Il bus di Na­ta­sha, le ba­dan­ti in sce­na al Tea­tro So­cia­le

Lo spet­ta­co­lo / De­but­ta al Tea­tro So­cia­le ‘Na­ta­sha ha pre­so il bus’, di Sa­ra Ros­si Gui­di­cel­li Fra il libro e le pro­ve a tea­tro, en­tria­mo con l’au­tri­ce nell’uni­ver­so del­le ba­dan­ti, don­ne con un no­me e una storia, da rac­con­ta­re...

laRegione - - Prima Pagina - di Clau­dio Lo Rus­so

Do­po la lau­rea in Lin­gua e let­te­ra­tu­ra rus­sa a Ve­ne­zia, do­po una sta­gio­ne di la­vo­ro e di vi­ta a Odes­sa, sul Mar Ne­ro in Ucrai­na, le im­pre­ve­di­bi­li tra­iet­to­rie del­la vi­ta han­no por­ta­to Sa­ra Ros­si a Li­vor­no. Qui, al­la ricerca di un even­tua­le punto di con­tat­to fra il mon­do che si la­scia­va al­le spal­le e quel­lo che an­da­va ad in­con­tra­re, si è im­bat­tu­ta in un bus: Odes­sa-Li­vor­no. Quel bus ne­gli an­ni l’ha se­gui­ta, con i vol­ti, le vo­ci e le sto­rie del­le per­so­ne che lo han­no pre­so, pie­ne di spe­ran­za e di ti­mo­re nel fu­tu­ro che le at­ten­de­va. Ne so­no co­sì sca­tu­ri­ti i pri­mi in­con­tri, le in­ter­vi­ste, l’idea di ri­por­tar­li e tra­sfi­gu­rar­li in un te­sto tea­tra­le in cui quel­le vo­ci di don­na si in­cro­cias­se­ro; e poi l’esi­gen­za di am­plia­re il tut­to in un libro in cui ac­co­glie­re ul­te­rio­ri pun­ti di vista sul­lo stes­so mon­do, quel­lo del­le ba­dan­ti che por­ta­no cu­ra e «amo­re co­me una vol­ta da Orien­te i car­ri ca­ri­chi di spe­zie». Stia­mo par­lan­do di ‘Na­ta­sha ha pre­so il bus’ (‘Na­ta­ša pren­de il bus’ nella ver­sio­ne nar­ra­ti­va, per le Edi­zio­ni Uli­vo), che gio­ve­dì 8 no­vem­bre de­but­te­rà al So­cia­le di Bel­lin­zo­na per la re­gia di Lau­ra Cu­ri­no, un mo­no­lo­go a più vo­ci in­ter­pre­ta­to da Ioa­na Bu­tu, con Da­nie­le Dell’Agno­la al­la fi­sar­mo­ni­ca. Do­po un po­me­rig­gio di pro­ve nella pe­nom­bra tie­pi­da del Tea­tro, Sa­ra va in­con­tro al­la lu­ce con il suo sor­ri­so e ci con­fi­da che «mi emo­zio­no co­me se non fos­si sta­ta io a scri­ver­lo». Nel libro, fra le al­tre, c’è Ali­na che è “qui da due an­ni e nes­su­no mi ha an­co­ra mai chie­sto com’è il po­sto in cui so­no cre­sciu­ta; chi c’è a ca­sa che mi aspet­ta; che co­sa fa­ce­vo pri­ma di es­se­re ba­dan­te?”. Nes­su­no che le ab­bia chie­sto chi è lei ve­ra­men­te? Que­sto for­se il punto di par­ten­za del tra­git­to di Sa­ra, an­zi­tut­to co­me gior­na­li­sta, nella quotidiani­tà del­le ba­dan­ti che sem­pre più ven­go­no a pre­sta­re cu­ra an­che nella Sviz­ze­ra ita­lia­na: «Lo­ro so­no del tut­to iden­ti­fi­ca­te con la lo­ro pro­fes­sio­ne, do­po il la­vo­ro non tor­na­no mai a ca­sa, al­la lo­ro vi­ta. È que­sta ap­pun­to la “sin­dro­me del­la ba­dan­te”: don­ne an­co­ra re­la­ti­va­men­te gio­va­ni che pas­sa­no il tem­po con una per­so­na an­zia­na, al chiu­so, sen­ten­do sem­pre le stes­se co­se e ri­pe­ten­do sem­pre gli stes­si ge­sti, sen­za la fa­mi­glia né una vi­ta so­cia­le. Tut­to per lo­ro è lon­ta­no, nel­lo spa­zio e nel tem­po. Ci so­no al­tri la­vo­ra­to­ri che pas­sa­no tan­to tem­po lon­ta­no da ca­sa, ma han­no at­tor­no a sé i col­le­ghi, che crea­no un grup­po. La ba­dan­te no, vi­ve sul po­sto di la­vo­ro, con il suo da­to­re di la­vo­ro». Sen­za di­men­ti­ca­re, pur in un con­te­sto in cui le con­di­zio­ni con­trat­tua­li so­no mi­glio­ra­te, l’equi­li­brio dif­fi­ci­le su cui si reg­ge que­sta relazione: «Ci so­no per­so­ne che han­no an­co­ra la “men­ta­li­tà del­la do­me­sti­ca”, per cui si dà per scon­ta­to che la per­so­na sia a di­spo­si­zio­ne sem­pre e per tut­to. Al con­tem­po nes­su­no vuo­le in ca­sa una per­so­na fred­da, ma qual­cu­no che cu­ri i pro­pri ge­ni­to­ri con af­fet­to: an­che que­sto può crea­re in­com­pren­sio­ni, te­nen­do con­to che la par­te più fra­gi­le è sem­pre la ba­dan­te».

