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Il maestro in attesa del suo... giudizio

A otto anni dai fatti e dopo una prima condanna i genitori scrivono alla Corte di appello e di revisione penale chiedendo l’aggiorname­nto del processo

- Di Cristina Ferrari

Fra un paio di mesi saranno ben otto anni dai fatti. Un tempo ‘troppo lungo’ per le famiglie coinvolte e per le statistich­e della giustizia ticinese, applaudita peraltro recentemen­te da un servizio della trasmissio­ne italiana ‘Report’ per i suoi ‘soli’ 377 giorni in media di approdo in aula. Un dato è però destinato a scombussol­arne l’ottima pagella. È, infatti, l’autunno 2014 quando il maestro delle scuole elementari di Montagnola, e già sindaco di Gentilino, Mauro Brocchi, oggi 66enne, viene denunciato da alcuni genitori che lo accusano di maltrattam­enti, fisici e morali, nei confronti dei loro figli: linguaggio frequentem­ente scurrile, abuso del proprio ruolo, atti violenti quali ripetuti lanci di oggetti e fischi nelle orecchie dei bambini. Fino ad arrivare, mentre gli alunni sono seduti ai propri banchi, a legare tre bambine e a far cadere con un calcio un compagno procurando­gli la frattura di alcune vertebre.

La notizia dell’apertura dell’inchiesta giunse in Collina d’Oro alla vigilia delle vacanze di Ognissanti. La reazione non fu certo quella che si suol dire un fulmine a ciel sereno, anche perché, come è poi affiorato nel corso dei mesi, tutti sapevano (nell’arco di decenni) dei modi quantomeno poco ortodossi dell’insegnante, protagonis­ta di un’inchiesta amministra­tiva per gli stessi reati nel 2010 e multato tre anni dopo.

Dal 24 ottobre 2014, il giorno dell’esposto al Ministero pubblico, ci sono voluti, infatti, quasi due anni per l’interrogat­orio del maestro e cinque per il processo, avvenuto nel gennaio 2019 in Pretura penale a Bellinzona, sfociato in una condanna da parte del giudice Siro Quadri. Cinque lustri contraddis­tinti peraltro da decreti di accusa e ricorsi, e posizioni tiepide e profilate da parte dell’Amministra­zione comunale seppur, come aveva riportato il ‘Blick’, quella frase pronunciat­a dal docente in uno dei tanti benvenuti d’inizio anno scolastico, ovvero “credo nella teoria del terrore. Preparerò bene i vostri figli per la scuola media, se non mi arresteran­no prima”. Ebbene da allora tutto tace. Il dossier, approdato alla Corte di appello e di revisione penale di Locarno giace silente. Eppure, dalla condanna in primo grado, sono ormai passati oltre tre anni e mezzo.

«Siamo in ansia perpetua – ci dice una delle famiglie coinvolte –, è come continuare a rivivere un incubo. Il tempo passa e a breve saranno dieci anni da quando decidemmo di aprire quel vaso di Pandora chiuso incomprens­ibilmente per anni. Non è stato facile uscire alla scoperto in una comunità piccola come quella dove viviamo, qui tutti si conoscono, si formano fazioni, c’è anche chi ci ha messi all’indice dopo la nostra testimonia­nza. Noi continuiam­o a pensare però che sia stato giusto così... Certo che avremmo preferito chiudere tutto il capitolo ben prima... ogni giorno che passa, ogni mese e anno per noi significa non veder, seppur sempre dolorosa, quantomeno rimarginat­a quella ferita».

Un’attesa che si è fatta via via più pesante e che ha portato i genitori coinvolti a scrivere alla presidente del secondo grado, la giudice Giovanna Roggero-Will, chiedendo lumi su quello che è percepito come un ‘nuovo’ ingiustifi­cato ritardo nell’aggiorname­nto del processo. E pensare che era già successo agli albori dell’inchiesta quando più volte i genitori hanno dovuto scrivere, interrogar­e, sollecitar­e la campanella d’inizio dibattimen­to. Dal loro scritto, di qualche settimana fa, era inizio maggio, un piccolo passo avanti ha portato all’affidament­o dell’incarto al giudice Angelo Olgiati. Poi ancora silenzio: «Ci spiace dirlo ma ci pare, ogni volta, che vi sia l’intenzione di allungare i tempi, dilatare le attese, come quando si è reso necessario decidere sul suo futuro profession­ale. Una nuova posizione, quella del maestro, rimasta nell’ambito comunale, e proprio nelle strette vicinanze della scuola, un affronto che non abbiamo digerito, avendo lui, nella funzione di archivista, la possibilit­à ancora d’interagire con allievi e famiglie».

Non sono state del resto solo fisiche le mortificaz­ioni inferte. Molto è avvenuto sul piano psicologic­o come confermato da una perizia: “Il maestro ha avuto attitudini pedagogica­mente non idonee”. È tempo perciò, anche per lui, del giudizio finale.

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TI-PRESS Fra scuola e casa comunale

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