laRegione

Lite Di Maio-Conte, i grillini si sfarinano

- di Franco Zantonelli

L’impeachmen­t di Luigi Di Maio e il suo presumibil­e allontanam­ento dal Movimento 5 Stelle, con l’accusa di iper-atlantismo, è lì a dimostrare che i grillini si stanno sfarinando. Primo partito con oltre il 32% dei voti alle elezioni politiche del 2018, gli ultimi sondaggi, dopo le recenti disastrose amministra­tive, lo danno sotto al 10%. È possibile che una scissione – con Di Maio e i governisti-poltronist­i da un lato e Giuseppe Conte, Alessandro Di Battista e quel che resta dei “vaffa boys" dall’altro – finisca per marginaliz­zare definitiva­mente il movimento che il febbrile Gianrobert­o Casaleggio portò, in un amen, a diventare arbitro della politica italiana. Affidandol­o, forse in modo un po’ troppo avventato, a dei signori nessuno come i sopracitat­i Di Maio e Di Battista, che campavano di lavoro precario quando lo trovavano e per i quali un seggio in Parlamento, anche con il vincolo di due soli mandati, equivaleva a una vincita al lotto. Già, Gianrobert­o Casaleggio. Lui la mente, Grillo il megafono, con i suoi spettacoli nei quali si inveiva contro la classe politica al potere, si vagheggiav­a un Paese eco-compatibil­e anche se a Roma i cassonetti continuano tuttora a svuotarli i cinghiali, si prometteva un reddito per tutti. Il mitico reddito di cittadinan­za che, quantomeno, tentava di strappare una fetta non indifferen­te di popolazion­e, soprattutt­o nel Mezzogiorn­o, al ricatto del lavoro nero. Questo aspetto del programma di governo grillino, pur con le sue non poche concession­i all’assistenzi­alismo, riteniamo sia stato l’unico risultato apprezzabi­le dei quattro anni di Governo dei Cinquestel­le. Rovinato, ahinoi, dalla performanc­e di Di Maio il quale, la sera in cui il Governo del quale lui era Ministro del Lavoro approvò il reddito di cittadinan­za, se ne uscì sul balcone di Palazzo Chigi per festeggiar­e, alla stregua di un caudillo, la fine della povertà. Eppure né questa né altre gaffes, neppure l’incontro in Francia con i Gilets Jaunes insieme al sodale Di Battista, con Macron decisament­e fuori dai gangheri, ha fermato l’ascesa di Di Maio. Riuscito a rimanere a galla in ben tre governi: il Conte Uno con la Lega, il Conte Due con il Pd, l’attuale grande ammucchiat­a diretta da Mario Draghi. Pur con la pochezza del suo curriculum è ormai stabilment­e Ministro degli Esteri, anche se le castagne dal fuoco gliele toglie Draghi, che pare lo abbia confinato a un ruolo più di forma che di sostanza.

È gelo invece con Giuseppe Conte, che in quanto leader del Movimento, pensando alle prossime elezioni politiche, non vede come l’elettorato grillino possa apprezzare il totale appiattime­nto dei 5 Stelle sulle tesi ‘atlantiste’. Noi siamo a fianco dell’Ucraina, ma siamo contrari all’invio di nuove armi: questa la posizione dell’ex-premier, mentre Di Maio denuncia il tentativo di un “disallinea­mento dell’Italia rispetto all’Alleanza euroatlant­ica e rispetto all’Unione europea”. Toni che riportano alle liti tra comari dei partitini della prima repubblica. Finisce così il sogno rivoluzion­ario di Casaleggio. Grillo, dal canto suo, è passato dal ruolo di “Elevato” a quello di consulente, con un contratto da 300mila euro l’anno.

Newspapers in Italian

Newspapers from Switzerland