­nu­ti que­sti due risultati, John­son può sta­re a guar­da­re e at­ten­de­re fi­no a quan­do la neu­ro­scien­za non rag­giun­ge­rà il li­vel­lo di so­fi­sti­ca­tez­za che gli ser­ve per far de­col­la­re l’evo­lu­zio­ne uma­na con neu­ro­pro­te­si in gra­do di mi­glio­ra­re le pre­sta­zio­ni del­la men­te.

Liu, il neu­ro­lo­go con i so­gni di Un uo­mo da sei mi­lio­ni di dollari, pa­ra­go­na le am­bi­zio­ni di John­son al volo. «Dai tem­pi di Ica­ro, gli es­se­ri uma­ni han­no sem­pre de­si­de­ra­to volare. Non ci cre­sco­no le ali, co­sì co­struia­mo ae­ro­pla­ni. E mol­to spes­so le nostre so­lu­zio­ni han­no ca­pa­ci­tà per­si­no mag­gio­ri di quel­le crea­te dalla na­tu­ra: nessun uc­cel­lo è mai vo­la­to su Marte». Ma ora che l’uma­ni­tà sta im­pa­ran­do a ri­pro­get­ta­re le pro­prie ca­pa­ci­tà, po­tre­mo dav­ve­ro sce­glie­re co­me evol­ve­re. «Dob­bia­mo co­min­cia­re ad abi­tua­re le nostre men­ti a que­sta even­tua­li­tà. Sa­rà la co­sa più ri­vo­lu­zio­na­ria di sem­pre». L’in­gre­dien­te de­ci­si­vo è l’obiet­ti­vo del pro­fit­to, che da sem­pre ac­ce­le­ra l’in­no­va­zio­ne scien­ti­fi­ca. È per que­sto che Liu pen­sa che sa­rà pro­prio John­son a dar­ci le ali. «Non ho mai in­con­tra­to nes­su­no con al­tret­tan­ta an­sia di por­ta­re tut­to que­sto sul mercato», af­fer­ma. Quan­do si com­pi­rà que­sta ri­vo­lu­zio­ne? «Mol­to pri­ma di quel che lei pos­sa pen­sa­re», risponde Liu.

È il mo­men­to di tor­na­re al pun­to dal qua­le era­va­mo par­ti­ti. John­son è un pazzo? Sta sol­tan­to per­den­do tem­po e dis­si­pan­do il pro­prio pa­tri­mo­nio die­tro a un so­gno folle? Una co­sa è cer­ta: John­son non smet­te­rà mai di cer­ca­re di mi­glio­ra­re il mon­do. Nel­la casa mo­der­na e im­ma­co­la­ta che ha af­fit­ta­to a Ve­ni­ce Bea­ch sfor­na un’idea die­tro l’al­tra. Pren­de per­si­no lo scet­ti­ci­smo co­me un’in­for­ma­zio­ne uti­le, e si en­tu­sia­sma quan­do gli di­co che la sua magica neu­ro­pro­te­si so­mi­glia a un’al­tra ver­sio­ne del pa­ra­di­so dei mor­mo­ni. «Ot­ti­ma os­ser­va­zio­ne! Mi pia­ce!». Non è mai sa­zio di da­ti. Cer­ca di spre­me­re an­che i miei. Qua­li so­no i miei obiet­ti­vi? I miei rim­pian­ti? Le co­se

che mi piac­cio­no? I miei dub­bi?

«Lei ha que­sta pre­di­spo­si­zio­ne bio­lo­gi­ca al­la cu­rio­si­tà. Vuole da­ti. E quan­do im­pie­ga quei da­ti, ap­pli­ca una se­rie di li­mi­ti al loro si­gni­fi­ca­to». «Sta cer­can­do di hac­ke­rar­mi?», chie­do. As­so­lu­ta­men­te no, mi tran­quil­liz­za. Vuole so­lo che con­di­vi­dia­mo i no­stri al­go­rit­mi. «È la par­te di­ver­ten­te del­la vi­ta », di­ce. «Que­sto in­fi­ni­to cer­ca­re di scio­glie­re l’enig­ma. E io pen­so: “E se po­tes­si­mo ren­de­re il tra­sfe­ri­men­to di da­ti un mi­glia­io di vol­te più ve­lo­ce? Se la mia co­scien­za ve­des­se so­lo una fra­zio­ne del­la real­tà? Qua­le ge­ne­re di sto­rie ci rac­con­te­rem­mo?”» .

