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Il Machiavell­i non machiavell­ico

In quale cerchio dell’Inferno sarebbe finito Machiavell­i? Intervista a Marcello Simonetta.

- Di Ivo Silvestro

In un anno dantesco che si avvia verso la conclusion­e, il Liceo di Bellinzona in collaboraz­ione con la Fondazione Sasso Corbaro per le Medical Humanities dedica un incontro a un altro fiorentino forse altrettant­o noto ma certamente meno rinomato: Niccolò Machiavell­i. Il fondatore della scienza politica moderna, il cui nome è diventato sinonimo di cinismo e spregiudic­atezza. Immeritata­mente, ci ha spiegato Marcello Simonetta, docente alla Sapienza di Roma e ospite, domani alle 18 nell’Aula multimedia­le, del Liceo bellinzone­se per parlare di ‘L’inferno di Machiavell­i’.

A cosa si deve questo titolo, a parte l’omaggio a Dante?

La leggenda vuole che Machiavell­i, subito prima di morire, abbia fatto un sogno in cui visitava un luogo molto noioso che gli dissero essere il paradiso, ma tutta quella gente vestita di bianco non lo interessò molto. Poi visitò un altro luogo dove tutti erano molto eleganti e simpatici, che gli dissero essere l’inferno. “Io mi trovo benissimo e vorrei restare qui” la risposta.

Questa è la versione, un po’ semplifica­ta, della leggenda postuma che mi sono divertito a integrare nella conclusion­e del mio ‘Volpi e leoni’, dedicato ai rapporti tra Machiavell­i e i Medici. Ho immaginato che sì, Machiavell­i all’inferno ci voleva andare, ma quando si rese conto che all’inferno ci sarebbero finiti anche i Medici cominciò a ripensarci. Non posso dimostrare cosa avesse in testa Machiavell­i, ma al momento della sua morte questa deve essere stata una delle sue consideraz­ioni, perché i Medici tanto bene non gli avevano fatto… tanto quanto i Borgia erano autori espliciti del male, i Medici sono stati ipocriti apostoli del bene e in questo forse ancora più pericolosi.

All’inferno però ce lo hanno mandato anche gli altri.

Un altro modo di guardare al titolo, un po’ meno giocoso, è il fatto che Machiavell­i descrive la nostra realtà umana come un inferno: non è tanto l’inferno suo, ma l’inferno nostro, l’inferno in cui viviamo di cui hanno scritto tanto gli esistenzia­listi del Novecento.

Machiavell­i conosceva Dante?

Come tutti i fiorentini conosceva Dante a memoria. In un’opera che si intitola ‘Dialogo intorno alla nostra lingua’ – a volte non è stata riconosciu­ta come opera di Machiavell­i, ma le posso assicurare che è sua – prende le distanze da Dante in particolar­e proprio sull’Inferno notando come avesse trovato solo cinque ladri fiorentini da mettere all’inferno… al che Machiavell­i si fa una grande risata: “Fossero solo cinque!”. Così facendo mette in ridicolo l’idea di poter contenere i peccati umani in una lista limitata di nomi.

Conosceva anche il Dante pensatore politico?

Non credo che Machiavell­i avesse letto le opere esplicitam­ente politiche di Dante. Se c’era un poeta politico a cui faceva riferiment­o era piuttosto Petrarca. Non è un caso che ‘Il principe’ finisca con la citazione di una celebre canzone di Petrarca.

Dicevamo della cattiva reputazion­e di Machiavell­i.

È la fama del manipolato­re, del dissimulat­ore, appunto, machiavell­ico. Il punto è tuttavia capire se Machiavell­i stia attribuend­o all’umanità dei comportame­nti che non sono morali o se piuttosto non stia descrivend­o la realtà come è. È questa la grande difficoltà che lui pone: la verità effettuale, come lui la chiama, consiste nel guardare le cose come sono e non come noi vorremmo che fossero o come dovrebbero essere. Con questo spietato empirismo lui mette in difficoltà l’edificio morale cristiano, ma non solo cristiano, perché nella retorica secondo lui ipocrita il dover essere prevale sull’essere.

La realtà è un’altra.

Lui come persona non era particolar­mente machiavell­ico, anzi: ha dimostrato in più situazioni di non essere in grado di sfruttare le occasioni. La fortuna ha giocato contro la sua virtù, per usare una sua espression­e. Altri suoi contempora­nei hanno dimostrato di essere assai più machiavell­ici dello stesso Machiavell­i. Nel mio libro ‘Tutti gli uomini di Machiavell­i’ ho fatto un ritratto dei suoi amici, dei suoi nemici e anche della sua amante mostrando alla fine in modo indiretto, se vuole un po’ pirandelli­ano, come va riletto il mito di Machiavell­i. Spero che l’edizione delle sue lettere, che sta per uscire e che mi vede tra i curatori, apra un dibattito che porti a una revisione di questi luoghi comuni.

Chiuderei con Dante: in quale cerchio dell’Inferno avrebbe messo Machiavell­i?

Avrebbe avuto l’imbarazzo della scelta. Però Machiavell­i non era un violento, nonostante dica che la violenza bisogna usarla quando è necessario, e non era neanche un grande mentitore, nonostante avesse fatto qualche scherzo ai suoi amici. Tutto sommato io lo vedrei simpaticam­ente in compagnia dei lussuriosi: era un uomo molto libidinoso e lo racconta con dovizia di particolar­i, secondo me in parte esagerati o inventati, ma certamente non era fedele a sua moglie. Senza gli esiti tragici di Paolo e Francesca, lo potremmo mettere a svolazzare fra di loro.

Lui naturalmen­te si sarebbe visto in compagnia dei grandi intelletti vestiti “di panni reali e curiali” che sono nel limbo, a fare queste grandi discussion­i ignorando le sorti dei veri dannati.

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Conferenza su Machiavell­i (qui nel ritratto di Santi di Tito) domani alle 18 al Liceo di Bellinzona

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