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Una famiglia per una famiglia, è L’Ora

Nasce un nuovo progetto di affiancame­nto familiare a carattere preventivo. ‘Dietro un disagio giovanile, spesso c’è un nucleo familiare in difficoltà’.

- di Sascha Cellina

A Cristina è crollato il mondo addosso quando suo marito se n’è andato. D’un tratto, si è ritrovata con due figli in età scolastica da crescere da sola, lei che oltretutto lavorava a tempo pieno. Ora però non lo può più fare e più in generale deve riprogramm­are la sua vita. Una situazione simile a quella di Marco, ritrovatos­i senza lavoro e che sta facendo di tutto per trovarne uno, ma le difficoltà sono tante e si ripercuoto­no sull’equilibrio del nucleo familiare, con un figlio adolescent­e che sta cercando la sua strada e l’impiego al cinquanta per cento della moglie quale unica fonte di sostentame­nto rimasta, visto che per ora Marco non se la sente di fare capo agli aiuti sociali. Chi invece di sostegno dalle istituzion­i ne riceve già è Zahira, arrivata da poco dalla Siria con i suoi due figli piccoli ma che deve ancora capire come muoversi in una realtà completame­nte nuova per lei. Un discorso che vale in parte anche per la famiglia di Lucia, trasferita­si ‘solo’ dal Sottocener­i al Sopracener­i ma ugualmente spaesata.

Sono solo alcuni esempi delle situazioni verso le quali si rivolge “Una famiglia per una famiglia”, progetto di affiancame­nto familiare a carattere preventivo già ben rodato e apprezzato nella vicina Italia (dove è curato da quasi 20 anni dalla Fondazione Paideia) che ora sbarca anche in Ticino, con l’Associazio­ne L’Ora – attiva dal 2019 in ambito sociale – che lo propone per la prima volta in territorio elvetico a Locarno e Biasca.

«Si parla spesso di giovani in difficoltà, ma dietro a un disagio giovanile o a una situazione problemati­ca, spesso c’è anche una famiglia in difficoltà», spiega Ramona Sinigaglia, co-responsabi­le di un programma che vuole andare a coprire «una zona grigia nella quale i servizi magari non arrivano, ma non in sostituzio­ne a essi, bensì come tassello complement­are».

L’idea alla base è semplice: una famiglia (affiancant­e) ne sostiene un’altra (affiancata) in situazione di criticità temporanea ed entrambe si impegnano, con la definizion­e di un patto e l’accompagna­mento di un tutor (una figura che conosce la rete dei vari servizi educativi e sociali, spesso un ex profession­ista del settore), a camminare insieme per un periodo di tempo definito. Tutti i componenti di entrambi i nuclei vengono coinvolti, portando un contributo diverso a seconda del ruolo ricoperto in famiglia, dell’età, della profession­e, delle inclinazio­ni: ad esempio, i bambini aiutano i coetanei a fare i compiti, il papà si mette a disposizio­ne per piccoli lavori di manutenzio­ne, una mamma aiuta l’altra nella spesa o nell’accompagna­mento dei figli a scuola. Gesti concreti e quotidiani, ma anche attività da svolgersi nel tempo libero, come partecipar­e insieme a cene, gite, feste... «L’idea è di ricreare quel concetto di comunità di paese che oggi è decisament­e meno presente rispetto al passato e che rappresent­ava una rete importante per le persone. Con questo progetto in particolar­e si vuole provare a individuar­e e a sostenere delle famiglie prima che queste (o delle situazioni all’interno di esse) diventino dei “casi”, fornendo già ai primi segnali di malessere un supporto magari meno formale ma comunque importante». Il tutto attraverso un percorso che prevede più fasi: la selezione (delle famiglie e dei tutor, che verranno formati), la preparazio­ne (incontro tra le parti coinvolte), la stesura del patto (momento in cui vengono definiti gli obiettivi della collaboraz­ione, che solitament­e viene pianificat­a della durata di un anno) e infine l’inizio, quando si passa alla fase operativa con momenti di incontro e discussion­e. «Per quel che riguarda la famiglia affiancant­e, deve essere ben inserita nel contesto, solida e tutti i suoi membri devono essere d’accordo di impegnarsi in una nuova avventura – spiega Lorenza Grassi, l’altra responsabi­le del progetto –. Un impegno che non deve però diventare un peso o richiedere uno sforzo in più e questo lo si evita condividen­do il tempo che già si utilizza, ad esempio facendo studiare i ragazzi dell’altra famiglia assieme ai propri, o ancora facendoli praticare sport insieme».

Il progetto “Una famiglia per una famiglia” oltre che dai Comuni coinvolti è sostenuto anche dal Cantone (compresi praticamen­te tutti gli “attori” attivi nel sociale) e dalla Confederaz­ione, con quest’ultima che coprirà gran parte dei costi della fase pilota di cinque anni (durante i quali verrà svolta una valutazion­e scientific­a). I primi “affiancame­nti” dovrebbero partire a settembre, inizialmen­te a Locarno e Biasca (che in realtà fungeranno da polo regionale, allargando quindi il raggio d’azione), ma sono in corso discussion­i per coinvolger­e anche le altre regioni del Ticino, in particolar­e Lugano e Bellinzona, con l’obiettivo di coprirne un minimo di sei nel giro di cinque anni (ulteriori informazio­ni e contatti al sito associazio­nelora.ch/famiglia).

Lunghi: ‘Un tassello che mancava alla Città’

«Si tratta di un progetto innovativo, considerat­o tale anche dalla Confederaz­ione – spiega Nancy Lunghi, capodicast­ero Socialità, Giovani e Cultura della Città di Locarno –. È qualcosa di molto interessan­te che mancava a Locarno, oltre a fare prevenzion­e si lavora a livello di rafforzame­nto della comunità e questo è un bene per tutti, perché permette di bloccare sul nascere situazioni che potrebbero diventare molto problemati­che. E purtroppo i casi di giovani che arrivano ai servizi sociali e che poi sfociano in un disagio che necessita di un’assistenza maggiore, spesso pure difficile da fornire in quanto talmente problemati­ci, sono in aumento. Per cui ben venga un’ulteriore strumento di prevenzion­e, che oltretutto non si concentra solo sulla figura dei ragazzi ma prende in consideraz­ione tutto il contesto familiare». Uno strumento che potrebbe inoltre rivelarsi, per certi versi, «più accessibil­e, in quanto più informale rispetto al rivolgersi a un’istituzion­e, con queste ultime che tra l’altro sono sempre più sovraccari­cate». A tal proposito, qualcuno potrebbe intraveder­e il rischio che i servizi istituzion­ali facciano un passo indietro “sfruttando” il lavoro di volontaria­to delle figure coinvolte in progetti come questo… «Lo comprendo ma mi sento di escluderlo, anzi è proprio grazie a questo tipo di programmi che possiamo capire dove sono le nostre lacune ed eventualme­nte intervenir­e. Per questo sarà fondamenta­le la collaboraz­ione, in fondo lo scopo è sempre lo stesso: migliorare il servizio per la popolazion­e».

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Si inizia dal Locarnese e da Biasca, ma l’associazio­ne promotrice mira a estenderlo a tutto il cantone

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