Nel suo tem­po li­be­ro, John­son sta scri­ven­do un li­bro su co­me pren­de­re il con­trol­lo dell’evo­lu­zio­ne uma­na e guar­da­re il la­to po­si­ti­vo del no­stro futuro di uma­noi­di mu­tan­ti. Lo sot­to­li­nea ogni vol­ta che par­lo con lui. Per mol­to tem­po, ho as­so­cia­to que­sta ri­fles­sio­ne al­le sue idee sul­la ri­pro­gram­ma­zio­ne del sistema ope­ra­ti­vo del mon­do: il futuro sta ar­ri­van­do più ve­lo­ce­men­te di quan­to chiun­que pos­sa immaginare, il no­stro glo­rio­so futuro di­gi­ta­le ci chiama, l’ec­ce­zio­na­li­tà è co­sì dan­na­ta­men­te vi­ci­na che do­vrem­mo già ap­plau­dir­la – un im­bo­ni­men­to che mi ir­ri­ta sem­pre ol­tre i li­mi­ti di guardia. Ma que­sta vol­ta ho vo­glia di ap­pro­fon­di­re: «In che mo­do risponde al­le pau­re sol­le­va­te da Ted Kac­zyn­ski? All’ar­go­men­to che la tec­no­lo­gia è un pro­gres­so si­mi­le al can­cro che fi­ni­rà per man­gia­re se stes­sa?». «Di­rei che po­ten­zial­men­te si col­lo­ca sul ver­san­te sba­glia­to del­la sto­ria ». «Dav­ve­ro? Va­le an­che per il cam­bia­men­to cli­ma­ti­co?». «È per que­sto che ho tan­ta fret­ta», risponde. «Siamo im­pe­gna­ti in una corsa con­tro il tem­po». Mi chie­de qua­le sia la mia opinione. Gli di­co che pen­so che sta­rà an­co­ra la­vo­ran­do su cer­vel­lo­ni cy­borg quan­do or­de af­fa­ma­te di un pia­ne­ta sac­cheg­gia­to di­strug­ge­ran­no il suo la­bo­ra­to­rio in cer­ca di ci­bo, e per la pri­ma vol­ta ve­do tra­spa­ri­re, die­tro il suo ot­ti­mi­smo, un po’ d’an­go­scia. La ve­ri­tà è che an­che lui ha le stes­se pau­re. Il mon­do è di­ven­ta­to trop­po com­ples­so, di­ce. Il sistema fi­nan­zia­rio tra­bal­la, la po­po­la­zio­ne in­vec­chia, i ro­bot vo­glio­no i no­stri la­vo­ri, l’in­tel­li­gen­za ar­ti­fi­cia­le gua­da­gna ter­re­no e il cam­bia­men­to cli­ma­ti­co è al­le por­te. «Sem­bra tut­to fuo­ri con­trol­lo», af­fer­ma.

Ave­va già evo­ca­to que­ste idee di­sto­pi­che pri­ma, ma sol­tan­to co­me pre­lu­dio al suo di­scor­set­to im­bo­ni­to­re. Que­sta vol­ta sem­bra più vi­ci­no al­la sup­pli­ca. « Per­ché non ac­co­glia­mo l’idea di una evo­lu­zio­ne au­to­di­ret­ta? Per­ché non fac­cia­mo tut­to quel­lo che pos­sia­mo per adat­tar­ci più ra­pi­da­men­te?».

Mi spo­sto su un te­ma più al­le­gro. Se mai do­ves­se rea­liz­za­re una neu­ro­pro­te­si per ri­vo­lu­zio­na­re il mo­do in cui usia­mo il no­stro cer­vel­lo, qua­le su­per­po­te­re ci da­reb­be per pri­mo? La te­le­pa­tia? La men­te col­let­ti­va? L’ap­pren­di­men­to istan­ta­neo del kung fu?

Risponde sen­za esi­ta­zio­ne. Da­to che il no­stro mo­do di pen­sa­re è tan­to li­mi­ta­to da ciò che è fa­mi­lia­re, di­ce, non siamo in gra­do di immaginare un mon­do nuovo che non sia sem­pli­ce­men­te un’al­tra ver­sio­ne del mon­do che co­no­scia­mo. Ma dob­bia­mo immaginare qual­co­sa di mol­to mi­glio­re. Per­ciò cer­che­reb­be di ren­der­ci più crea­ti­vi, il che por­reb­be tut­to den­tro una nuo­va cor­ni­ce.

Un’am­bi­zio­ne co­me que­sta può ri­chie­de­re un lun­go cam­mi­no, ma le am­bi­zio­ni di John­son pun­ta­no drit­to al cuo­re del so­gno più an­ti­co dell’uma­ni­tà: tra­sfor­ma­re il cer­vel­lo da sistema ope­ra­ti­vo in en­ti­tà d’il­lu­mi­na­zio­ne spi­ri­tua­le. Hac­ke­ran­do i no­stri cer­vel­li, vuole ren­der­ci una par­te del tut­to.

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