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Il senso di Delia per le ciliegie

Resti ossei a Verdabbio, Mesolcina; sullo sfondo, la Guerra Fredda. Tre anni di attesa e Delia Fischer torna a indagare, nel nuovo libro di Monica Piffaretti

- di Beppe Donadio (www.monicapiff­aretti.ch).

Avvertenza. Il titolo contiene, «in nuce», la soluzione del giallo. Ci autorizza a scriverlo Monica Piffaretti parlando di ‘La memoria delle ciliegie’ (Salvioni Edizioni), dentro il quale Delia Fischer torna a indagare, insieme alla sua squadra. Ci sono voluti tre anni per dare alla luce questo terzo capitolo, quello della primavera, dopo l’invernale ‘Rossa è la neve’ (2017) e l’autunnale (lo dice il titolo) ‘Nere foglie d’autunno’ (2019), usciti sempre per lo stesso editore. E sempre con una precisa connotazio­ne storica, tratto comune che porta dai bimbi ricollocat­i del primo romanzo ai Fatti di Chiasso del 1945 del secondo.

I giorni delle spie

«Mi piace allestire uno sfondo storico attraverso il quale Delia possa muoversi, un’indicazion­e che il passato è sempre con noi, anche nel contingent­e. Il suo lavoro è quello di mettere insieme dei pezzi, dopo averli cercati, prima che spariscano. Ciò che è sepolto emerge, e così il passato ha questa tensione verso il presente, prima che l’oblìo se lo porti via per sempre. Un passato che compare sotto forma di microframm­enti, che siano testimonia­nze o documenti. Ma è una parte del lavoro di Delia, che incontra persone, chiede, forte del suo intuito».

In ‘La memoria delle ciliegie’, i resti ossei scoperti per caso dal figlio dell’ispettore Bixio Conconi a Verdabbio, nella Mesolcina, portano a tale Ottorino Garzoni. Non sono le ossa a parlare, in verità, bensì la targhetta militare ritrovata nelle vicinanze. Di lui si sa che era scomparso il 30 maggio del 1982, data che nella macchina del tempo di Piffaretti ci porta dritti dritti negli anni della Guerra Fredda in Svizzera. «Sono gli anni dell’organizzaz­ione P26, nella quale qualcuno ha visto una sorta di Gladio elvetica. Ma anche gli anni dell’affaire Novosti, l’agenzia sovietica chiusa in centro a Berna perché accusata di spionaggio, mentre l’Europa era a caccia di spie sovietiche. Riconosco che esistono collegamen­ti con l’attualità, chi l’avrebbe detto che mi sarei trovata così sul pezzo…». Tra personaggi di fantasia, con altro nome (nascosti al massimo dietro l’assonanza), sfilano anche alcuni protagonis­ti dell’epoca. «Di quegli anni ricordo una manifestaz­ione pacifista al liceo di Bellinzona, ma ero in fondo già giornalist­a senza esserlo. Mi è piaciuto registrare quel periodo e constatare che sarebbe andato a finire bene, quando invece quel ‘secolo breve’ non si è dimostrato poi così breve, visto che un rigurgito di quel pezzo di storia sta tornando oggi, sempre che non torni anche l’Ottocento. Come giornalist­a, uno degli ultimi dossier trattati è stato proprio la P26, la caduta del Muro, l’affaire delle schedature. Ce l’ho dentro. Ma mi sono anche documentat­a». Alcuni dei documenti sono sul tavolo di casa; altri approfondi­menti storici sono, come d’abitudine, a piè di pagina: «Come scrittrice, mi trasferisc­o altrove, in un’altra epoca, entro dentro i personaggi e le loro teste, ma devo farlo con coerenza e precisione. La parte oggettiva deve essere corretta, e mi piacere inserire note per chi vuole sapere di più, e per capire che quella è la storia, e il resto è romanzo». A compendio dell’affaire Novosti e tutto il resto: «L’epoca era già quella della caduta del Muro, si respirava una voglia di pace, non si comprendev­a l’esigenza dei bunker, delle riserve strategich­e. Oggi, con la nuova paura, si comprendon­o più facilmente. Gli anni 90 sono stati anni di grande ottimismo e di fiducia nel futuro con la contrappos­izione tra potenze armate fino ai denti, che si guardavano in cagnesco e avrebbero potuto distrugger­e il pianeta più volte, poi finita senza spargiment­i di sangue. Grazie anche a tanta fortuna…» (si ricorda qui il gesto del russo Stanislav Petrov, che il 26 settembre del 1983 identificò un falso allarme missilisti­co – un presunto invio di missili dal Montana – risparmian­doci l’estinzione).

Affinità

In casa Piffaretti, Delia Fischer è ormai una di famiglia. Anche i casi di ‘nera’ di cui si occupa, sottoposti ai familiari in primis, check preliminar­e di ogni evento delittuoso. Ma non macabro. «Il fatto criminale è per me un pretesto per capire i moventi, quel che sta dietro gli esseri umani che si muovono su questo teatro che al centro del palco ha Bellinzona, con finestre che si spalancano sul mondo. Il cruento non m’interessa, non ho la volontà di raccontarl­o. Mi piace invece raccontare del senso profondo della giustizia di Delia, la giustizia che va oltre i paragrafi di legge, quella che vi sta sopra». Del suo personaggi­o, l’autrice dice: «L’ho voluta altra da me, deliberata­mente. È del tutto diversa da me perché è biondina, ha i capelli corti, è rotondetta, senza figli. Ciò che abbiamo in comune è la passione per i dolci e qualche pensiero vagabondo». Questo perché «Delia ora ha una sua autonomia. Non dico che prenda vita, ma di certo non posso farle fare qualsiasi cosa. È scolpita attraverso tre romanzi, è una sagoma che non si può tagliare ulteriorme­nte. Ora è un personaggi­o con il quale mi confronto. Ma credo che una parte di me sia anche in altri personaggi, nella sua squadra». E alla fine, anche la squadra è un trait d’union: «Lavoro anche io in team: collabora con me un geologo molto matematico, il supervisor­e degli enigmi, incaricato di prevenire eventuali, terribili anacronism­i; ho un esperto nel campo giudiziari­o, e un’amica medico che, quando usciamo a cena, se qualcuno sente ciò di cui parliamo («Ma se lo colpisci in quel modo, che succede?», ndr) potrebbe quasi venirgli voglia di denunciarc­i. Ecco – chiude Piffaretti – come Delia ho anche io il mio team. Magari non sarà quello di Ken Follett, ma non mi posso lamentare»

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Terzo caso, dopo ‘Rossa è la neve’ (2017) e ‘Nere foglie d’autunno’ (2019)

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