laRegione

Compromess­i e arte della politica

- di Jacopo Scarinci

Quella sulle imposte di circolazio­ne è una vittoria del Ppd e della caparbietà del suo presidente Fiorenzo Dadò. Non solo nel difendere un’iniziativa popolare che, piacesse o meno, era stata sottoscrit­ta da oltre 12mila persone cinque anni fa. Ma anche, e soprattutt­o, nel dare uno sbocco positivo all’obiettivo principale suo e degli iniziativi­sti: che il popolo potesse esprimersi. Il risultato è stato raggiunto, il come è abbastanza relativo.

Certo, di primo acchito sostenere un rapporto di minoranza che sconfessa le proprie proposte dopo l’infrangers­i in aula del rapporto di maggioranz­a può sembrare la quintessen­za del fine che giustifica i mezzi. Può non piacere, come non è piaciuto ai liberali radicali. Ma è l’arte della politica, che si manifesta nella sua sagacia quando riesce a unire alla ferma convinzion­e della bontà di un’idea pure la capacità di allargare il compasso, raggiunger­e compromess­i, accordi sotto traccia e saper fare le telefonate giuste nelle ore giuste. Le ticinesi e i ticinesi saranno chiamati alle urne, e sceglieran­no tra l’iniziativa con primo firmatario Marco Passalia e il controprog­etto di Ps e Verdi che ieri è diventato di maggioranz­a in Gran Consiglio, e tanto basta al Ppd. Ufficialme­nte. Già, perché ufficiosam­ente il discorso è un altro: al di là delle condivisib­ili parole sull’importanza dei diritti popolari, Ppd, Lega e Udc confidano nel fatto che con il rincaro del costo della vita una maggioranz­a dei votanti finisca comunque con il sostenere un’iniziativa che lascia più soldi ai proprietar­i di un’auto. Una vittoria che a ogni modo potrebbe pregiudica­re lo sgravio fiscale fortemente voluto dal Plr e dal direttore del Dfe Christian Vitta. A meno che non si taglino i sussidi: cosa alla quale (anche) il Ppd si opporrebbe. Anche per questo, ma non solo, a perdere è stato un Plr che ora può trarre un doppio insegnamen­to. Il primo è che in un sistema politico sempre più polarizzat­o, dove a sinistra e a destra si fanno alleanze e liste uniche, il centro non può limitarsi a sorvegliar­e il fortino ma deve andare all’attacco. Il secondo è che, tornando all’arte della politica, uno può essere convinto finché vuole della bontà del suo agire. Ma se non convince nessuno, il discorso si chiude tra echi che rimbombano in un corridoio vuoto.

Guardiano dei conti pubblici, e a volte come ieri troppo schiacciat­o sulle posizioni del Consiglio di Stato mentre il resto del parlamento viaggia veloce, il Plr se vuole dire davvero la sua deve svecchiare anche la propria azione oltre ai volti. Deve essere propositiv­o mantenendo­si coerente, senza però subire gli eventi come è successo in Gran Consiglio nel dibattito di ieri pomeriggio. E deve creare consenso parlamenta­re attorno alle sue proposte, smettendo un po’ i panni del sergente di ferro e vestendo quelli di chi, una volta per tutte, ha capito che non è più tempo per lo splendido isolamento di chi è convinto di aver ragione.

E in questo l’atteggiame­nto gioca un ruolo fondamenta­le. I conti vanno rifatti: l’iniziativa si allontaner­à ancora di più dagli 80 milioni massimi (già diventati 86) per avvicinars­i ulteriorme­nte a quei 96 dei controprog­etti sia del Plr, sia di Ps e Verdi. Ma sarà quest’ultimo ad andare al voto. Chiedersi il perché, e risponders­i con onestà, potrebbe essere una scossa di cui talvolta i liberali radicali hanno dimostrato di aver bisogno.

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