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Storia di una madre che no

Intervista alla regista Alessandra Müller sul set del film ‘Barbara adesso’ Il film, iniziato anni fa, racconta la storia di una donna che, non sentendosi pronta a essere madre, lascia la figlia e il compagno

- Di Ivo Silvestro

La troupe inizia ad allestire il set. «La steadycam parte da lì, poi si sposta fino a qui… mi sa che voi dovete spostarvi», «va bene montata qui la camera o mi metto più in là?». Alcuni passanti si fermano incuriosit­i, mentre pian piano arrivano i vari attori e la regista inizia a dare le prime indicazion­i: «Tu se il centro, devi restare ferma… mentre tu, tu le giri intorno inquieto, come un leone in gabbia». Siamo nel parco di Villa Saroli a Lugano, dove qualche giorno fa Alessandra Müller ha girato alcune scene di ‘Barbara adesso’, lungometra­ggio prodotto da Amka e Rsi con Cristina Zamboni, Margherita Coldesina e Giuliano Gavin. Riprese in corso, quindi, per un progetto «che stiamo portando avanti da quattro anni» Così tanto? «Un paio di anni fa pensavamo di essere pronti a girarlo», spiega la regista, ma poi si è dovuto rimandare, perché non è semplice trovare i finanziame­nti. E proprio per non rimanere bloccati dalla scarsità di fondi «abbiamo deciso di cercare delle storie che fossero ambiziose nel modo di raccontarl­e ma che non richiedess­ero infrastrut­ture pazzesche». Adesso le riprese, e poi? «A novembre dovremmo avere una prima versione del film, un’anteprima che ci piacerebbe iniziare a far vedere in giro, per capire se c’è da aggiustare ancora qualcosa» prosegue Alessandra Müller. E poi, la distribuzi­one nelle sale che «non è semplice, la speranza è entrare in uno dei festival di serie A per farlo circolare… dovremo trovare una strategia che magari punti anche al web, dando alle persone uno spazio per discutere del film».

‘Mi interessa capire che cosa accade se non ci si sente tagliati per questo ruolo’

Perché ‘Barbara adesso’ affronta un tema che certamente fa discutere e, soprattutt­o mette in discussion­e: le difficoltà della vita famigliare. La protagonis­ta, Barbara, è infatti «una madre abbandonan­te, una donna che ha avuto una figlia ma che si è resa conto che la maternità non è il suo ruolo e ha deciso di tirarsi fuori dal progetto famiglia» lasciando la figlia «al compagno che lei ritiene adeguato». Una situazione non così insolita: «Da quando lavoro a questo progetto, incontro sempre qualcuno che mi dice “ma è la mia storia”, perché abbandonat­o dalla madre oppure perché cresciuto da una donna diventata madre solo per dovere coniugale». Il film parte proprio da qui, da quel che accade dopo questo abbandono «seguendo come un doppio diario la vita di Barbara e del compagno, perché si sentono sempre le storie dal punto di vista

dei figli abbandonat­i, ma è difficile avere accesso a cosa vive una madre, a come ritrova il proprio posto» ed è anche interessan­te seguire «che cosa succede a lui, al compagno che si ritrova da solo a portare avanti questa avventura che immaginava di vivere in due». Un tema difficile. «Ho sentito molte persone

dire “ma è una cosa orrenda!”. Personalme­nte, io sono madre e ho questo “istinto materno”, ma mi interessa capire che cosa accade se una persona non ce l’ha, se non ci si sente tagliati per questo ruolo: che cosa fai, come puoi uscirne, che posto puoi riuscire a trovare?». C’è poi da dire che lei non abbandona la figlia in mezzo a una strada… «Lo si potrebbe anche vedere – ma qui secondo me è lo spettatore che deve rifletterc­i – come un atto di responsabi­lità: invece di restare lì, di buttare addosso alla figlia la propria inadeguate­zza, rischiando di lasciarle come un vuoto nella vita, si fa da parte».

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TI-PRESS/GABRIELE PUTZU La regista sul set nel parco di Villa Saroli a Lugano

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