Per­ché hai pen­sa­to an­zi­tut­to al te­sto tea­tra­le?

«Per la vo­ce, la sua for­za. Per­ché ho ascol­ta­to la pri­ma per­so­na che mi ha par­la­to, una don­na po­lac­ca. E la dif­fi­col­tà più gran­de per lei non era le­ga­ta tan­to al­le con­di­zio­ni con­trat­tua­li, ma al fat­to che nes­su­no le ave­va an­co­ra chie­sto chi era lei. Ho ca­pi­to co­sì che un ar­ti­co­lo di gior­na­le non mi ba­sta­va, ave­vo bi­so­gno di più per en­tra­re nella storia di que­ste per­so­ne». So­lo in se­gui­to è ar­ri­va­ta l’in­ti­mi­tà del libro – «un’ope­ra di nar­ra­ti­va», sep­pu­re a par­ti­re da in­con­tri rea­li, sot­to­li­nea l’au­tri­ce – in cui si so­vrap­pon­go­no al­tri pun­ti di vista: le fa­mi­glie che de­ci­do­no di af­fi­da­re a qual­cu­no i pro­pri an­zia­ni, i ba­da­ti, l’au­tri­ce stes­sa... Un po’ co­me «com­por­re un col­la­ge».

Da do­ve è sor­ta que­sta esi­gen­za?

«Più per­so­ne at­tor­no a me sta­va­no cer­can­do una ba­dan­te per una mam­ma o un pa­pà. Se per le no­stre non­ne era ov­vio pren­der­si in ca­sa gli an­zia­ni, la ge­ne­ra­zio­ne dei miei ge­ni­to­ri è sta­ta la pri­ma a con­fron­tar­si con un sen­so di col­pa, per­ché han­no de­si­de­ra­to dal­la vi­ta qual­co­sa di più che non fos­se sem­pre sa­cri­fi­car­si. Mi so­no re­sa con­to che in que­sto mon­do c’era­no più per­so­ne coin­vol­te, mi sem­bra­va giu­sto ascol­tar­le tut­te».

Ho ca­pi­to che un ar­ti­co­lo di gior­na­le non mi ba­sta­va, ave­vo bi­so­gno di più per en­tra­re nella storia di que­ste per­so­ne

L’au­tri­ce e in al­to Lau­ra Cu­ri­no

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