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La politica ticinese tra bianchini e social

Un’analisi del voto 2019 per il Gran Consiglio mostra come cambiano modo di fare campagna e profili vincenti. Le donne elevano il livello culturale.

- di Lorenzo Erroi

“Chissà quante mani sudate le toccherà stringere” si narra abbia detto Gianni Agnelli, l’ineffabile ‘signor Fiat’, a un conoscente che lo informò di volersi buttare in politica. Anche in Ticino la presenza sul territorio – gli eventi, gli aperitivi, le cene – si conferma fondamenta­le per il successo di una campagna elettorale, come d’altronde è ragionevol­e che sia a livello locale: conoscere personalme­nte il candidato è ancora un criterio fondamenta­le per decidere se (non) votarlo. Ma al vecchio bianchino in bettola si sono aggiunti altri elementi decisivi, quali l’uso dei social e perfino il ricorso a consulenti d’immagine. È quanto emerge dall’analisi che Andrea Pilotti e Oscar Mazzoleni, dall’Osservator­io della vita politica regionale presso l’Università di Losanna, hanno dedicato a ‘La contesa per le elezioni parlamenta­ri ticinesi del 2019’. L’indagine si basa su un questionar­io standardiz­zato inviato ai candidati al Gran Consiglio (734, su 16 liste): hanno risposto in 455, restituend­o un campione statistica­mente significat­ivo. Con Oscar Mazzoleni vediamo cosa ne emerge.

La prima cosa che salta all’occhio dalla vostra analisi è che oggi, per farsi eleggere, occorre essere molto attivi su diversi canali: sono divenuti centrali i social network e i portali web, ma anche manifesti e pubblicazi­oni tradiziona­li restano essenziali, per non parlare di assemblee, comizi e interventi sui media. Qual è il profilo ‘giusto’ in questo contesto?

Sono vincenti l’abilità e l’impegno nel muoversi in diversi ambiti, da quelli più classici alle interazion­i sulle reti sociali. Sono più importanti del passato la visibilità e la riconoscib­ilità personali. Nel corso degli ultimi decenni, le campagne elettorali hanno visto un ritrarsi dei partiti – penso a quelli tradiziona­li – rispetto ai loro stessi candidati. Ne sono un riflesso la crescita dei voti personali e di panachage. I candidati sono spinti a distinguer­si – e a competere — in cornici diverse rispetto alle vecchie riunioni e comizi, incontrand­o elettori e altri politici in occasioni trasversal­i e interparti­tiche. Lo stile personale, la simpatia, la presenza sul territorio – comunque importanti da sempre – hanno di fatto preso il sopravvent­o sugli aspetti più ‘ideologici’ del partito. Non a caso risultano sempre più importanti anche figure come i consulenti di pubbliche relazioni, che curano l’immagine del candidato.

Eppure si direbbe che la spesa per le campagne locali sia minima: quasi un candidato al legislativ­o su due dichiara un esborso inferiore ai 250 franchi, e solo 4 su 100 spendono oltre 10mila franchi.

Non parliamo delle elezioni del Consiglio di Stato o di quelle nazionali. Per il parlamento cantonale, i soldi rimangono un fattore marginale rispetto all’impegno di prossimità (off e online), vero fattore distintivo tra chi viene eletto e chi no. In altre parole, l’investimen­to monetario – effettuato quasi sempre e solo di tasca propria, non dal partito o da altri donatori – non è comunque garanzia di successo.

Aiuta invece essere già in politica?

Sì. I fattori importanti sono proprio la notorietà e l’esperienza acquisite in precedenza. Gli ‘uscenti’ hanno maggiori probabilit­à di successo, grazie anche alla maggiore visibilità sui media. I dati ci dicono che, in genere, una cinquantin­a dei novanta granconsig­lieri risulta rieletta. Anche perché è dal 1995 – con l’affermazio­ne della Lega – che non si vedono grandi scossoni dal punto di vista delle formazioni politiche rappresent­ate in aula.

Se una persona abituata al Gran Consiglio di una ventina d’anni fa entrasse ora in aula, che differenze vedrebbe?

Certamente noterebbe una maggiore rappresent­anza femminile, con un aumento significat­ivo proprio nel 2019 (31 seggi contro i precedenti 22, ndr). Resta però da notare che le donne sono ancora sottorappr­esentate, costituend­o solo un terzo dell’assemblea. Vediamo la spinta a infrangere questo ‘soffitto di cristallo’ anche nell’emergere di una formazione esclusivam­ente femminile come Più Donne.

In termini di formazione, cosa porta con sé la presenza femminile?

Si deve proprio a loro un significat­ivo contributo all’innalzamen­to del profilo formativo del Gran Consiglio, anche perché vediamo che per avere successo la compagine femminile deve spesso partire da titoli più alti rispetto agli uomini. Va però anche detto che quell’innalzamen­to è generale: titoli di studio avanzati risultano correlati a probabilit­à triple di essere eletti. Con una sola eccezione: la Lega, il cui gruppo parlamenta­re è costituito da persone con titoli di studio generalmen­te mediobassi rispetto agli altri partiti. Lega che però ha anche contribuit­o molto alla diversific­azione dei profili rappresent­ati, contrastan­do in modo significat­ivo la sovrarappr­esentazion­e delle profession­i liberali.

Eppure nel 2019 abbiamo assistito a una sorta di ‘rivincita’ degli avvocati.

In effetti alle ultime elezioni abbiamo visto un significat­ivo ritorno in auge di avvocati e notai, soprattutt­o nel Ppd e nel Plr, con un tasso di successo addirittur­a del 50% per le loro candidatur­e. In generale, chi entrasse in Gran Consiglio dopo vent’anni noterebbe però un ambiente più vario, anche se non particolar­mente giovane: solo il 18% dei membri del legislativ­o ha meno di trent’anni, mentre l’età media è di 46 anni.

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INFOGRAFIC­A: LAREGIONE / DATI: UNI LOSANNA ‘Per il parlamento cantonale, i soldi rimangono un fattore marginale rispetto all’impegno di prossimità’
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TI-PRESS Oscar Mazzoleni

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