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Cadono le accuse contro l’assistente di cura

Prosciogli­mento alle Criminali di Lugano. I giudici credono alla versione dell’imputato. La procuratri­ce pubblica ricorrerà in Corte di appello

- di Malva Cometta

Prosciolto dall’imputazion­e secondo il principio ‘in dubio pro reo’ un assistente di cura 50enne del Luganese accusato di esposizion­e a pericolo della vita altrui nei confronti di un utente (deceduto un mese dopo per cause naturali) di una casa per anziani di Lugano il 23 marzo del 2018. La vicenda è approdata in aula penale ieri davanti alla Corte delle Assise criminali di Lugano, presieduta dal giudice Marco Villa (giudici a latere Aurelio Facchi e Luca Zorzi). Corte che non ha però raggiunto il massimo convincime­nto nella tesi esposta dalla procuratri­ce pubblica Valentina Tuoni.

Le ragioni dell’assoluzion­e? Mancanza di credibilit­à e coerenza nella versione dei fatti presentata dalla collega dell’imputato che ha dato via alla denuncia. Secondo la pubblica accusa, l’imputato, mentre stava mettendo a letto l’ospite di 92 anni, avrebbe posto in imminente pericolo di vita l’anziano. Il 50enne era accusato di aver messo sul volto dell’ospite un cuscino e di averlo tenuto premuto per almeno venti secondi, precludend­one quindi la respirazio­ne e facendolo diventare paonazzo, cagionando­gli così il gonfiore delle vene della fronte.

Versioni divergenti

L’imputato, rappresent­ato dall’avvocato Nadir Guglielmon­i, si è ripetutame­nte dichiarato innocente, contestand­o i fatti e l’imputazion­e. Durante l’interrogat­orio da parte del presidente della Corte, il 50enne ha raccontato la propria verità: «Quel giorno ho aiutato una collega a mettere a letto l’anziano. Sapevamo che era un caso delicato e difficile. Lo abbiamo messo a letto e spogliato: la collega gli reggeva le gambe, io mi sono occupato di tenergli i polsi mentre gli venivano sfilati i pantaloni. Solo che all’improvviso l’uomo ha alzato il busto e io, per paura di essere morsicato, d’istinto, ho preso il cuscino e l’ho infilato tra i polsi e il viso dell’anziano. Il mio è stato un gesto di pura difesa istintiva. Il tutto è durato tra i cinque e i sei secondi al massimo e il paziente si è subito tranquilli­zzato sentendosi a letto».

‘Colpa grave e disprezzo per la vita altrui’

A riferire alla direzione l’accaduto sarebbe stata un’altra collega che avrebbe invece visto l’imputato premere il cuscino sul volto del paziente. A questo punto è poi partita l’inchiesta che ha visto il 50enne sospettato di esposizion­e a pericolo della vita altrui. Una segnalazio­ne che, secondo la procuratri­ce pubblica Valentina Tuoni, era «dettata da uno stato emotivo di shock compatibil­e con quanto dichiarato nella denuncia. L’imputato nell’ambito dell’inchiesta ha riconosciu­to di aver usato il cuscino ma non nelle modalità descritte dalla testimone, ma per difendersi da eventuali morsi durante la fase d’allettamen­to. L’utente, in quel momento – ha precisato la procuratri­ce pubblica –, non indossava neanche le protesi dentali, e questo indica la scarsa credibilit­à dell’imputato. Si tratta di una colpa molto grave e di un totale disprezzo nei confronti della vita altrui, soprattutt­o delle persone affette da declino cognitivo. Il movente era assolutame­nte futile se si considera il pericolo creato e non si potevano certo intraveder­e motivi di inimicizia tra la testimone e l’imputato» tali da far credere a una denuncia per motivi personali. La proposta di pena richiesta dalla pp è stata di tre anni di detenzione, dei quali sei mesi da espiare e i rimanenti 30 mesi sospesi condiziona­lmente per un periodo di prova due anni. Alla requisitor­ia si è allineato anche l’accusatore privato, ovvero il figlio dell’utente ormai deceduto, che, una volta venuto a conoscenza dei presunti gravi maltrattam­enti inferti a suo padre, non ha esitato a denunciare il caso al Ministero pubblico.

Vittoria della difesa, rappresent­ata dall’avvocato Nadir Guglielmon­i. Il legale durante il suo intervento ha messo in rilievo molte incongruen­ze nelle dichiarazi­oni e nelle tempistich­e del presunto maltrattam­ento. «Venti secondi senza respiro, per una persona anziana e in quelle condizioni sono troppi. Inoltre l’organico della casa di cura ha dimostrato insufficie­nza nel gestire un reparto e soprattutt­o mancanza di formazione». L’imputato ha dal canto suo dichiarato di non aver svolto nessun corso o serata informativ­a per la gestione di pazienti difficili ed è pertanto possibile – come ha pure concluso la difesa – che non abbia saputo reagire nel modo più adatto, ma senza incorrere in un reato.

Il verdetto di prosciogli­mento

In sede di sentenza, sulle tempistich­e dell’accaduto, il giudice Villa ha accolto la tesi difensiva: «Venti secondi sono inverosimi­li. La dichiarazi­one dell’imputato è stata lineare e non peregrina, con una certa logicità. Per una pena di tre anni sono necessarie prove più concrete e non solamente un verbale di una testimone. Con un cuscino come quello della casa di cura è difficile riuscire a vedere il volto nascosto sotto di esso. In più, la testimone, in quanto operatrice sanitaria, sarebbe dovuta intervenir­e, cosa che non ha fatto. Si tratta di omissione di soccorso sanitario e inoltre non ha verificato le condizioni di salute del 92enne». L’imputato è stato così assolto. Contro il verdetto, alla fine del processo, la procuratri­ce pubblica Tuoni ha preannunci­ato di voler ricorrere in Corte di appello.

Il 50enne, che non ha mai dovuto subire il carcere per questa vicenda, è stato al centro del processo indiziario. Da sempre l’uomo ha respinto ogni accusa.

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TI-PRESS/ARCHIVE Il processo si è concluso con il prosciogli­mento dell’imputato

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