Il "teo­re­ma Tra­va­glio"

La Gente d'Italia - - DA PRIMA PAGINA - Di GIUSEPPE TURANI

“So­lo

un’al­lean­za Pd-5 stel­le può fer­ma­re la de­stra raz­zi­sta della Le­ga, si di­ce. Ma la pro­po­sta non sta in pie­di”.

Per un gior­no pro­via­mo a la­sciar per­de­re Sal­vi­ni e le sue spa­ra­te da bul­let­to della Val Brem­ba­na, tan­to or­mai ne fa una ogni die­ci mi­nu­ti.

E oc­cu­pia­mo­ci di co­se più se­rie.

Ad esem­pio del teo­re­ma Tra­va­glio.

E’ un teo­re­ma sem­pli­cis­si­mo e ap­pa­ren­te­men­te inat­tac­ca­bi­le. Ma non è ve­ro.

Il teo­re­ma Tra­va­glio con­si­ste in que­sto:

1- La Le­ga di Sal­vi­ni è di de­stra. Pro­ba­bil­men­te di­ven­te­rà la più gros­sa for­ma­zio­ne di de­stra (e raz­zi­sta) eu­ro­pea.

2- L’uni­co mo­do per fer­mar­la è che si for­mi un’al­lean­za 5 stel­le-Pd, una sor­ta di San­ta al­lean­za an­ti-raz­zi­sta. 3- Ma que­sta al­lean­za (sal­vi­fi­ca) non si può fa­re fi­no a quan­do il Pd è schia­vo di Ren­zi, che ad­di­ta i 5 stel­le co­me il ne­mi­co da bat­te­re.

4- Tut­to cam­bie­rà il gior­no in cui il Pd si li­be­re­rà fi­nal­men­te di Ren­zi e po­trà co­sì co­strui­re l’al­lean­za an­ti­raz­zi­sta con i 5 stel­le.

Co­sa non fun­zio­na in que­sto ra­gio­na­men­to, ap­pa­ren­te­men­te per­fet­to? Mol­te co­se.

1- E’ ve­ro che la Le­ga è or­mai una for­ma­zio­ne po­li­ti­ca raz­zi­sta e co­me ta­le pre­oc­cu­pan­te.

2- i 5 stel­le so­no pe­rò una sor­ta di bu­co ne­ro, di ma­le oscu­ro della po­li­ti­ca ita­lia­na. So­no una co­sa che non ha ugua­li nel mon­do co­no­sciu­to. Qua­si cer­ta­men­te ex­tra-co­sti­tu­zio­na­le se non an­ti-co­sti­tu­zio­na­le.

3- In pra­ti­ca so­no una for­ma­zio­ne po­li­ti­ca che ha ester­na­liz­za­to (si pas­si l’or­ren­da espres­sio­ne) il con­trol­lo dei pro­pri com­por­ta­men­ti.

4- Noi ve­dia­mo del­le fi­gu­re po­li­ti­che, ma non con­ta­no nien­te. So­no in­ter­cam­bia­bi­li, co­me le car­te da gio­co. Non ci so­no or­ga­ni di­ri­gen­ti elet­ti, non ci so­no mai sta­ti con­gres­si, non ci so­no di­scus­sio­ni. I lo­ro rap­pre­sen­tan­ti in par­la­men­to so­no più di 300, ma par­la­no sem­pre e so­lo i so­li­ti 10-15. 5- In real­tà, chi co­man­da so­no Bep­pe Gril­lo, mai elet­to da nes­su­no e che non ha al­cu­na po­si­zio­ne di re­spon­sa­bi­li­tà, a par­te quel­la ge­ne­ri­ca e mes­sia­ni­ca di gu­ru. Lui è lì, fa e di­sfa, ma nes­su­no se lo può to­glie­re di tor­no. Con­di­vi­de il po­te­re con Da­vi­de Ca­sa­leg­gio, che con­trol­la la piat­ta­for­ma Rous­seau, sul­la qua­le “gi­ra” tut­to il Mo­vi­men­to (iscrit­ti, con­sul­ta­zio­ni, son­dag­gi per de­ci­sio­ni, ecc.).

So­lo che il Mo­vi­men­to, che pa­ga ric­ca­men­te que­sto ser­vi­zio (300 eu­ro al me­se per ogni de­pu­ta­to elet­to) non ha al­cun po­te­re sul­la piat­ta­for­ma. Nes­sun con­trol­lo.

Non esi­ste nem­me­no un con­trol­lo ester­no, neu­tra­le: tut­to è nel­le ma­ni del so­lo e uni­co Ca­sa­leg­gio. Co­sa av­ven­ga dav­ve­ro su quel­la piat­ta­for­ma so­lo lui lo sa. 6- Ma non ba­sta. Co­me stan­no ri­ve­lan­do le cro­na­che giu­di­zia­rie ro­ma­ne Gril­lo e Ca­sa­leg­gio man­da­no in gi­ro dei lo­ro pro-con­so­li (ti­po Lan­za­lo­ne) che ge­sti­sco­no il co­mu­ne di Ro­ma, al po­sto della sin­da­ca Rag­gi, o che scri­vo­no lo sta­tu­to del Mo­vi­men­to. Al­tri pro-con­so­li so­no sta­ti in­fi­la­ti nel­la pre­si­den­za del Con­si­glio e nei mi­ni­ste­ri. A sor­ve­glia­re, orien­ta­re, di­ri­ge­re. Tut­ta gen­te mai elet­ta da nes­su­no e mai in­di­ca­ta da al­cun con­gres­so.

7- Poi­ché la Ca­sa­leg­gio è una ro­bet­ta (die­ci im­pie­ga­ti al mas­si­mo), non è esat­ta­men­te l’Ena fran­ce­se, non ha pre­pa­ra­to tec­no­cra­ti di al­tis­si­mo li­vel­lo.

Quin­di si ar­ra­bat­ta, pe­sca nel va­sto mon­do dei fac­cen­die­ri e di quel­li che “ci san­no fa­re”, spes­so per­so­nag­gi che gi­ra­no per mi­ni­ste­ri da de­cen­ni. Que­sta è la “ester­na­liz­za­zio­ne”: il po­te­re vie­ne sot­trat­to al Par­la­men­to e tra­sfe­ri­to nel­le ma­ni di Gril­lo e Ca­sa­leg­gio, che a lo­ro vol­ta lo gi­ra­no a al­tri, fac­cen­die­ri ti­po Lan­za­lo­ne o esper­ti di co­mu­ni­ca­zio­ne co­me Roc­co Ca­sa­li­no, nes­su­no dei qua­li è mai sta­to elet­to o ha mai af­fron­ta­to un di­bat­ti­to in un con­gres­so re­go­la­re. Tut­to ciò fa dei 5 stel­le una for­ma­zio­ne po­li­ti­ca ano­ma­la, lon­ta­na dal nor­ma­le gio­co de­mo­cra­ti­co, che por­ta in par­la­men­to gen­te che ha avu­to ma­ga­ri so­lo 36 clic sul­la piat­ta­for­ma Rous­seau (gli ami­ci del bar più quat­tro pa­ren­ti). E che non ha la più pal­li­da idea di quel­lo che de­ve fa­re. In so­stan­za, i 5 stel­le so­no un fin­to par­ti­to.

So­no, nel­la real­tà, una strut­tu­ra di ser­vi­zio del duo Gril­lo-Ca­sa­leg­gio. Con chi an­dreb­be fat­ta l’al­lean­za al­lo­ra? Con lo­ro due?

E il par­la­men­to e le ele­zio­ni a che co­sa ser­vo­no?

Ma, so­prat­tut­to, un’al­lean­za con lo­ro ser­vi­reb­be a le­git­ti­ma­re una po­li­ti­ca ge­sti­ta da gen­te, Gril­lo e Ca­sa­leg­gio, mai le­git­ti­ma­ta e che non ha mai ot­te­nu­to al­cu­na in­ve­sti­tu­ra pub­bli­ca, prin­ci­pi e co­man­dan­ti per di­rit­to di clic. Un po’ me­dioe­va­le co­me co­sa. Si ag­giun­ga, inol­tre, che la li­nea po­li­ti­ca vie­ne det­ta­ta da Gril­lo e Ca­sa­leg­gio, i qua­li non san­no nien­te, cer­to non han­no let­to Adam Smi­th o Hayek o Wright Mills. Van­no avan­ti con le sche­di­ne di Vi­ki­pe­dia, cer­ca­no le co­se più stram­be (ti­po red­di­to di cit­ta­di­nan­za o cit­tà a ri­fiu­ti ze­ro) e ne fan­no un pro­gram­ma po­li­ti­co. Un mi­ne­stro­ne in­di­ge­ri­bi­le per chiun­que e per qua­lun­que pae­se.

Se i 5 stel­le am­bi­sco­no dav­ve­ro a fa­re un fron­te co­mu­ne an­ti-raz­zi­sta in­sie­me al Pd, de­vo­no pri­ma fa­re una se­rie di co­se: rom­pe­re i le­ga­mi con Gril­lo e Ca­sa­leg­gio, di­ven­ta­re au­to­no­mi, dar­si uno Sta­tu­to de­cen­te e de­mo­cra­ti­co, pre­sen­ta­re lea­der elet­ti per dav­ve­ro e rap­pre­sen­tan­ti di qual­co­sa. In­som­ma, de­vo­no tra­sfor­mar­si in un par­ti­to nor­ma­le.

E, già che ci so­no, de­vo­no but­ta­re nel­la spaz­za­tu­ra quel­la be­li­na­ta della de­mo­cra­zia di­ret­ta, una sor­ta di non­sen­so della po­li­ti­ca, che fi­no a oggi è ser­vi­ta so­lo a giu­sti­fi­ca­re ap­pun­to la “ester­na­liz­za­zio­ne” del­le de­ci­sio­ni po­li­ti­che.

Be­nis­si­mo ha fat­to quin­di Ren­zi ha al­za­re un mu­ro di se­pa­ra­zio­ne con­tro i 5 stel­le.

Oggi non so­no un’organizzazione po­li­ti­ca, ma qual­co­sa che sta fra l’organizzazione ma­fio­sa e Co­sa no­stra, con ca­pi dal po­te­re mi­ste­rio­so e im­men­so, au­to-no­mi­na­ti. Dei pa­dri­ni, in­som­ma. Non po­li­ti­ca, quin­di. Ma so­lo po­te­re e an­co­ra po­te­re.

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